lunedì 28 febbraio 2022

MARISSA NADLER

 

Marissa Nadler

The Path of the Cloud

(Bella Union, 2021)

File Under: Murder Ballads

In circa vent’anni di carriera Marissa Nadler è rimasta un personaggio sempre un po’ a metà del guado tra il rimanere un fenomeno sotterraneo, o un punto di riferimento per il cantautorato femminile di questi anni 2000. Sicuramente, dopo i primi tre album acclamati dalla critica, in questi anni Dieci Marissa si è un po’ chiusa in sé stessa con dischi sognanti, mai brutti, ma difficilmente ritrovabili in cima alle classifiche di fine anno delle riviste musicali. Colpa anche di una produzione ormai sterminata, tra dischi ufficiali pubblicati per la Bella Union, e i tanti home-made records (spesso collezioni di curiose cover), che un po’ hanno confuso il suo mercato. Musicalmente il suo dream-pop sempre più etereo stava anche diventando ripetitivo e poco eccitante, e così il lockdown le ha permesso di fermarsi a riflettere anche sulla sua strada musicale, con il risultato di un album come The Path of the Cloud, che sa di piccolo punto di svolta. La differenza lei l’attribuisce all’aver composto queste canzoni non più su chitarra, ma su pianoforte, coinvolgendo poi nelle session lo stesso musicista che le ha impartito lezioni durante il ritiro forzato, Jesse Chandler (sentito anche nei dischi di Midlake, Israel Nash e Mercury Rev), ma, aggiungerei, anche grazie all’essere, per la prima volta dai tempi delle collaborazioni con gli Espers (era il 2007 con l’album Songs III: Bird on the Water), un lavoro corale, frutto di reale collaborazione artistica. L’album è poi interessante anche dal punto di vista delle liriche, che prendono a pretesto le vere storie di crimini irrisolti di una trasmissione televisiva (i documentari Unsolved Mistery di Netflix) per creare una sorta di catalogo di murder ballads moderne. Il risultato è un leggero cambio di tono, che porta forse un taglio più autoriale, ma perde per strada una certa facilità melodica che la rendeva sempre e comunque immediata ai primi ascolti. L’aiuta nell’impresa soprattutto l’arpa di Mary Lattimore, strumento che più caratterizza il suono del disco, insieme agli interventi delle voci di Emma Ruth Rundle e di Amber Webber (Black Mountain), e, come al solito, del patron della Bella Union Simon Raymonde (era nei Cocteau Twins prima di darsi all’imprenditoria musicale). Bessie Did You Make It? brano di apertura che funge anche da singolo corredato da suggestivo video, non a caso ricorda un po’ la Where The Wild Roses Grow che fu di Nick Cave con Kyle Minogue, e fa riferimento alla vera storia di due sposini spariti nel fiume Colorado nel 1928 mentre risalivano il fiume in canoa, con l’intento di fare della moglie Bessie la prima donna a compire l’impresa, e ancora oggi nelle televisioni americane si discute se si sia trattato di tragico incidente ,o omicidio, o altro, visto che i corpi non furono mai ritrovati. Ma a seguito arrivano le storie di fuggitivi dalla prigione di Alcatraz di Well Sometimes You Just Cant Stay o le semplici domande senza risposte sulla vita della title-track (d’altronde, “i filosofi fanno ipotesi, ma semplicemente non lo sanno”). Disco non facile, volutamente “dark”, ma sicuramente importante per una autrice che sta con tutta evidenza cercando la propria maturità.  

mercoledì 16 febbraio 2022

BRINSLEY SCHWARZ

 

Brinsley Schwarz

Tangled

(2021 Fretsore Records)

