RAMBLING WHEELS

RAMBLING WHEELS
THE THIRTEEN WOMEN OF ILL REPUTE
Rumblin’ Records
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Il sottobosco di band filo-americane che popola i pub europei è folto e insondabile per mere questioni di quantità (ma, spesso, anche di qualità), per cui naturale che siamo ormai abituati a prestare attenzione alla scena nostrana (in questi ultimi anni decisamente cresciuta e maturata, pur con tutti i limiti di un modo di fare musica che resta derivativo e diretto a modelli ben precisi), piuttosto che guardare in altri paesi. Ogni tanto giusto però concedersi un’eccezione alla regola, soprattutto quando una band della Svizzera francofona (vengono da Neuchatel) dimostra di aver saputo mettere a frutto più di dieci anni di vita on the road per un disco che appare decisamente maturo e pronto ad uscire dai confini della loro confederazione. Magari il nome della band (The Rambling Wheels) non è proprio dei più innovativi, visto che unisce due termini abusatissimi dell’epica roots-rock, ma il loro terzo album da professionisti The Thirteen Women of Ill Repute dimostra, pur con tutti i suoi difetti, di aver fatto tesoro di quanto gli Stati Uniti hanno espresso in questi anni duemila. Ascoltare ad esempio la forza pop di un brano come Running After Time, che fa tesoro di sonorità che ricordano parecchio gli Spoon degli anni d’oro. Ed è proprio l’aspetto produttivo la cosa che impressiona di più del disco, perché da una produzione indie non è facile ascoltare riferimenti di dance/elettronica come quelli di Dead On Time fatti con così buona perizia e non piazzati a casaccio in un contesto che certo pop-dance non è.  Non si ha insomma quella sensazione di “suona così perché con i mezzi a disposizione non potevamo fare altrimenti” che spesso inficia un po’ l’aspetto produttivo di molte produzioni indipendenti, e non solo nostrane. Altrove la band sa andare anche sul classico (soprattutto nella parte iniziale dell’album, dove forse hanno voluto mettere a proprio agio il pubblico più tradizionalista), ma riferimenti e stili sono parecchi e svariati, e più o meno assemblati con cognizione di causa. Forse l’attenzione all’effetto fa ancora mancare un occhio di riguardo alla sostanza, per cui spesso molti brani fanno fatica a fare presa se non per qualche invenzione a livello di arrangiamento, ma il risultato è comunque encomiabile per una band che sicuramente ha il santino dei belgi dEUS (la band indie europea per eccellenza, quelli che “ce l’hanno fatta” insomma a farsi rispettare in tutto il mondo) sullo specchietto della macchina. Rock, folk e inserti di pop radiofonico per un disco coraggioso: la strada per diventare qualcosa di più di una realtà locale passa attraverso queste scelte non banali.


Nicola Gervasini 

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