Storia singolare comunque la sua: figlia di una vocalist che cantava durante gli spogliarelli di un Playboy Club di Detroit e di un hippie di passaggio, la Greener da giovane ha viaggiato a lungo per il mondo per sfogare la sua passione per la montagna (il suo lungo tour da trekker ha toccato anche le Alpi) e per la solitudine. Tornata in patria, è stata fagocitata dall'industria discografica di Nashville, forse non più capace di intuire che la ragazza non aveva nessuna intenzione di fare la country-chick tutta capelli cotonati e american pie nella vita. E così, se già il precedente Dwelling del 2010 faceva intuire direzioni più indie-oriented, Transistor Corazon si getta definitivamente in un area da american-singer che unisce la vena melodica di Tift Merritt (Ghost In The Van), certe irriverenze alla Neko Case (The Mess Love Made, ma se vogliamo anche le foto in topless nel booklet), ma fondamentalmente tanto rispetto verso il mondo delle songwriter più classiche. Prodotto da Brad Jones, uno bravo a sostenere le melodie con poco senza mai sembrare tropo scarno (ne sanno qualcosa Hayes Carll, Josh Rouse o gli Over The Rhine che hanno beneficiato dei suoi servigi), Transistor Corazon è il classico prodotto indipendente della nuova roots-music, più intraprendente nella confezione che nei risultati, e che cerca nella varietà di arrangiamenti la propria versatilità (fiati, archi, cori, vibrafoni, non manca nulla). Le chicche dell'album sono la messicaneggiante title-track (più o meno come se Joan Baez cantasse un pezzo di Tom Russell), e le due cover, una If I Fell dei Beatles resa autunnale da un malinconico intreccio di archi e chitarra acustica (che è poi molto simile all'arrangiamento di Yesterday) e una sorprendente That's What Makes You Strong di Jesse Winchester (era sul buon Gentleman Of Leisure del 1999) corredata da fiati e un mood decisamente black. Per il resto la penna della Greener piace anche se non va troppo oltre gli schemi di genere (Always, Why), ma anche solo la partenza diEverybody Wants Some (molto radiofonica) e la splendida Jackson valgono l'acquisto di un'artista che ritroveremo sicuramente sulla nostra strada. |
sabato 29 giugno 2013
MELISSA GREENER
sabato 22 giugno 2013
BLACK REBEL MOTORCYCLE CLUB
BLACK
REBEL MOTORCYCLE CLUB
SPECTER AT THE FEAST
Co-op/vagrant
***1/2
Nicola Gervasini
giovedì 20 giugno 2013
THE STROKES
THE
STROKES
COMEDOWN
MACHINE
RCA
**
Gira tanta musica diversa a New York, lo sappiamo
bene tutti. Se persino il monolitico rock urbano di Lou Reed ogni tanto si è
fatto prendere da qualche sapore alternativo, figuriamoci una band come gli Strokes, eterna promessa (non si
capisce mai quanto poi mantenuta) del rock “alternativo ma con un occhio al
mainstream” anni 2000. Fece rumore il loro If
This It nel 2001, e lo fece nella maniera più semplice, con le chitarre di Albert Hammond, Jr. a inseguire le
melodie “rock quasi punk ma a tutti gli effetti pop” del leader Julian Casablancas. Brani semplici, diretti,
radiofonici, commerciabilissimi senza essere per forza commerciali, ma
digeribili anche da palati più esigenti. Niente di speciale in verità, se non
forse davvero il disco giusto piombato nel momento più stanco e incerto della
storia rock. Da allora però gli Strokes, tra litigi e pause di riflessione, non
hanno più ripetuto l’exploit, pubblicando tre album accolti sempre più o meno freddamente
da critica e pubblico. Non è un caso che Comedown Machine esca subito a
ridosso del precedente Angles , forse
davvero l’episodio più debole della loro storia. Perché fin dalle prime note di
Tap Out si capisce che la band è alla
disperata ricerca di una svolta, il colpo a sorpresa, che poi troppo a sorpresa
non è se è vero che certi suoni anni ottanta, di cui questi brani sono
infarciti a dismisura, sono almeno due-tre anni che ce li stiamo ritrovando un
po’ ovunque. Operazione recupero più che nostalgia, sempre per quella teoria
che gli ottanta saranno stati un decennio spesso musicalmente detestabile in
quanto a soluzioni produttive, ma pur probabilmente sempre uno dei periodo più
vivi, variopinti e creativi della musica. La buona notizia arriva comunque sul
lato scrittura, dove Casablancas pare almeno aver ritrovato il proprio savoir faire in termini di brani
power-pop veloci e immediati, come dimostra l’iniziale Tap Out, Happy Ending o Slow Animals. Ma la voglia di amalgamare il
synth-pop di un tempo con il loro sound porta a qualche esagerazione di troppo che
sa di scivolone nel puro trash come One
Way Trigger, Chances o il
pasticcio ipnotico di 80's Comedown
Machine, manifesto programmatico del nuovo corso. Il classico suono degli
Strokes comunque non è morto, e vive in brani come All The Time, 50 50 o Partners in Crime, ma non basta ad elevare un
disco che tiene aperte tutte le perplessità sulla tenuta in lungo periodo della
band.