File Under: The man, not the band

Fa un po’ sorridere scrivere che Tangled è il secondo album di Brinsley Schwarz (il primo era Unexpected del 2016), ma tecnicamente è vero che il chitarrista forse più importante del mondo del pub-rock inglese degli anni settanta (con Dave Edmunds) non ha mai pubblicato altri dischi solisti, essendo gli album a suo nome di quegli anni la rappresentazione di una vera e propria band. Se non avete capito di chi stiamo parlando vale solo ricordare che (What's So Funny 'Bout) Peace, Love, and Understanding dei (appunto) Brinsley Schwarz (scritta da Nick Lowe, e portata al successo poi anche da Elvis Costello) è ancora oggi una delle canzoni più suonate nel mondo rock americano (Sharon Van Etten ne ha fatto recentemente una versione con Josh Homme), e che la sua carriera come uomo-spalla di Graham Parker è andata anche oltre i dischi con i Rumour. Basta già questo a dargli un posto di gran rispetto nel paradiso del rock and roll, non male per un tedesco trapiantato a Londra che nel 1970 pubblicò con la band un disco d’esordio completamente fuori dal tempo, che guardava a Dylan e Crosby, Stills & Nash in una città ubriaca di altri suoni, e con il quale hanno fondamentalmente inventato quello che più tardi verrà chiamato “pub-rock”, un misto di suoni americani e sensibilità melodica inglese che tanti capolavori ci ha poi regalato. Oggi Schwarz ha quasi 75 anni, vive sempre di chiamate alle armi dell’amico Parker (pur di dar vita alla reunion della band nel 2012 ha vinto la propria atavica paura degli aeroplani che lo ha tenuto lontano da molte scene per molti anni), ma per il resto trova il tempo di assemblare un disco che fa di nostalgia virtù. Il disco nasce in coda alle session per il precedente album Unexpcted del 2016, nato proprio come spin-off della reunion dei Rumour con Graham Parker, anche se You Drive Me to Drink, Stranded e la triste piano-song Crazy World sono figlie del recente lockdown per pandemia. Da quelle session arriva la dylaniana Storm in the Hills, cronaca di guerra dall’Afghanistan che si fa ancora più attuale dopo la recente fuga americana dalla nazione. Ma l’incedere un po’ pigro dell’uno-due-tre inziale He Takes Your Breath Away, You Drive Me To Drink e Stranded non può che far pensare ad un disco di Graham Parker and The Rumour senza il padrone di casa, e la voce non particolarmente accattivante di Schwarz è forse l’unico elemento (a sfavore purtroppo) che li differenzia. Aggiungiamoci che poi Schwarz si riappropria di un brano che dice di amare particolarmente come Love Gets You Twisted dal glorioso Squeezing Out Sparks, innescando un inevitabile effetto paragone da cui non può che uscirne sconfitto. Il disco è registrato quasi interamente in solitaria con l’aiuto del tastierista James Hallawell (ultimamente anche nel giro Waterboys), intrattiene il giusto per 37 minuti, ma resta solo un curioso oggetto per completisti dell’universo Parker o Lowe.

 

Nicola Gervasini

 

 

lunedì 14 febbraio 2022

VELVET UNDERGROUND

 

Vari - I’ll Be Your Mirror: A Tribute to the Velvet Underground and Nico

Verve, 2021

I dischi tributo, si sa, sono una categoria a parte nel mondo discografico. Nati verso la fine degli anni ottanta, quando anche il ritorno sulle scene di band dimenticate nei meandri degli anni sessanta e settanta inaugurò la prima fase autoreferenziale del classic-rock (ai tempi non lo si chiamava ancora così), negli anni 90 il formato ebbe un grande successo, sia perché c’era terra vergine di nomi da tributare, anche meno conosciuti (quanti giovani dediti al grunge scoprirono i 13th Floor Elevators grazie ad un bel tributo uscito proprio in quegli anni?), sia perché ai tempi poi i cd si vendevano, e ancor più se presentavano nomi accattivanti. Quello che sorprende è invece che la moda del tribute-album non sia scomparsa nei 2000, anzi, in un’era di revival cronico assistiamo a nuovi tributi ad artisti già “tributati”, perché in fondo la formula non ha limiti finché ci saranno giovani e vecchi artisti disponibili al gioco della cover. I'll Be Your Mirror. A Tribute to The Velvet Underground & Nico si inquadra poi nell’ottica del rilancio di una etichetta storica come la Verve, dopo che nel 2006 la Universal l’aveva ridotta al rango di puro marchio storico licenziando l’85% del suo personale. I Velvet Underground, si sa, aprirono i cataloghi della sigla, di solito dedicati solo al jazz, a mondi inesplorati, e quindi ora che il nome Verve torna a riscoprire anche nuovi talenti, pare giunto il momento di ringraziare la band di Lou Reed e soci. Non è ovviamente il primo tributo alla band, la Imaginary ne licenziò ad esempio uno triplo nel 1991, intitolato Heaven & Hell, con il meglio del nuovo rock di Seattle e dintorni, Nirvana compresi, ed è curioso notare che a quel progetto partecipò in veste da solista Lee Ranaldo dei Sonic Youth, mentre qui è il suo vecchio compare Thurston Moore (aiutato dal Primal Scream Bobbie Gillespie) a ribadire il debito nei confronti dei Velvet Underground, e forse anche a chiudere un cerchio. Per il resto il gioco in questi casi, dichiaratamente fine a sé stesso , è scoprire chi aggiunge e chi toglie, ma qui ovviamente sarete voi a metterci il vostro gusto, anche se è innegabile che Michael Stipe nelle canzoni dei Velvet ci ha sempre sguazzato come se fosse il suo brodo primordiale, mentre la coppia Sharon Van Etten/Angel Olsen tradisce un po’ di timore reverenziale trasformando Femme Fatale in qualcosa di poco sostenibile, per non parlare della inspiegabilmente inutile versione offerta da St. Vncent con Thomas Bartlett. La sua è comunque l’unico scivolone dell’album, perché sia i vecchi (Iggy Pop dimostra che European Son poteva benissimo essere una outtake di Funhouse), sia i grandi nomi degli anni 2000 (Matt Beringer dei National penso abbia coronato il suo sogno di far finta di essere Lou Reed, Andrew Bird si fa ben aiutare dai Lucius, ma meglio di lui fa Kurt Vile che dona vigore ad un brano poco celebrato come Run Run Run), sia quelli più di ultimo pelo (Courtney Barnett, la cui scordatissima versione di I’ll Be Your Mirror finisce ad essere una delle cose più riuscite del disco, o i Fontaines D.C che si divertono a calarsi nell’atmosfera acida del tempo), ne escono più che degnamente. Resta comunque un progetto un po’ deludente visti i nomi in campo, ma diamo la colpa al troppo rispetto ad una band forse seconda solo ai Beatles in termini di influenza su altri artisti.

