mercoledì 22 gennaio 2014

HOUNDSTOOTH

HOUNDSTOOTH
RIDE OUT THE DARK
No Quarter
***1/2

La questione che si pone davanti ad un esordio come quello degli Houndstooth è quale possa essere il confine tra citazione, plagio, retromania, vago gusto del vintage o la semplice ispirazione presa dal passato. Di certo quando si ascolta Ride Out The Dark si controlla se il 2013 scritto nel copyright dell’album non sia riferito ad una ristampa di un disco del 1993 (se non prima), o se sia davvero un album fresco di produzione. Ensamble di varia provenienza (si va dal Canada a Portland), gli Houndstooth hanno lo stesso nome di un pattern usato nel mondo delle stoffe, particolarmente elegante se usato per i cappotti in lana scozzesi, e decisamente adatto anche per una eventuale première a teatro di queste dieci canzoni. I riferimenti sono talmente evidenti che sfido qualsiasi altro recensore a trovare qualcosa di alternativo: si parte dai Velvet Underground (magari quelli con Moe Tucker al microfono, anche se Francis ricorda tanto What Goes On) per arrivare ai Mazzy Star (o agli Opal se vogliamo fermarci un po’ prima). Al massimo se volessimo essere più moderni si potrebbe sparare anche il nome della Jesse Sykes più recente e lisergica. Tutto chiaro dunque: chitarre acide, figlie minori di un Paisley Underground antico, ritmi sinuosi, sognanti, onirici, accarezzati dalla dolce voce dell’ancor più dolce Kate Bernstein, con qualche rara apertura ai toni maggiori per accogliere qualche chorus meno soffocante (Strangers) e tanta voglia di ascoltare il suono delle proprie chitarre. Al massimo sorprende la capacità di sintesi di una band che avrebbe anche potuto puntare sull’effetto ipnotico delle proprie canzoni tirandole anche oltre i quattro minuti con lunghe improvvisazione alla Grateful Dead, e la capacità di non annoiare nonostante il tono un po’ narcolettico del disco (un po’ nello stile dei Cowboys Junkies più elettrici). Forse manca ancora qualcosa a livello di scrittura, e per brani come il singolo Canary Island o New Illusion che rapiscono anche per la melodia, si ha qualche episodio quasi totalmente al servizio del suono e non della canzone, ma sono i peccati veniali di chi vuole far esordire anche un concetto oltre che fare semplicemente rock. E la ratio degli Houndstooth è che vent’anni fa qualcosa è rimasto ancora inespresso (singolare poi che l’album esca proprio quando i Mazzy Star hanno deciso di rimettersi in pista) e che certe soluzioni da West Coast alternativa degli anni ottanta possono essere rilette e riaggiornate alla luce dell’ondata indipendente di questi anni. Non ne nasce un capolavoro, ma forse è l’inizio di un nuovo music-revival che si aggiunge alle tante rinascite degli anni 2000. Potrebbe anche darsi che un giorno i redivivi Dream Syndicate sentendo questo disco decidano che forse anche il tornare in studio per ribadire il concetto possa non essere una così cattiva idea.

Nicola Gervasini

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