Nicola Gervasini
martedì 18 giugno 2013
JOSH KRAJCIK
JOSH
KRAJCIK
BLINDLY,
LONELY, LOVELY
BMG
***
Dobbiamo armarci sempre di buona volontà nel non
avere pregiudizi quando si presenta un artista che negli Stati Uniti è noto soprattutto
come uno dei talentuosi partecipanti dell’edizione 2011 di X Factor. Bisogna
solo realizzare che forse oggi anche Smokey Robinson o Carole King sarebbero
costretti a passare nelle fauci del talent-show per emergere. E va detto che Josh Krajcik aveva già due album
all’attivo prima di diventare uno degli eroi della trasmissione, oltre ad una
lunga gavetta da new-soul singer sui palchi di mezza America. Se vi presentiamo
Blindly, Lonely, Lovely è dunque solo perché vorremmo
evidenziare come anche in questi tempi in cui le vie di mezzo sono rare
(pochissimi dischi prodotti da major generalmente fatti di spazzatura contro
una miriade sconfinata di dischi autoprodotti o di piccole eroiche etichette
che si fa a fatica a starci dietro), si può fare un prodotto di gusto, di
valore…e di alto grado di commerciabilità. Prodotto da un pool di mestieranti
della pop-music, capitanati dal veterano Steve
Kipner, l’uomo che si è inventato Olivia Newton-John più di trent’anni fa
insieme a molti successi della black-music anni settanta (oggi fa parte del
team di Christina Aguilera), Blindly,
Lonely, Lovely fa capire subito dove vuole andare a parare fin dalle
percussioni iniziali di Nothing, che sono le stesse di Inner City Blues
di Marvin Gaye. Ricetta già vista: un blue-eyed soul virato a pop moderno con
grandi secchiate di Philly-sound, una voce profonda ma capace di seguire
perfettamente le armonie per non uscire troppo dal seminato in caso di programmazioni radiofoniche. Ma
per fortuna anche brani con spina dorsale abbastanza solida per reggere il
tempo come Back Where We Belong e una produzione comunque attenta a non
sforare nel pacchiano anche quando si passa alla ballata romantica (No
Better Lovers). soul-ballad classiche (The Remedy) o acustiche (Close
Your Eyes) accompagnano l’ascolto senza scossoni ma con stile (solo Don’t
Make Me Hopeful forse scivola in arrangiamenti poppish un po’ troppo
scontati). Su tutto svetta la sua bella voce, figlia legittima della lezione di
Teddy Pendergrass e Lionel Richie. Non è
certo un disco fondamentale, ma sono pur sempre 35 minuti di buon soul-pop, oltretutto
tutti scritto di suo pugno (e quando sfiora atmosfere alla Terry Callier come
in One Thing She’ll Never Know qualche applauso lo strappa). Fossero
così tutti gli artisti sfoggiati dall’X-Factor nostrano saremmo anche più
felici…
Nicola Gervasini
domenica 16 giugno 2013
JOHNNY DUK & The Dusty Old Band
On
The Other Side
(Johnny Duk/PBR Record, 2013)
File Under: Blue-collar cantonale
Avevamo già incontrato lo svizzero Johnny Duk (al secolo Fabio Ducoli) tre
anni fa in occasione dell’uscita del suo The River Of Dreams, e lo
ritroviamo con piacere con il nuovo On The Other Side, album
partorito con la sua fedele Dusty Old Band. Disco dedicato ai minatori
svizzeri (un po’ come fu il Pica! di Van de Sfroos con quelli
valtellinesi), in particolare quelli italiani morti nel 1908 durante la
costruzione del tunnel ferroviario di Lötschberg, On The Other Side è
album intriso di mitologia da blue-collar rock fin dall’iconica copertina e dai
testi. Rispetto al disco precedente, decisamente improntato su sonorità
acustiche (ma qui non mancano comunque i rimandi, come la conclusiva When I
Was A Child), il nuovo sforzo vira decisamente sull’elettrico fin dal
pesante riff che sostiene Broken Heart o dalle spigolature dell’epica My
Brother e di Friends For A Lifetime. Quello che però si apprezza
maggiormente è la varietà di stili, che toccano la musica irlandese (Irish
On The Rocks), sapori di musica popolare (la divertente Little Country
in a Big World), omaggi folk (la cover di Wayfaring Stranger) fino
alle ariose ballate West Coast-style come Fly Away. Piacciono anche la
pianistica Breath In, Breath Out (duetto con Michela Domenici) e il
roccioso delta-blues alla Lynyrd Skynyrd
di Play My Guitar. Disco ben auto-prodotto e spesso caratterizzato
dal violino e dalla fisarmonica di Claudia Klinzing (completano la band
Maurizio Tedesco al basso e Oreste Pianezzi alla batteria), On The Other
Side mostra un appassionato che, con tutti i limiti del caso, ha ormai ben
imparato tutto il know-how del buon roots-rocker.