La scaletta

1. Sunday Morning – Michael Stipe

2. I’m Waiting For The Man – Matt Berninger

3. Femme Fatale – Sharon Van Etten (w/ Angel Olsen)

4. Venus In Furs – Andrew Bird & Lucius

5. Run Run Run – Kurt Vile

6. All Tomorrow’s Parties – St. Vincent & Thomas Bartlett

7. Heroin – Thurston Moore feat. Bobby Gillespie

8. There She Goes Again – King Princess

9. I’ll Be Your Mirror – Courtney Barnett

10. The Black Angel’s Death Song – Fontaines D.C.

11. European Son – Iggy Pop & Matt Sweeney

 

VOTO: 6

venerdì 4 febbraio 2022

THALIA ZEDEK

 

Thalia Zedek Band - Perfect Vision

 2021, Thrill Jockey

 

Ci sono artisti che sono per noi una sicurezza, a volte proprio per la loro affidabilità nel non riservare mai troppe sgradite sorprese, mantenendo invariato il livello alto delle loro produzioni. A metà tra un quasi immobilismo stilistico e la continua conferma di un talento, è anche Thalia Zedek, artista davvero atipica nel panorama odierno. Molto osannata ai tempi dei suoi primi album (Been Here and Gone del 2001 e Trust Not Those in Whom Without Some Touch of Madness del 2004), è stata poi secondo me un po’ dimenticata e ignorata da molte testate, nonostante la sua non numerosissima discografia non abbia mai avuto segni di vero cedimento. E non fa eccezione Perfect Vision, ottavo album della sua carriera (non facendo distinzioni tra quelli a suo nome e a quelli a nome Thalia Zedek Band come il qui presente), che pare solo in apparenza voler cambiare le carte in tavola, se è vero che l’iniziale Cranes pare addirittura azzardare una verve gentile e radio-friendly grazie alla suadente pedal steel di Karen Sarkisian, ma è solo un episodio, perché già da Smoked (con Alison Chesley al violoncello) si torna nel torbido e oscuro rauco rock cantautoriale che la contraddistingue da sempre. Prodotto con la collaborazione di Seth Manchester, il disco conferma la Zedek come autrice capace di raggiungere grande tensione (ascoltate la conclusiva Tolls) e per nulla avvezza ad inquinare il proprio suono da bassifondi del rock, una caratteristica che rende i suoi dischi sempre validi, ma forse anche abbastanza simili. In ogni caso la band gira come al solito alla grande, con una sezione ritmica (il bassista Winston Braman e il batterista Gavin McCarthy) che ormai la segue alla perfezione nel suo incedere spesso aritmico, e il chitarrista Jason Sanford che non cede mai neanche per caso alla tentazione di ricamare melodie laddove non ce ne sono. Squadra che vince non si cambia insomma, anche se gli interventi di altri musicisti rendono il piatto stavolta più ricco, con Mel Lederman che contrappunta con il suo piano la bella Binoculars, e la tromba di Brian Carpenter che fa capolino in From the Fire. Ma, alla fine, se già avete amato i suoi album precedenti, non c’è molto da dannarsi per descrivervi in anticipo quello che troverete in brani come The Plan o Remain, il che rappresenta forse il suo limite, e la ragione per cui sia rimasta un po’ ai margini, non tanto di un mercato discografico a cui forse non ha mai voluto partecipare da protagonista, ma di un apprezzamento generale di stampa e pubblico di appassionati. Non dimenticatevi invece della Zedek, in fondo continua a fare in buon modo quello che gente come Mark Lanegan e Nick Cave non riescono più a fare in maniera così semplice e genuina.

