FRIGHTENED RABBIT
PEDESTRIAN VERSE
Atlantic
***
Nicola
Gervasini
Nel 1995 il termine “indie” era già in uso, ma generalmente lo si usava per riferirsi alle
etichette che operavano ai margini di una industria discografica che proprio in
quegli anni stava raggiungendo il massimo dello splendore, prima che Napster e
l’era web la facessero a pezzetti. Per gli artisti si preferiva ancora usare il
termine “alternative” di derivazione anni 80. Ma con l’avvento di strani freak
come Will Oldham, Mark Kozelek e tanti altri, il termine parve subito inadatto.
Denison Witmer può ben dire di essere
stato uno dei primi artisti a fregiarsi della dicitura indie-folk: nel 1995 già aveva registrato una cassetta
autoprodotta, mentre il suo esordio vero e proprio arrivò nel 1998, anno in cui
il mondo del nuovo folk alternativo stava ormai diventando di moda. A scoprirlo
fu Don Peris degli Innocence Mission, che con Denison condivide la forte
propensione ai temi spirituali, al limite del christian-rock. Da allora Witmer
ha prodotto sei album senza mai fare il botto, ma sempre raccimolando sinceri
apprezzamenti per la sua semplicità e lotta contro la frenesia dell’effetto
speciale. Il nuovo capitolo, uscito a pochi mesi dal precedente album The Ones Who Wait (mai titolo fu più
indicativo della sua arte), si chiama semplicemente Denison Witmer, e ancora una volta è una raccolta di dieci brani che
rifuggono i ritmi serrati per trincerarsi nel piacere del sussurro e della
riflessione. Insomma, un disco lento nella migliore tradizione
dell’indie-folker solitario e anche un po’ depresso, anche se a ben guardare i
suoi testi rispecchiano un amore per la vita che spesso pare non ricambiato.
L’iniziale Born Without The Words
racconta proprio la sua difficoltà ad esprimersi in toni diciamo “più allegri”,
e gli fa eco la conclusiva Take Yourself
Seriously, sorta di auto-morale finale. In mezzo una serie di brani che
esprimono un songwriting onesto e sincero (su tutti Constant Muse, Asa e Take More Than You Need), tutti basati su
fraseggi acustici con qualche timido intervento di elettrica. Witmer nel genere
non è il migliore, ma nemmeno l’ultimo arrivato, se ogni tanto necessitate di
una pausa di riflessione provate uno dei suoi dischi. Questo ad esempio
potrebbe essere quello buono per farvi venir voglia di conoscere il personaggio,
magari recuperando perlomeno Are You A Dreamer? Del 2005, che resta forse il
suo titolo più acclamato.
La storia dei Big
Wreck ha radici lontane, nel 1994, epoca della seconda e ultima ondata di
band filo-grunge non strettamente appartenenti alla scena di Seattle (sono
canadesi infatti). Nel 1997 fecero in tempo a sfruttare gli ultimi scampoli di grandi
vendite del genere facendo del loro esordio In
Loving Memory Of... un doppio disco di platino negli Stati Uniti, forti di
un suono che richiamava i Soundgarden (la voce del leader è davvero simile a
quella di Chris Cornell), ma che spesso e volentieri si concedeva svisate prog, con il risultato di un tour in
coabitazione con i Dream Theatre. Ci
misero troppo tempo a pensare al seguito, e The
Pleasure and the Greed uscì nel 2001 finendo presto nell’anonimato, convincendo
così il leader Ian Thornley a
chiudere l’esperienza per fondare una band che porta il suo stesso nome (che ha
avuto anche buon successo negli anni duemila).
Ma in linea con il vago revival del suono grunge di questi ultimi tempi,
ecco che lo stesso Thornley ha riesumato a sorpresa la sigla, orfano però dei
vecchi compagni Dave Henning e Forrest Williams (evidentemente allergici alle
reunion), ma con un nuovo combo formato
da Brian Doherty, Paolo Neta,
Brad Park e Dave McMillan. I Big Wreck che hanno riunito cocci e ceneri sparse
negli anni per pubblicare Albatross
sono dunque una nuova band, ma il sound sparato nelle casse dalla bella title
track che tanto gli sta portando fortuna, e da altri brani, è puro sound anni
90 rigenerato per i palati delle nuove generazioni. Il gioco però sembra
funzionare, se è vero che il disco è senz’altro preferibile all’ingloriosa
reunion dei Soundgarden dello scorso anno, e ha appena vinto il premio di album
rock dell anno agli Juno Adwards del 2013 (sono i grammy canadesi per la
cronaca) . Il vantaggio di Albatross
è che non tenta proprio di nascondere la sua essenza nostalgica, brani come A Million Days (qui gli echi raggiungono
gli Alice in Chains) o la più roots-oriented Wolves appartengono ad un ‘altra era del rock, e tutto sta alla
vostra voglia di rituffarvi in un suono che con i suoi vent’anni e passa si può
ormai definire vintage. Ai canadesi la voglia evidentemente è venuta subito.