(Nicola Gervasini)
sabato 8 giugno 2013
BACKMASKING...un po' di storia
Dobbiamo tutto a quei
burloni dei Beatles e al vizio di morire di Paul McCartney. O più precisamente
ad un pomeriggio passato da John Lennon e il produttore George Martin a giocare
con i nastri di quello che sarà l’album Revolver
nel 1966. John si appassionò all’arte del backmasking
quando registrò al contrario le basi strumentali di Tomorrow Never Knows e Rain,
ma in seguito scoprì che il giochino funzionava anche con le voci. E così,
anche solo “per vedere l’effetto che fa”, alla fine di I’m So Tired (brano del White
Album uscito nel 1968), buttò lì la prima frase che gli venne mente. Quando
uno studente dell’università del Michigan scoprì quel Paul Is Dead mugolato al contrario nel finale del brano, la storia
dei messaggi subliminali nel rock ebbe ufficialmente inizio (e con quella anche
il mito che il McCartney odierno sia solo un riuscito sosia di quello
originale). E non ai già per loro natura satanici Rolling Stones (che
professavano l’anti-Verbo alla luce
del sole attraverso il testo di Sympathy
for the Devil o mettendo foto di teste di caprone nelle copertine degli
album), ma in qualche modo sempre ai Beatles dobbiamo l’utilizzo della tecnica
per culti oscuri. L’inclusione (casuale pure questa) del padre del satanismo
moderno Aleister Crowley tra i vip della copertina di Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band rese infatti popolare tra i
fans del rock un personaggio altrimenti destinato all’oblio, tanto che Jimmy
Page ne prese sul serio il culto e infarcì dei suoi simboli occulti ogni
copertina dei Led Zeppelin, oltre che seminare messaggi nascosti nella loro
super-hit Starway To Heaven del 1971
(dalla quale affiora a ritroso un chiaro I've
got to live for Satan!). Ma i padri indiscussi del genere restano i Black
Sabbath, che nel 1970 per primi inserirono un eloquente Sono Satana! Amami! nel loro album d’esordio. In quegli anni il
tutto rimaneva però a livello di capriccio da rockstar, perché pochissimi a
casa possedevano i mezzi tecnici per scovare queste frasi. Ma nel 1973 William
Friedkin nel film L’esorcista mostra
il primo messaggio satanico al grande pubblico (il diavolo comunica tramite una
cassetta riprodotta al contrario), e i fans del rock capirono il trucco. La
maggiore diffusione delle musicassette li aiutò nella spasmodica ricerca di
messaggi nascosti, una caccia all’oro che trova la sua miniera nel 1974, quando
nel vendutissimo album Eldorado degli
Electric Light Orchestra (satanico già nella copertina) si scopre un Jeff Lynne
in vena di burle che blatera È lui il
cattivo, il Cristo infernale. Si dice che siamo uomini morti, ma chi ha il
Marchio vivrà. E la moda esplode. Lo stesso Lynne all’argomento dedicherà
addirittura un autoironico concept album (Secret
Messages), uscito nel 1983 in piena era di caccia alle streghe scatenata
dai movimenti cristiani americani. L’avvento dell’heavy metal rende infatti la
pratica una consuetudine (Tom Araya degli Slayer ammetterà la natura puramente
scenografica di tali messaggi), il fenomeno scatena congressi e articoli
scientifici sui pericoli per le deboli e plasmabili menti dei giovani, fino
alla clamorosa causa legale intentata nel 1984 dai genitori di un ragazzino
suicida contro Ozzy Osbourne, reo di averlo istigato al folle atto con i
messaggi subliminali tratti dal suo album Blizzard
Of Ozz. Gli anni ottanta, era di splatter e band con nomi e copertine da
Grand Guignol, saranno dunque l’età dell’oro del backmasking, se è vero che non si fecero mancare il loro bravo
messaggio satanico neppure la zuccherosa Carrie
degli Europe o il Michael Jackson che urla Satana
è in me! in Beat It. Ma i
