Di Long Playing e del perchè è meglio non dire nulla ai miei figli di che cos'era il rock.

-         Papà, che musica ascoltavi quando avevi quattordici anni?
-         Rock, figlio mio. Come adesso.
-         Ma che schifo il rock!

La conversazione con mio figlio di 10 anni avviene realmente (purtroppo) mentre leggo le pagine di Long Playing, storia del rock narrata da Blue Bottazzi. Potrei anche decidere di diseredare la mia prole ormai dedita al rap italiano, oppure lanciargli il libro con gesto di stizza (ma sto leggendo la versione e-book, non voglio rovinare il Kindle). O peggio, potrei leggergli una delle storie di rock and roll narrate dal Bottazzi. Poi ci penso, e mi dico “no, ora non capirebbe”.

Ma facciamo un passo indietro. Non ho da scrivere una recensione sul libro, per cui mi permetto di usarlo per riflettere. Long Playing è una storia del rock raccontata attraverso aneddoti e personaggi. Non è una guida all’ascolto, e l’autore sembra dare quasi per scontato che chi legge sappia già bene di quale disco o brano si stia parlando. Non è dunque un libro per Absolute Beginners del rock.

Bottazzi fa parte di quella schiera di firme storiche (senza per forza dargli del vecchio) che negli anni ottanta intendevano la critica rock innanzitutto come una battaglia contro qualcosa. Scrivere dei Del Fuegos mentre il mondo ascoltava gli Spandau Ballett aveva un nonsoché di eroico, c’era un senso da missionari, di civilizzazione di qualcuno o qualcosa. Ed era un modo di affrontare la materia rock comune tra tutti i suoi colleghi. Ricordo che dal 1986 al 1989 compravo anche Rockstar, rivista dai gusti decisamente mainstream, dove magari sparavano tranquillamente un 9 a But Seriously di Phil Collins. Ma non lo facevano comunque con quell’aria pigra e lobotomizzata del “va tutto bene se piace” di un qualsiasi critico odierno di un quotidiano italiano, ma con il piglio di chi prende una posizione culturale ben definita. Era una dichiarazione di guerra anche ascoltare quel Phil Collins insomma. La stessa battaglia che trovavi anche su barricate musicali opposte, sul Mucchio selvaggio, su Buscadero e sulle riviste che poi verranno perlomeno nei primi anni novanta (Rumore, Jam, più tardi Blow Up).

Bottazzi ha mantenuto quel senso anche nei giorni nostri, quando scrivere di musica è un hobby non retribuito che non si nega più a nessuno, ma Long Playing non è una lancia scagliata contro l’ignoranza, anzi, nasce forse dalla consapevolezza che la guerra, se non è proprio persa, è quantomeno inutile ormai. Perché il rock stesso ha smesso di farla da tempo, e non sto a tediare sui cambiamenti e sul perché oggi fare un disco è un atto che sa di divertimento, di intrattenimento, ma non si parla più di arte, né tanto meno di rivoluzione generazionale. Fate voi se poi questo sia davvero un male, ho la mia idea, ma uscirei dal seminato ora. Allora cosa resta da dire del rock (termine usato qui nella sua accezione più ampia)? Restano le sue storie, il “quella volta che…”, ed è attraverso quelle che Bottazzi ci offre la sua personale visione.

Ma anche l’idea che dietro una bella canzone ci possa essere una storia sembra finita. I miei figli , per quanto curiosi, non si chiedono mai cosa abbia portato a creare un brano, quale ambiente, quale sofferenza, quale urgenza. Semplicemente l’ascoltano e decidono se hanno voglia di riascoltarla o no. Ed è così la fruizione musicale odierna, senza voler troppo generalizzare.

I gruppi e gli artisti nati negli ultimi vent’anni hanno ancora tanta bella musica da offrire. Ma hanno smesso di condirla con storie da raccontare. Il mito che circonda il “classic rock” (oddio! L’ho detto!) non è riproducibile per gruppi come Arcade Fire, National, Fleet Foxes, Muse, metteteci chi volete voi, anche Violetta di X Factor se volete. Perché oggi fare musica non è più una way of life o una way of thinking. Perché, come dice Blue parlando di Roy Orbison, “Ci sono certi musicisti la cui vita assomiglia a una di quelle canzoni rock and roll che cantano”,ma io faccio fatica a trovare negli ultimi anni qualcuno che non solo ha suonato rock, ma ha anche vissuto rock. Il rock resta una way of fuckingforse, ma anche quello è talmente un atto che vedi dappertutto,che una groupie oggi pare una suora in confronto a quanto si vede in televisione o nel nostro parlamento.

E allora evito l’errore più grande: passare Long Playing a mio figlio sperando che colga il senso di partecipazione al mito che queste storie hanno dato alla mia generazione (che ho quarantun’anni) e a quella di Bottazzi, che ne ha qualcuno di più. Il mito del rock oggi non ha più senso,arrendiamoci. Sperare che un quindicenne si scaldi se gli racconti come è nato Exile On Main Street dei Rolling Stones è pura follia. E non diamo per scontato che non abbia ragione lui. L'altra sera ho fatto vedere ai miei figli il film I Love Radio Rock, pura mitologia rock in celluloide. Si sono divertiti, ma il loro commento è stato "ma erano pazzi!". Ed è vero. Erano pazzi a navigare nel Mare del Nord con una barca scassata solo per trasmettere canzoni a tutto il Regno Unito, non c'è dubbio. Vai a spiegargli ora perché invece allora poteva avere un senso. Eppure leggendo Long Playing tutto sembra avere ancora un senso per noi.

Facciamo allora finta che Long Playing sia un romanzo e non un libro storico, e che personaggi come Sam Phillips o Phil Spector siano frutto di fantasia. Proviamo a raccontarli senza prenderli sul serio. Passata come fiction, anche la storia del rock può diventare moderna. Anche quella di Bottazzi, seppur filtrata dal suo gusto e dalle sue precise scelte (dichiarate fin dall’introduzione) di parlare solo di quello che per lui vale la pena. Perché di una cosa resteremo sempre convinti: il mito forse invecchia e diventa obsoleto, ma la musica no, quella sì che resta grande. E di questo riuscirò un giorno a convincere anche i miei figli.  
                                                       
Nicola Gervasini

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