WHITE DENIM

WHITE DENIM

CORSICANA LEMONADE

Downtown Records

***1/2

 

I White Denim rappresentano la vera dannazione per chi scrive di musica. Voi per la maggior parte probabilmente non sapete chi diavolo siano, io invece devo cercare di farvi capire che genere suona una band che appunto cerca di non essere di nessun genere. Fortuna vuole che Corsicana Lemonade, che per la cronaca è già il loro sesto titolo dal 2008 a oggi, sia album prodotto, oltre che dal bravo Jim Vollentine, nientemeno che da Jeff Tweedy, uno che in questa confusione di riferimenti storci ci sguazza come un bambino in un negozio di giocattoli, ma che è stato in grado anche di mettere un minimo d’ordine in alcuni brani. Sarà forse meno acclamato del precedente D del 2011 questo album, meno istintivo, meno volutamente fuori dagli schemi, meno jam-oriented, più incentrato sulle canzoni. Brevi, incisive e tutte riuscite: 37 minuti di psych-rock tra riff di hard blues (Limited by Stature), echi di black music (Come Back) tanta psichedelia da West Coast (New Blue Feeling, Distant Relative Salute) e blues destrutturati (Let It Feel Good).  Il tutto passato attraverso la voce anche abbastanza soul-oriented di James Petralli  , la chitarra spesso acida e distorta di Austin Jenkins  e una sezione ritmica (Joshua Block e Steve Terebecki) che guarda spesso in direzione White Stripes finendo poi per sembrare più quella dei North Mississippi All-Star. A condire il tutto Tweedy che gioca con mellotron e addirittura coinvolge il figlioletto Spencer con la sua toy-drum in A Place To Start. Non si fanno mancare nulla questi ragazzi di Austin, pezzi da hard rock anni 70 (se scoprissi che Pretty Green fosse in origine un brano dei Bachman Turner Overdrive non mi sorprenderei più di tanto), improvvisazioni da studio (Cheer Up/Blues Ending, titolo che omaggia significativamente i Blue Cheer, veri punto di riferimento della band) e brani da hard-blues trio alla Groundhogs (At Night In Dreams). Siamo sempre nel campo del revival-rock per retro-lovers in cerca di giovani leve, diciamo pure la faccia seventies di quello che gli Strypes stanno facendo nel lato sixties-garage-rock, per cui non sperate nel futuro del rock and roll, ma in un ancora pienamente vivo presente di un sound immortale.

 

Nicola Gervasini



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