VOTO: 7

 

Nicola Gervasini

martedì 1 febbraio 2022

VAN MORRISON

 

Parliamo di van morrison..ancora?

Chi conosce Van Morrison non ha mai smesso di ascoltarlo, per cui perché avrebbe ancora senso parlarne a lungo, sviscerarne i dischi e le canzoni, se non per il mero piacere del revival? O, più drammaticamente, come si potrebbe convincere oggi, nel 2021, qualcuno ad addentrarsi nella sua ormai vasta e dispersiva discografia? Paradossalmente si potrebbe cominciare dalla fine, dal chiedersi perché ancora oggi un vecchio uomo che si unisce ad una protesta così moderna come quella contro i lockdown per il Covid, faccia ancora notizia. Non perché sia necessario per forza essere d’accordo con lui, ma perché sulla visione critica del mondo e delle sue logiche basate sul profitto, Morrison ci ha costruito una intera carriera e una poetica. Che ha portato molti a considerarlo un po’ un solitario orso brontolone, ma che in fondo ne ha salvaguardato l’opera anche in anni in cui era davvero difficile riuscirvi, e si vedano i suoi anni 80 così in controtendenza con i suoi coetanei, impegnati nell’effimera rincorsa ad un ammodernamento di suoni e immagine, in cui forse solo lui e Paul Simon si sono davvero salvati sempre a pieni voti e senza compromessi. Scoprire oggi Van Morrison vuol dire imparare a vedere come una visione “da fuori” si possa tramutare in qualcosa di positivo e non necessariamente sempre in un ostinato atteggiamento “anti”, e ne è testimonianza anche il suo ultimo disco Latest Record Project, Volume 1, arrabbiato si, ma anche uno dei più gioiosi e festosi della sua carriera. Insomma, gli artisti devono essere abili non tanto a fare rivoluzioni, ma a cantarle, e Van Morrison ha fatto questo fin dai suoi primi giorni con i Them, con una coerenza a volte persin esagerata, ma che alla fine resta una testimonianza più che mai moderna di come è possibile fare critica sociale da antagonisti senza per questo essere solo distruttivi. Per questo serve ancora parlare di lui, perché la sua musica si nutre come sempre di passato, ma suona ancora viva nel presente. E nel presente Van Morrison resta un maestro, perché da lui derivano almeno due filoni di musicisti apparentemente in antitesi come i tanti cantautori anche recenti che hanno chiuso le proprie canzoni nell’intimità con Astral Weeks sul comodino, sia quelli che hanno capito che il soul e il jazz potevano essere anche dei semplici ingredienti per trovare una via stilistica personale (ne sanno qualcosa gente come Bruce Springsteen, Graham Parker), sia chi poi ha usato come lui la tradizione per fare musica d’autore (i Waterboys ad esempio). Ma oltre che musicalmente, è anche un maestro di vita, con tutta la sua poetica di unione spirituale con la natura, la sua filosofia del “So Quiet In Here” che dovrebbe essere usata come training autogeno nei nostri tempi improntati alla frenesia e all’incapacità di soffermarsi sui particolari. Quando invece lui su quei particolari, apparentemente insignificanti, ci ha scritto più di cinquecento canzoni, rendendoli una ragione per vivere, e per vivere pure bene. Anche nel 2021.

MEGA BOG

 

Mega Bog

Life, And Another

(Paradise Of Bachelors. 2021)