messaggi subliminali hanno continuato a sopravvivere anche negli anni
successivi, fino ai giorni nostri, indipendentemente dal genere (dal grunge di
Soundgarden e Pearl Jam, fino al pop di Madonna e Britney Spears e al rap di
Eminem), e dal tipo di messaggio, (da quelli a sfondo sessuale di Prince, fino
a vere o proprie vendette personali, come quella del Roger Waters che in Amused To Death del 1993 irrise Stanley
Kubrick in seguito ad un litigio). Uno scherzo davvero ben riuscito quello di
John.
Nicola Gervasini
giovedì 6 giugno 2013
JIMI HENDRIX ...again
Oh No! Un altro album di Jimi
Hendrix! Davvero incredibile quanti dischi possa fare un morto, eppure People,
Hell and Angels (Legacy), nuova raccolta di inediti del chitarrista di
Seattle, pare proprio l’anello mancante della sua breve storia artistica. Il produttore
Eddie Kramer assicura che trattasi delle ultime registrazioni in studio disponibili,
e giura che stavolta non sono stati fatti aggiustamenti e sovraregistrazioni,
il che appare strabiliante vista la perfezione di queste versioni di brani già
comunque noti. Stiamo parlando dell’Hendrix più maturo, quello che tra il 1968
e il 1969 si chiuse a registrare nei Plant Studios di New York con la nuova
sezione ritmica composta da Billy Cox e Buddy Miles. Insomma, a parte qualche
intruso incluso per rimpinguare il piatto (Let
me Love You ad esempio è una registrazione antecedente con il sassofonista
Lonnie Youngblood, Izabella e Easy Blues
sono invece il frutto di sessions con l’estemporanea band con cui si presentò a
Woodstock), People, Hell and Angels è la cosa più vicina a quello
che sarebbe dovuto essere il suo quarto album, se non fosse che tra mille ripensamenti,
stravolgimenti e riscritture, Jimi non lo porterà mai a termine. Un Hendrix colto
nel pieno del passaggio dal blues da power-trio degli Experience a quelle influenze
jazz che probabilmente gli impedirono di essere soddisfatto di queste
registrazioni quanto lo siamo noi.
Nicola Gervasini
giovedì 30 maggio 2013
SEMI-TWANG
The Why and the What For
(Semi-Twang 2013)
ricordi di gioventù
Il nome del gruppo magari no, ma la loro storia la conoscete già, è sempre quella, la stessa di tante altre band come Del Fuegos, Del Lords o Rave-ups. Accadde infatti che alla fine degli anni 80 le major discografiche rastrellarono i pub alla ricerca di gruppi che riportassero il rock da strada nelle classifiche. Di quell'esercito i Semi-Twang sono forse i più dimenticati anche dagli appassionati. Venivano da Milwaukee, e il loro unico disco del 1988 (Salty Tears, ancora reperibile nel mondo dell'usato online) finì presto tra i "forati" in offerta speciale. Il leader John Sieger lo definì "un alt-country album realizzato nel paradiso dei sintetizzatori", e questa basta per capire l'impossibilità ad emergere. Nel 2011 però gli ex ragazzi, nel frattempo tornati alla loro vita ordinaria, hanno deciso di riprovarci, se non altro per passione, incidendo a distanza di quasi quindici anni il secondo album Wages of Sin, con così tanto divertimento da bissare subito con il nuovo The Why and the What For. Liberi da produttori imposti e big-drum sound mal digeriti, i Semi-Twang odierni suonano un roots-rock dai sapori antichi e confezionato secondo manuale, sospeso tra ballatone alla Green On Red (The More She Gets The More She Wants), echi del Dylan elettrico (52 Jokers), tributi agli Stones di vario voltaggio (Contents Under Pressure, Miss Watson) e perfino soul-ballad sgangherate (You love Everybody). Proprio quest'ultima, se accompagnata al pensiero di quanto meglio facciano oggigiorno i JJ Grey & Mofro con lo stesso sound, indica bene la dimensione un po' casereccia del disco, onesto e genuino, ma non sufficiente a scatenare una loro riscoperta.