J. Sintoni
La prima cosa da notare è proprio il fatto che a dispetto della quantità, il disco pare molto più monolitico nelle soluzioni del precedente, adagiandosi spesso e volentieri in un Americana-rock senza troppe deviazioni che li rende i veri eredi di band come Say Zuzu o Hangdogs (per citare nomi persi nei meandri di fine secolo). Scrittura affidata al leader Pierce Crask (spesso coadiuvato dal bassista Rich Wooten), due cover che uniscono il nuovo (una It's Gonna Come Back To You del Freedy Johnston più recente di Rain On The City) e il vecchio (una programmatica Are Your Ready For The Country? di Neil Young), e tanta, tanta mitologia della strada, a partire da titolo, copertina e title-track che strizza anche più di due occhi a Highway 61 Revisited di Dylan. Rispetto al passato c'è forse da lamentare il molto meno spazio concesso al piano di Paul Tervydis che era stato, soprattutto nella registrazione live, uno degli elementi più caratterizzanti del loro sound, mentre stavolta molta più ribalta trovano le chitarre di Pierce Crask fin da Illegal In China e Cadillac Jack's che aprono le danze. Come si può ben immaginare su venti brani non tutto pare necessario (Long Hot Summer sa proprio di demo buttato lì a far numero, Come Around sfrutta l'abusatissimo ritmo alla Bo Diddley che sarebbe ora di vietare d'ufficio), e forse anche l'unitarietà di stile non facilità la localizzazione dei pezzi forti, ma già fin dai primi ascolti si apprezzano molto una Demon che sarebbe piaciuta allo Steve Wynn di una decina d'anni fa e una Just Tell Me che si fa subito canticchiare al primo colpo. Altrove si va sul sicuro tra riff-songs da strada (One Day Girl), svisate psichedeliche (Surfers Unite To The Sounds Of Sonic Youth, e già il titolo dice tutto…), blues acustici (All The Things e Wait And See) country-songs scanzonate (Went To The Zoo) o ballate epiche (Fading Fast). Un repertorio classico che più classico non si può, realizzato secondo i nuovi crismi dell'autoproduzione, senza colpi di testa a livello di soluzioni sonore. E' un genere particolarmente in crisi di nuove vocazioni quello dei Falling Martins, e loro sono rimasti tra i pochi che ci credono ancora. Teniamoceli stretti. | |||||||
Alex Cambise L'umana resistenza [Ultra Sound Records 2012] (a cura di Nicola Gervasini) La (dis)umana resistenza di Alex Cambise è quella di essere un chitarrista professionista che si barcamena nel mondo discografico italiano da più di vent'anni. Noto ai più come la spalla di Massimo Priviero, Cambise è oggi uno dei pochi chitarristi della penisola che usa una grammatica di rock americano con perizia e esperienza, sia che debba seguire personaggi della viva scena roots nostrana, sia che si presti al mondo della musica leggera. L'Umana Resistenza è il suo secondo album solista (il debutto discografico arrivò nel 1997 con i B.K.p.D e un titolo memorabile come Se non ci fanno casini in dogana), ed è una sorta di manifesto di rinascita della canzone "blue collar" nel suo senso più puro, con storie di ordinaria disoccupazione (Come macchine) e cancri professionali (Invisibile) che ripropongono una poetica "dal basso" che pareva scomparsa. Come dire che forse era meglio non aspettare Marchionne e l'Ilva per ricordarsi che gli operai esistono e combattono ancora, magari con qualche bandiera in meno del passato, ma con la stessa disperazione e - appunto - resistenza. Tra inni programmatici alla Priviero (Io rimango qua, Io non cadrò, Nati nei 70) , storie da scafato cantautore che parlano di Chernobyl (la toccante Canzone per Vladimir Pravik) e primavera araba (Pace e Libertà), e qualche colto riferimento letterario (Novecento, basato su un testo di Baricco, e una Ottobre 1918 che s'ispira a Niente di Nuovo sul Fronte Occidentale di Remarque), l'album sciorina un rock genuino e forse "antico" come l'etica della lotta di cui si nutre. Da notare l'apporto di personaggi a noi ben noti come Riccardo Maccabruni dei Mandolin' Brothers, Guglielmo "Gnola" Glielmo, Daniele Tenca, Edward Abbiati dei Lowlands e tanti altri bravi "operai" di un rock che forse non è mai troppo tardi per riscoprire. www.alexcambise.com |