File Under: Out of Focus

Avevamo già parlato di lei per il precedente Dolphine, già il quinto disco della sua carriera, ma il primo ad avere avuto una buona risonanza un po’ ovunque. Lei, Erin Elisabeth Birgy, in arte Mega Bog, era fino a quel momento una delle ormai tante cantautrici indipendenti figlie di nobili tradizioni al femminile (Joni Mitchell, Laura Nyro, e il solito pizzico di Kate Bush), ma con Dolphine sembrava voler abbracciare il mondo del nuovo art-pop etereo alla Weyes Blood o Angel Olsen. Ci pensa questo Life, And Another a scompigliare però tutto, un disco davvero complesso e finanche barocco nella produzione e nel suo buttare nel calderone ogni tipo di strumento suono, ritmo, ispirazione. Facile anche capire a volte a chi sia ispirata per unire una così composita tavolozza di colora, se nona quel David Bowie echeggiato non solo quando gli ruba addirittura un titolo  importante come Station To Station, non una cover, ma guarda caso il brano più immerso nell’elettronica con ben tre sintetizzatori “berlin-style” (nello strumentale Darmok ad accompagnare la sua chitarra ce ne saranno ben quattro), o il sax solo apparentemente stonato che appare  in Crumb Back, momenti sperimentali che fanno da contraltare alla conferma del suo amore per la musica brasiliana, evidenziata nell’iniziale Flower o in altri brani come Butterfly o la stessa title-track. Il tutto sempre con la sua voce eterea e un po’ gentilmente allucinata a fare da fulcro, tra una Suzanne Vega al risveglio e una Hope Sandoval o una Sophie Zelmani nei loro rari momenti vigorosi, e con la sua scrittura che ama l’espediente della serie di immagini che costruiscono una storia nella mente dell’ascoltatore, senza seguire apparentemente un filo logico (Maybe You Died). Musicalmente però il disco segue le visioni del produttore e percussionista James Krivchenia (dai Big Thief), che ama condire ogni attimo con percussioni di ogni tipo. C’è sicuramente parecchia carne al fuoco infatti, a volte persino troppa, perché la sensazione è che lo sforzo compositivo, sicuramente notevole, evidenzia sì una creatività nel pieno del suo apice, ma la frenesia poi di dimostrarsi anche un qualcosa di diverso dalle altre la porta spesso a perdere il fuoco del disco, che risulta essere un po’ lungo e frastagliato (certi abbozzi come Adorable o lo sconclusionato strumentale Bull Of Heaven aggiungono poco al piatto se non un  po’ di confusione in più ad esempio, ma anche la Obsidian Lizard che segue rallenta molto la tensione della prima buona parte del disco). Before a Black Te, ad esempio, è un episodio anche molto divertente, in cui Mega Bog si prodiga in varie voci tra il teatrale e il grottesco (dicevamo sopra di Kate Bush no?), ma conferma solo una sensazione di ricerca del colpo ad effetto che il finale più rilassato e convenzionale di Ameleon non riesce a cancellare. Seguitela in ogni caso, il lato B non del tutto riuscito di questo album non basta comunque a non considerarla una delle artiste più vive del momento.

 

Nicola Gervasini

mercoledì 26 gennaio 2022

MARK GERMINO

 

Mark Germino

Midnight Carnival

(VIDB1, 2021)

File Under: Old songwriters back on the road

Forse, essendo passati 30 anni, non dovrei dare per scontato che i nostri lettori, al nome di Mark Germino, abbiano avuto la mia stessa reazione di sorpresa mista a quel tocco di malinconica nostalgia per un’epoca musicale lontana. Nel 1991 il suo album Radartown fu uno dei tanti di un’ondata di artisti americani (Will T Massey, Michael McDermott, e tanti altri) che parevano in procinto di creare una scena anche popolare e redditizia, se non fosse che invece poi economicamente le cose sono andate male un po’ a tutti. In verità Germino, come anche Jimmy Lafave, ad esempio, non era certo un novellino, visto che un brano di suo pugno già cavalcava le billboard di Nashville nel 1977 cantato da Paul Craft, ma, come tanti (Steve Earle ad esempio), fino al 1986 aveva alternato la carriera di autore sotto contratto per la RCA di Nashville, a quella di camionista. Poi la voglia di provarci con una breve serie di album, dall’esordio London Moon and Barnyard Remedies, datato 1986, a cui fece seguito Caught in the Act of Being Ourselves nel 1987 e, appunto, il passaggio alla major BMG, che provò inutilmente a promuovere il sempre consigliabilissimo Radartown nel 1991, disco fatto di grande letteratura e Heartland Rock, in qualche modo vicino al tipo di canzone che ama scrivere James McMurtry. Rank And File uscì nel 1995, ma pochi se lo ricordano, e ad oggi si registrava solo un tentativo autoprodotto nel 2006, Atomic Candlestick. Midnight Carnival figura essere il suo primo album solista, visto che la denominazione dei dischi del periodo classico veniva condivisa con i fedeli Sluggers, e racchiude una serie di canzoni scritte negli anni e spesso prestate ad altri autori. Come spesso accade per gli artisti che non pubblicano per tanti anni, la prima impressione non è mai piacevole quando ci si ritrova davanti ad una voce cambiata e inesorabilmente invecchiata (d’altronde provate ad immaginare l’effetto che avrebbe fatto Oh Mercy di Bob Dylan sentito dopo Blood On The Tracks senza aver mai ascoltato tutti i passaggi intermedi), e così il duo di canzoni iniziale Traveling Man (Season 1 Episode 10) e Ettress Rolls On piace ma appare un po’ sfiatato, e forse viene dato troppo spazio alla fisarmonica dell’ex Poco Michael Webb. Poi però la classe della vecchia guardia esce allo scoperto, e Germino usa al meglio la poca voce che gli è rimasta per la straordinaria Lightning Don't Always Strike The Tallest Tree, canzone che da sola vale il prezzo del biglietto. Il resto del disco tradisce comunque una certa artigianalità nella produzione, nonostante la band sia composta da veterani di tutti rispetto come Kenny Vaughan, lo storico chitarrista dei Fabulous Superlatives. di Marty Stuart, o il batterista Rick Lonow (sentito nella band del Ryan Bingham degli esordi), e forse si poteva fare a meno di qualche brano un po’ troppo di maniera (Blessed Are The Ones, My Oh My) visto che il disco è lungo. Ma, qua e là, la zampata d’autore si ritrova (Carolina in the Morning, che vede tra l’altro l’ultima registrazione fatta dal grande pedal-steel player Rusty Young, The Greatest Song Ever Written o Author Of My Journey). Difficile venderlo come un grande disco nel 2021, ma già l’essersi confermato come un gradevole ritorno di un bravo autore è un buon risultato, che chi lo ha amato apprezzerà sicuramente.