(Nicola Gervasini)
www.semi-twang.com
lunedì 27 maggio 2013
CHARLES BRADLEY
Charles Bradley
Victim Of Love
[Daptone 2013]
www.thecharlesbradley.com
File Under: non è mai troppo tardi per il soul
di Nicola Gervasini (06/05/2013)La vicenda di Charles Bradley, "l'aquila urlante del soul" come l'hanno definito i critici americani, ve l'abbiamo già raccontata in occasione del suo primo album (No Time For Dreaming del 2011), ed è stata anche ben descritta in un film del 2012 reperibile anche in DVD (Charles Bradley: Soul of America del regista Poull Brien). 65 anni, ma discograficamente nato solo negli ultimi tre, Bradley ha trascorso una vita ad inseguire un'esistenza normale (vagabondo e cuoco le sue occupazioni principali), passando attraverso un paio di ricoveri che lo hanno visto molto vicino alla morte e il sogno di poter emulare il mito nato nel 1962, quando la sorella lo portò ad un concerto di James Brown che ne ha segnato l'esistenza. Tanto che il suo primo disco, al di là delle curiosità nate dalle particolari note biografiche, ci aveva lasciato perplessi proprio per l'eccessiva dipendenza dal Brown-pensiero, ma con Victim Of Love il nostro sembra invece aggiustare il tiro, mostrando anche - per quanto possa suonare paradossale dirlo parlando di uno over-sessanta - una evidente maturazione nel songwriting.
Accade che Bradley ha saputo meglio sfruttare l'apporto dei musicisti di casa Daptone, sempre guidati dal produttore Thomas "TNT" Brenneck, e soprattutto ha ampliato il range di influenze musicali, abbandonando il James Brown degli anni sessanta per spostarsi con passione nel decennio successivo, abbracciando in pieno l'era della Black Exploitation di Al Green (Let Love Stand A Chance), Isaac Hayes (la splendida Love Bug Blues), Curtis Mayfield (Confusion e Where Do We Go From Here?) , Booker T. & the M.G.'s (Dusty Blue). E dopo i toni pessimistici delle tante (e troppe) ballads del suo primo album, Bradley prova anche a lasciarsi andare a sentimentalismi (l'acustica Victim Of Love) e al puro gusto della vita (You Put The Flame On It), dove anche la tristezza di Crying in the Chapel (ballatona tutta fiati e arpeggi melodici alla Otis Redding) finisce per essere pretesto di gioia.
Resta il fatto che nonostante il generale miglioramento, continua a non esistere una "canzone alla Charles Bradley", e fin qui il peccato pare veniale in quest'era di personalità musicali derivate, ma lui però continua a dare l'impressione del fan che ha voluto provarci "per vedere l'effetto che fa" ad essere dall'altra parte del microfono. E la produzione sempre precisa e calligrafica del team della Deptone non riesce comunque a nascondere i toni da absolute beginner del soul tipici del personaggio. Come dire che Victim Of Love è un buon prodotto di un principiante di professione.
