giovedì 30 aprile 2015

JOE COCKER

Anche per Joe Cocker, morto lo scorso 21 dicembre, come per i tanti eroi del rock che ci hanno lasciati, il mondo social si è mobilitato in una serie di post commemorativi. Singolare però che il video più postato per ricordarlo, insieme alla storica esibizione di Woodstock, sia stata la gag al Saturday Night Live del 1976, quando Joe accettò di esibirsi al fianco di un John Belushi che ne sbeffeggiava le caricaturali movenze. Se nel primo caso Cocker si creò una carriera prendendo a sberle il popolo del Peace&Love con una With a Little Help from My Friends dei Beatles che trasudava la guerra e la rabbia della low-class inglese (da giovane era stato un semplice idraulico di Sheffield), nel secondo caso, prestandosi alla propria presa in giro, Joe ammise implicitamente di recitare la parte del tipico inglese tutto Pub e Soul di cui rimane indiscussa icona. Sarà per questo atteggiarsi che non è mai stato troppo amato dalla critica rock, pronta a riconoscere che il tour del 1970 che diede vita al suo capolavoro (il live Mad Dogs & Englishmen) resta uno degli avvenimenti più esaltanti dell’epoca, ma magari dimentica di quanto anche il New Orleans-oriented  Luxury Can Afford del 1978 o lo strano flirt con la new wave di Sheffield Steel del 1982 andrebbero perlomeno riscoperti. Invece oggi stampa e pubblico lo hanno ricordato soprattutto per come ha saputo dare voce all’immaginario degli anni 80, e via quindi post della scena finale del melò militare Ufficiale E Gentiluomo o dell’inarrivabile spogliarello di Kim Basinger in Nove Settimane e Mezzo, mentre ben pochi hanno invece ricordato la commovente scena di Carlito’s Way di De Palma commentata dalla sua You Are So Beautiful.  Non aveva particolari discorsi artistici da vantare Cocker, se non quello di trasformare in ruggito canzoni altrui, lui così poco abituato ad essere autore (ma la devastante High Time We Went è farina del suo sacco), eppure lo ha saputo fare con gran classe anche negli ultimi vent’anni, seppur con una produzione non sempre all’altezza. Anche senza dover tirare in ballo il nostro Zucchero, che non ha mai smesso di saccheggiarne movenze e partiture, il suo stile ha fatto scuola, come anche la sua concezione tutta bianca della musica nera, pregna di una potenza che resta la sua eredità più evidente.

Nicola Gervasini

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