Nicola Gervasini

giovedì 20 gennaio 2022

STEVE GUNN

 

Steve Gunn

Other You

(Matador, 2021)

File Under: Smart Folk

Ci sono musicisti bravi e meno bravi, ma una categoria tutta particolare (che non ha poi così tanti membri) è quella dei musicisti “intelligenti”. Che non è una mera valutazione di QI alla americana, e nemmeno un sinonimo di “furbo”, quanto la capacità di far fruttare le proprie qualità al massimo con scelte artistiche azzeccate. Steve Gunn potrebbe essere un buon esempio per rappresentare la categoria, perché di fatto parrebbe un artista con nulla di veramente speciale da offrire di diverso, se non l’essere uno dei tanti giovani americani attivi negli anni 2000 che si sono innamorati del brit-folk classico alla Michael Chapman (che infatti arriverà a produrre), e soprattutto Bert Jansch o John Fahey, per citare gli artisti a cui più assomiglia per vocalità e impostazione. Eppure, da almeno tre album, il suo nome è sempre in cima alle classifiche di varie testate musicali, e non solo quelle come la nostra che seguono un percorso di amore e rinnovo della tradizione, e che giustamente gli riconoscono un ruolo di primo piano in tal senso nel panorama odierno, ma anche in quelle che magari lo mettono a fianco di Lana Del Rey o Kanye West in una visione di panorama musicale globale moderno. Sarà così anche per Other You, disco infatti molto atteso dopo i tanti complimenti ricevuti con il precedente The Unseen in Between, e che non delude le aspettative confermando la sua continua maturazione. Stavolta Gunn si presenta con un disco molto sfaccettato, che avrebbe forse bisogno di più tempo per essere assaporato e valutato, ma anche ai primi ascolti l’album pare appunto “intelligente” perché riesce contemporaneamente a non tradire mai la sua impostazione folk di base aggiungendo ogni volta sempre qualche elemento nuovo senza mai stravolgere il tutto solo per farsi notare. Stavolta è lui stesso che attribuisce il merito alla stimolante ambientazione di Los Angeles, dove il disco è nato sfruttando quell’effetto straniante e contraddittorio del newyorkese (vive a Brooklyn, anche se è originario del Delaware) in vacanza nella West Coast. In ogni caso il team ormai consolidato con il produttore Rob Schnapf sembra aver assorbito come una spugna ogni suono in voga in questi ultimi 10 anni, compreso l’irresistibile mid-tempo di Protection, che potremmo definire come la canzone più tipica di questi anni dieci. È anche il caso di sottolineare come all’autore in grado di scrivere ancora canzoni segnanti, si aggiunge anche un chitarrista per nulla trascurabile, dato davvero raro in quest’epoca in cui l’aspetto tecnico dei musicisti pare non essere più richiesto. Tra brani comunque di spessore come Fulton e The Painter, si stagliano poi altri episodi che dimostrano la sua versatilità, come la Good Wind impreziosita dalla voce di Julianna Barwick, o il momento strumentale di Sugar Kiss che dimostra come Gunn ancora ragiona e costruisce gli album come si faceva un tempo, senza pensare troppo alle nuove esigenze di fruibilità della musica in streaming. Forse Other You non sorprende quanto i suoi predecessori, ma è solo perché ormai possiamo considerare Gunn un affidabile compagno di viaggio in una strada musicale sul cui futuro non è facile scommettere.