![]() | Johnny Marr The Messenger [Warner/ Audioglobe 2013] www.johnny-marr.com di Nicola Gervasini (27/02/2013) | ![]() |
Un progetto che già bastava a se stesso, se non fosse che il signor Johnny Depp sulla pirateria ci ha costruito quella metà di carriera che non passa nei film di Tim Burton, e così ha sborsato una ingente cifra come produttore del progetto, convincendo così un Willner a corto di miti da celebrare a produrre un secondo capitolo. Son Of Rogue's Gallery è se vogliamo ancor più pregno del padre, anche se il giro di amici che vi partecipano cominciano ad essere sempre gli stessi del mondo Anti e limitrofi. Trattandosi di opera di 36 canzoni non stiamo qui a commentarvi ogni singola performance, anche perché i brani non sono noti e non esistono molti raffronti con altre versioni. Ci sono al solito cose molto interessanti (l'incontro tra Dan Zanes e Broken Social Scene ad esempio ) e altre davvero brutte (il brano di Todd Rundgren rasenta l'indecoroso), e, come spesso capita in questo tipo di operazioni, tanto materiale che non fa male ascoltare, ma che non cambia di troppo le carriere degli artisti coinvolti. La lamentela che si può inoltrare al signor Willner non riguarda tanto la realizzazione, al solito impeccabile e spesso per nulla banale e manierista, quanto il fatto che rispetto ai suoi più celebrati tributi del passato manca un'unitarietà di stile, affidata solo alla comune origine di tutti i brani (che hanno ovviamente forti parentele con le gighe del folk inglese). Insomma ancor più del volume precedente, questo album rischia di dover essere ascoltato con il dito pronto sul tasto "skip", per evitare le non poche cadute di gusto e certe spoken-songs che non invogliano troppo al ripetuto ascolto. Gli episodi che lo rendono comunque appetibile ci sono (il solito Richard Thompson e ovviamente Shane McGowan, che del pirata è quello che più di tutti ha il physique du role), a voi scegliere poi il singolo brano per cui vale la pena portarsi in casa più di due ore di musica. Una cosa è certa, sull'argomento "pirate's song" con questo doppio album dovremmo aver chiuso il discorso, mentre per Willner magari è tempo di trovare nuovi argomenti. :: La tracklist Disc 1 Leaving of Liverpool - Shane MacGowan w/ Johnny Depp & Gore Verbinski Sam's Gone Away - Robyn Hitchcock River Come Down - Beth Orton Row Bullies Row - Sean Lennon w/ Jack Shit Shenandoah - Tom Waits w/ Keith Richards Mr. Stormalong - Ivan Neville Asshole Rules the Navy - Iggy Pop w/ A Hawk and a Hacksaw Off to Sea Once More - Macy Gray The Ol' OG - Ed Harcourt Pirate Jenny - Shilpa Ray w/ Nick Cave & Warren Ellis The Mermaid - Patti Smith & Johnny Depp Anthem for Old Souls - Chuck E. Weiss Orange Claw Hammer - Ed Pastorini Sweet and Low - The Americans Ye Mariners All - Robin Holcomb & Jessica Kenny Tom's Gone to Hilo - Gavin Friday and Shannon McNally Bear Away - Kenny Wollesen & The Himalayas Marching Band Disc 2 Handsome Cabin Boy - Frank Zappa & the Mothers of Invention Rio Grande - Michael Stipe & Courtney Love Ship in Distress - Marc Almond In Lure of the Tropics - Dr. John Rolling Down to Old Maui - Todd Rundgren Jack Tar on Shore - Dan Zanes w/ Broken Social Scene Sally Racket Sissy Bounce - Katey Red & Big Freedia with Akron/Family Wild Goose - Broken Social Scene Flandyke Shore - Marianne Faithfull w/ Kate & Anna McGarrigle The Chantey of Noah and his Ark (Old School Song) - Ricky Jay Whiskey Johnny - Michael Gira Sunshine Life for Me - Petra Haden w/ Lenny Pickett Row the Boat Child - Jenni Muldaur General Taylor - Richard Thompson w/ Jack Shit Marianne - Tim Robbins w/ Matthew Sweet & Susanna Hoffs Barnacle Bill the Sailor - Kembra Phaler w/ Antony/Joseph Arthur/Foetus Missus McGraw - Angelica Huston w/ The Weisberg Strings The Dreadnought - Iggy Pop & Elegant Too Then Said the Captain to Me (Two Poems of the Sea) - Mary Margaret O'Hara | |||||
