mercoledì 18 novembre 2009

THE O'S - We Are the O's


5/11/2009
Rootshighway




Esiste nella musica americana moderna una corrente che, più che "revivalistica", definiremmo proprio reazionaria, che in qualche modo teorizza (o semplicemente fomenta) la restaurazione della roots-music degli anni '80. Parliamo di artisti che pagherebbero per poter essere ricordati come i ri-scopritori di un certo suono rurale, alla Long Ryders o Green On Red per intenderci, o parliamo ad esempio degli O's, duo esordiente che riporta subito alla mente l'epopea dei BoDeans, o ancor più quella dei loro seguaci di metà anni novanta come Billy Pilgrim e Jackopierce. We Are The O's è il loro manifesto di presentazione, undici brani che sembrano essere stati risputati fuori da un mondo in cui il banjo era visto come una spada laser alla Guerre Stellari per combattere lo strapotere della forza nera dei sintetizzatori degli anni 80. Taylor Young e John Pedigo vengono da Dallas, e tra chitarre, mandolini e kick-drums, riescono in due a riempire un suono che pare quello di una band, anche grazie al buon lavoro di amalgama e produzione di Jeff Halbert, ingegnere del suono della Rickie Lee Jones più recente (ma anche produttore dei Backsliders, per tornare al discorso di restaurazione del roots che fu…). La loro biografia ufficiale fa quasi tenerezza, con quella lunga digressione su come il loro fine non sia quello di far soldi, conquistare ragazze facili o guadagnare successo, e nemmeno quello di rivivere una vita on the road fatta di alcool e chilometri macinati ogni giorno, ma semplicemente quello di scrivere canzoni, e con quelle fare festa. Una filosofia commovente, che sembra davvero quella che animava una generazione di musicisti nati per un vero credo artistico com'era quella dei roots-rocker di venticinque anni fa, e che in fondo fa piacere ritrovare in quest'era, dove fare musica sembra essere diventato un passatempo come altri, accessibile a tutti come l'andare in palestra e bere aperitivi durante l'happy hour delle sette di sera. Avevamo già più volte incontrato John Pedigo con i suoi precedenti gruppi (i cowboy-punk Slick 57 e i più Neil-Young-oriented Rose County Fair), tutti usciti dal calderone indipendente di Dallas, ma qui la liaison con il nuovo compagno ha partorito un bel disco di dolci e convinte folk-songs, con alcune punte di buon songwriting in Don't Waste Your Day, Fast As I Can e California. Per il resto il disco soffre della mancanza di grandi alternative negli arrangiamenti, ancorati al continuo intreccio da mandolino e acustiche, ma la leggerezza quasi pop di certe melodie (One Way Ticket o You've Got Your Heart) e la capacità di "fare la canzone" anche solo con un sapiente impasto delle due voci (come sapevano fare i migliori Bodeans prima che s'impigrissero), fa si che questo We Are The O's scorra senza intoppi fino alla fine. Lontano dall'essere un disco che segna la strada, resta comunque un ottimo documento del linguaggio rock di una provincia americana che proprio non ne vuole sapere di uscire dal suo isolamento. (Nicola Gervasini)

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