 

Nicola Gervasini

lunedì 3 gennaio 2022

NATHANIEL RATELIFF

 

Nathaniel Rateliff

Red Rocks 2020

(Stax Records, 2021)

File Under: Sadly Alone

 

Nell’era più difficile per la musica dal vivo, doveva prima o poi arrivare l’ondata di live-records nati in piena pandemia, e figli di quelle sale silenziose che molti artisti si sono trovati a dover affrontare, loro malgrado. Particolare anche l’idea di Nathaniel Rateliff di creare una sorta di seguito ad un suo album dal vivo uscito nel 2017 (Live At Red Rocks), quasi a voler confrontare l’effetto di un disco registrato davanti ad un pubblico festante e doverosamente accaldato, rispetto ad un set registrato nella stessa sala, ma stavolta a beneficio del tecnico del suono e pochi ristretti invitati.  Red Rocks 2020 è una sfida dunque, 18 brani che cercano di ribadire come la nuova soul music è abbastanza rovente da infiammare anche una sala vuota, pensato per consolare i tanti fans che non hanno potuto seguire il tour. Paradossalmente finisce per suonare poco come un concerto reale e molto come un album in studio registrato in presa diretta, tanto che se è seppur vero che manca forse la mano di una forte post-produzione e di sovraincisioni ad arricchire il piatto, il suono risulta decisamente più vivo, e alcune versioni ne guadagnano rispetto a quelle ufficiali in studio. E se nel precedente album c’erano i fidi Night Sweats ad accompagnarlo, per l’occasione Rateliff ha assemblato una band che prevede qualche vecchio collaboratore e una mini-sezione archi molto azzeccata, visto che il progetto nasce comunque come una sua sortita solista a sostegno dell’album del 2020 And It’s Stil Alright, disco che ben documentava un brutto periodo a seguito di un divorzio e della morte del suo produttore storico Richard Swift. La scaletta ricalca molto poco quella del live precedente, aggiungendo alcune novità uscite nel frattempo (All Or Nothing, You Need Me, What a Drag) e qualche recupero del suo antico repertorio (Early Spring Till, Shroud, This). In particolare, il brano Mavis viene usato a rappresentare l’album per quella sua triste constatazione di incomunicabilità forzata che i tempi del covid stanno rendendo ormai quasi normale. Tra le curiosità dell’album è da citare sicuramente la versione di There’s A War di Leonard Cohen, che vede la partecipazione di un Kevin Morby che come lui si trovava al Red Rocks a preparare un tour che non partirà mai. In ogni caso il disco ribadisce l’attitudine fortemente improntata all’attività concertistica di questo artista, che proprio grazie a pubblicazioni come queste si sta conquistando una solida e fedele fanbase negli USA, costruita sul modello di continuo contatto nel tempo che ha decretato negli anni il successo di Dave Matthews o dei Phish.

 

Nicola Gervasini

mercoledì 29 dicembre 2021

NichelOdeon, InSonar and Relatives

 

NichelOdeon, InSonar and Relatives – INCIDENTI, Lo Schianto

SNOWDONIA, 2021

Ci vorrebbe un libro per entrare nei meandri della carriera di Claudio Milano, ufficialmente “Ricercatore vocale, compositore e musicoterapista” secondo la sua biografia, ma, alla fine, un caso dove la passione del musicista e la ricerca del musicologo trovano una sintesi nei suoi tanti progetti sparsi in più di vent’anni di attività. Le sigle NichelOdeon e InSonar rappresentano alcuni dei tanti gruppi, anzi, “laboratori multimediali” come ama definirli lui, con cui pubblica dischi, e non è difficile chiedersi perché proprio la Snowdonia, etichetta abituata a pubblicare progetti complessi e visionari fin da quelli dei padroni di casa Maisie, abbia deciso di pubblicare questo INCIDENTI_Lo_Schianto, progetto che unisce tante collaborazioni per 76 minuti di musica. L’effetto un po’ stordente di tante parole e suoni di diversa provenienza è inevitabile, l’album infatti è nato probabilmente per essere ascoltato non con voracità e sempre tutto di fila, ma centellinato brano dopo brano. Claudio Milano comunque è il centro del progetto, in cui unisce rock, classica, jazz, world music e tanto altro (giusto per dare definizioni molto generiche che andrebbero poi sviscerate con più puntuale dovizia di particolari). Suoi anche i testi, anche se in alcuni casi è ricorso a rielaborazioni di lavori altrui come Variations on The Jargon King che riscrive un testo di Peter Hammill (il brano The Jargon King era sull’album Black Box del 1980), oppure la suite in 3 parti Ho Gettato mio Figlio da una Rupe Perché non Somigliava a Fabrizio Corona ha una fase col testo composto da un cut-up di frasi tratte dalle recensioni ai suoi precedenti dischi, intitolato ironicamente Il Coro dei Critici all'ultima Sponda del Commiato, tra le quali basterebbe citare la definizione di “The Antichrist of Italian Prog”.  Ovviamente non manca qualche riferimento letterario più classico come i “Una Strana Zingarella” di Dino Campana e “Profezia” di Pier Paolo Pasolini citati in Nyama (Gettarsi oltre) e un Idiota – Autoritratto (Tadzio’s Death) che, come è evidente, si ispira alle opere di Dostojevski e Mann, mentre alcuni testi portano la firma di Salvatore Lazzara (Senza Ritorno e Sabbia Scura). Per il resto, detto che anche la confezione dell’album rispetta gli standard di straordinaria cura e amore dell’etichetta, che non bada certo a spese nel nobilitare la sempre meno di moda arte del supporto rigido, non vi resta che provare ad addentrarvi nelle canzoni di Milano, tra testi esistenzialisti e poetici e strutture musicali che amano le sorprese e i cambi di tempo. Qualcuno appunto lo definisce prog italiano, ma sinceramente mi viene più naturale considerarlo un disco di musica “totale” che volutamente non cerca confini stilistici, e forse è proprio l’essere costretti a navigarci dentro senza coordinate il suo grande valore.