lunedì 20 maggio 2013
GUY FORSYTH
Guy Forsyth The Freedom To Fail
(Blue Corn music 2012)
gospel rock
Il disco è uscito a fine 2012, ma troviamo doveroso recuperare e segnalarvi questo notevole sforzo di Guy Forsyth. Chitarrista e armonicista esperto, richiesto session-man, Forsyth è un personaggio tutto da riscoprire, sia con gli album della sua Guy Forsyth Band (attivi fin dal 1995) che con la band di pre-war blues degli Asylum Street Spankers con cui ha spesso girato e collaborato. Buona occasione è The Freedom To Fail, ottimo prodotto intinto di blues (l'iniziale Red Dirt), gospel (la work-song tradizionale Sink'em Low) e roccioso rock americano di marca sudista (The Hard Way, con un testo che omaggia direttamente Tom Waits, Bob Marley, Jimmy Page e Bob Dylan, che il nostro si diverte ad immaginare come solitari suonatori notturni). Forsyth fa tutto da solo, aiutato solo da una sezione ritmica ligia ai suoi dettami (Jeff Botta e Nina Singh) e da una serie di interventi di amici, tra cui va notato quello di Jon Dee Graham nella coinvolgente Should Have Been Raining. Cinquanta minuti scarsi di musica e un livello che, dopo lo scoppiettante inizio, cala leggermente solo quando il nostro cerca le variazioni sul tema come Can't Stop Dancing, un esperimento jazzy-style alla Bocephus King che diverte senza però esaltare troppo, o ballate come Balance che evidenziano la sua non troppo incisiva vocalità o Thank You For My Hands che pare una cosuccia (sempre in odore di gospel-music) fin troppo elementare rispetto al resto. Ma nel finale il disco riprende quota, a partire dalla poppish Played Again fino al bel finale di Home To Me. Alla voce dischi minori, The Freedom To Fail appare come opera maggiore.
(Nicola Gervasini)
sabato 18 maggio 2013
LISA RICHARDS
Lisa Richards
Beating Of The Sun
(Lisa Richards 2012)
folk-songs for the soul
Continua a vivere un po' nelle retrovie Lisa Richards, cantautrice che avevamo scoperto a fine 2006 con l'album Mad Mad Love. Il suo è un mondo un po' a parte, fatto di buoni sentimenti, "musica per l'anima" come ama definirla sul suo sito, dove sviluppa anche un intensa attività di lezioni di canto, songwriting e musica. Folksinger di stampo classico, decisamente simile alla prima Laura Marling per timbro di voce e soluzioni musicali (anche se la Richards può vantare di essere sulla piazza da più tempo), la nostra si ripropone con Beating of The Sun, un disco che davvero consigliamo agli amanti della canzone d'autore femminile. Rispetto a Mad Mad Love l'album è decisamente più conservatore negli arrangiamenti, abbandona gli inserti di elettronica e le cover di facile consumo del precedente e punta tutto su una serie di canzoni autografe molto forti dal punto di vista compositivo, che toccano toni drammatici (First Sin e Into Gravesparlano di Olocausto) come più scanzonati (Open) con egual misurata compostezza. Manca forse quel quid in più a livello di produzione (il polistrumentista Jeff May si tiene sempre sul classico nella scelta degli strumenti) perché la sua musica possa far rumore in mezzo al mare di produzioni simili che assillano le nostre cassette della posta, ma è indubbio che brani come la title-track, Painful Game, l'epico finale di Save Me o il quasi blues di Old Crow sono la dimostrazione di una artista capace e da non perdere di vista.(Nicola Gervasini)
Beating Of The Sun
(Lisa Richards 2012)
folk-songs for the soul
Continua a vivere un po' nelle retrovie Lisa Richards, cantautrice che avevamo scoperto a fine 2006 con l'album Mad Mad Love. Il suo è un mondo un po' a parte, fatto di buoni sentimenti, "musica per l'anima" come ama definirla sul suo sito, dove sviluppa anche un intensa attività di lezioni di canto, songwriting e musica. Folksinger di stampo classico, decisamente simile alla prima Laura Marling per timbro di voce e soluzioni musicali (anche se la Richards può vantare di essere sulla piazza da più tempo), la nostra si ripropone con Beating of The Sun, un disco che davvero consigliamo agli amanti della canzone d'autore femminile. Rispetto a Mad Mad Love l'album è decisamente più conservatore negli arrangiamenti, abbandona gli inserti di elettronica e le cover di facile consumo del precedente e punta tutto su una serie di canzoni autografe molto forti dal punto di vista compositivo, che toccano toni drammatici (First Sin e Into Gravesparlano di Olocausto) come più scanzonati (Open) con egual misurata compostezza. Manca forse quel quid in più a livello di produzione (il polistrumentista Jeff May si tiene sempre sul classico nella scelta degli strumenti) perché la sua musica possa far rumore in mezzo al mare di produzioni simili che assillano le nostre cassette della posta, ma è indubbio che brani come la title-track, Painful Game, l'epico finale di Save Me o il quasi blues di Old Crow sono la dimostrazione di una artista capace e da non perdere di vista.(Nicola Gervasini)
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TERENCE TRENT D'ARBY
Se vi state chiedendo chi diavolo sia Sananda Maitreya , fatto del tutto comprensibile visto che dal suo unico successo internazionale pub...