Sul tutto vigila il produttore Nicolas Petrowski, attento a non uscire mai dal seminato con il suono, e benedice Sonny Landreth, che presta la sua inconfondibile chitarra laddove serve più carattere e energia. Il singolo che apre il discoLaisse Le Vent Souffler è accompagnato da un bel video ed è una delle migliori prove, ma in genere la prima parte di Le Fou sembra davvero volare ai livelli dei suoi migliori dischi francofoni come Cap Enragè o Coeur Fidèle. C'è lo zydeco saltellante di Lolly Lo e Sweet Sweet, la grande intensità di ballate come la stessa Le Fou (dedicata al primo uccello marino salvato dalla grande onda di petrolio della BP tre anni fa) e l'epica La Chanson des Migrateurs, e il gran bell'incontro tra cajun e blues di Clif's Zydeco. Richard si ritrova a suo agio con ritmi e canzoni che porta nel mondo (con sempre troppo poco successo purtroppo) da ormai più di quarant'anni, non sembra minimamente interessato ad una ricerca musicale che lo porti su altri lidi, e questo rappresenta insieme il suo limite così come la sua garanzia di qualità. Il disco passa in rassegna tutto il suo know-how, toccando lo spiritual di La Musique des Anges, il folk di La Ballade de Jean Saint Malo o il blues di Crevasse Crevasse. Il finale non entusiasma quanto la prima parte, con un Bee de La Manche un po' di maniera, una C'est Si Bon che cerca la roots-ballad senza avere però la voce giusta e l'accoppiataOrignal Ou Caribou e Les Ailes Des Hirondelles (questo è un brano già inciso più volte in carriera) esagera un po' con i toni tragici, ma sono davvero piccolezze rispetto ad un insieme che piace e convince se siete sintonizzati sulle frequenze della sua musica. | |||||||
E' lo stesso Fearing a dichiarare che il precedente Yellowjacket rappresentava la fine di un'era personale (uscì all'indomani del fallimento di un matrimonio durato 14 anni) e artistica. Dichiarazione che potrebbe far intuire un nuovo corso, ma Between Hurricanes, nuovo disco uscito ben sette anni dopo, si "limita" invece a recuperare lo stile dei suoi anni novanta, aggiungendo magari una personalità più consapevole e definita. Ci si libera leggermente della pesante eredità di Bruce Cockburn, e magari ci si dirige più verso uno stile più easy-folk alla Gordon Lightfoot (non è un caso che il disco si concluda con una sua versione del classico Early Morning Rain). Prodotto dall'esperto John Whynot (Bruce Cockburn appunto, ma anche Blue Rodeo e Lucinda Williams) e registrato nel rassicurante scenario di Toronto, Between Hurricanes è una di quelle raccolte di canzoni che richiede tempo e silenzio per essere apprezzate, soprattutto perché il bel trittico iniziale As The Crow Flies, Don't You Wish Your Bread Was Dough e Cold Dawn sembra pensato apposta per allontanare il popolo dell'ascolto veloce e distratto della rete. Ci pensa Wheel of Love a dare un tocco di leggerezza e ritmo, ma alla fine dei 54 minuti ci sarà solo il bar-boogie da Austin-rock di Keep Your Mouth Shut a regalare tre minuti di brio in mezzo a tanta riflessiva poesia. Qualche passaggio a vuoto c'è (The Half-life if Childhood), ma se saprete trovare il momento giusto, ballate come The Fool o la folkish The Golden Days vi rapiranno. Probabilmente Stephen Fearing non è uomo in grado di produrre dischi clamorosi, e gli arrangiamenti sempre spartani e misurati di Between Hurricanes lo tengono ancorato ad un mondo "classic rock" che non lo aiuta certo a sfondare nei mondi indie e new-folk, ma se non avete frenesie di innovazione, dategli pure una chance. |
Se vi state chiedendo chi diavolo sia Sananda Maitreya , fatto del tutto comprensibile visto che dal suo unico successo internazionale pub...