VOTO: 7

lunedì 6 dicembre 2021

THE BLEACHERS

 

The Bleachers - Take the Sadness Out of Saturday Night

RCA, 2021

 

Rifiutandomi di cedere ancora alla facile scappatoia di una definizione di “indie-pop” che ormai può includere di tutto, senza più dire niente di preciso, faccio effettivamente fatica a focalizzare un modo per descrivervi la musica dei Bleachers, soprattutto alla luce di questo loro terzo album Take the Sadness Out of Saturday Night. “Loro”, o farei meglio a dire “suo”, perché poi (questo si che è un vezzo tipico dell’era “indie”) il nome nasconde un progetto solista di Jack Antonoff, ragazzo del New Jersey nato a pane e Springsteen, ma innamorato delle mille possibilità produttive delle tastiere e delle programmazioni informatiche musicali. Ma anche poliedrico musicista (tra gli impegni anche quello di batterista per i Fun) che ama ammantare di effetti, loops e riverberi canzoni figlie di mille tradizioni, e soprattutto autore e produttore capace di sfornare hit per St Vincent (sua la produzione di Masseduction), Taylor Swift, Lana Del Rey, e tanti altri. Dicevamo Springsteen però, una presenza quasi obbligatoria nel background di uno del New Jersey, ma che mai come ora esce allo scoperto in questo album, vuoi perché il prode Bruce interviene di persona e presta la sua inconfondibile voce per il brano Chinatown, paradossalmente il più puramente pop e radiofonico (e diciamo meno springsteeniano) del lotto, vuoi perché gli arrangiamenti di altri brani del disco (Big Life, 45) celano un “wall of sound” alla Born To Run fatto di cori, campanelle e tanti suoni amalgamati. Ma il tutto viene comunque filtrato attraverso la voce per nulla da Jersey-sound del padrone di casa, e da mille interventi produttivi. Il risultato è spesso divertente (How Dare You Want More) o pure suggestivo (Don’t Go Dark), anche se resta un po’ la sensazione di rimanere storditi più che ammirati davanti a tante citazioni e elementi, in uno stile pop barocco che è sicuramente modernissimo, se è vero che anche il Beck più recente si aggira in questi paraggi sonori. Il disco dura solo 33 minuti ma ci sono idee almeno per un triplo, e ribadisce come Antonoff rimanga alfine sospeso tra una formazione decisamente da classic-rocker e velleità pop (il duetto con Lana Del Rey di Secret Life), finendo un po’ per sembrare troppo elaborato per il mondo degli ascolti fugaci dello streaming commerciale, e fin troppo autore di un pop mordi e fuggi per una audience più adulta. Ma pare evidente anche dalla pedante partenza di 91, brano che riprende un’opera della scrittrice Zadie Smith (che interviene di persona) confezionato con l’aiuto di Warren Ellis, che il progetto dei Bleachers sia diventata la sua palestra per provare spunti e idee e sfidare entrambi i mondi, forse per ricordarci quanto il confine tra vecchio e moderno oramai sia talmente labile da non poter più, appunto, trovare una sua giusta e riconoscibile definizione.

VOTO: 6,5

TERENCE TRENT D'ARBY

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