sabato 4 maggio 2013

DENISON WITMER


DENISON WITMER
DENISON WITMER
Asthmatic Kitty Records
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Nel 1995 il termine “indie”  era già in uso,  ma generalmente lo si usava per riferirsi alle etichette che operavano ai margini di una industria discografica che proprio in quegli anni stava raggiungendo il massimo dello splendore, prima che Napster e l’era web la facessero a pezzetti. Per gli artisti si preferiva ancora usare il termine “alternative” di derivazione anni 80. Ma con l’avvento di strani freak come Will Oldham, Mark Kozelek e tanti altri, il termine parve subito inadatto. Denison Witmer può ben dire di essere stato uno dei primi artisti a fregiarsi della dicitura indie-folk: nel 1995 già aveva registrato una cassetta autoprodotta, mentre il suo esordio vero e proprio arrivò nel 1998, anno in cui il mondo del nuovo folk alternativo stava ormai diventando di moda. A scoprirlo fu Don Peris degli Innocence Mission, che con Denison condivide la forte propensione ai temi spirituali, al limite del christian-rock. Da allora Witmer ha prodotto sei album senza mai fare il botto, ma sempre raccimolando sinceri apprezzamenti per la sua semplicità e lotta contro la frenesia dell’effetto speciale. Il nuovo capitolo, uscito a pochi mesi dal precedente album The Ones Who Wait (mai titolo fu più indicativo della sua arte), si chiama semplicemente Denison Witmer, e ancora una volta è una raccolta di dieci brani che rifuggono i ritmi serrati per trincerarsi nel piacere del sussurro e della riflessione. Insomma, un disco lento nella migliore tradizione dell’indie-folker solitario e anche un po’ depresso, anche se a ben guardare i suoi testi rispecchiano un amore per la vita che spesso pare non ricambiato. L’iniziale Born Without The Words racconta proprio la sua difficoltà ad esprimersi in toni diciamo “più allegri”, e gli fa eco la conclusiva Take Yourself Seriously, sorta di auto-morale finale. In mezzo una serie di brani che esprimono un songwriting onesto e sincero (su tutti Constant Muse, Asa e Take More Than You Need), tutti basati su fraseggi acustici con qualche timido intervento di elettrica. Witmer nel genere non è il migliore, ma nemmeno l’ultimo arrivato, se ogni tanto necessitate di una pausa di riflessione provate uno dei suoi dischi. Questo ad esempio potrebbe essere quello buono per farvi venir voglia di conoscere il personaggio, magari recuperando perlomeno Are You A Dreamer? Del 2005, che resta forse il suo titolo più acclamato.
Nicola Gervasini


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