domenica 14 giugno 2009

JOHN DOE & THE SADIES - The Country Club


27/05/2009
Rootshighway



VOTO: 6
Sarà vero che ogni tanto bisogna lasciarli sfogare e farli divertire un po' questi nostri beniamini del rock, ma questo Country Club è probabilmente l'ultimo rappresentante di un mondo che si avvolge su sé stesso, si monadizza e cessa definitivamente di pulsare vitalità. Non ce l'abbiamo in particolare con il malcapitato - ma per noi sempre mitico e mitizzabile - John Doe, ma in generale con la troppa facilità con cui si ricorre ormai all'album di cover, al tributo, al disco da ricerca storica, al progetto nato per spirito di collaborazione. Un'arte nobile, che negli anni '90 ha probabilmente contribuito a regalare al rock la piena coscienza e conoscenza delle proprie radici e della propria ragion d'essere, ma che ora sta diventando un fastidioso appuntamento di ogni insigne discografia. Ci sono troppi dischi come Country Club in circolazione, progetti nati per pura passione, la stessa che ha portato il vecchio leader degli X e i Sadies, roots-band canadese di tutto rispetto e di grande esperienza, a unire le forze per dimostrare tutto il loro amore per il country e il bluegrass americano. Quindici brani, undici classici più tre titoli forniti della band dei fratelli Dallas e Travis Good (due sono strumentali) e una It Just Dawned On Me che porta l'illustre firma Doe/Cervenka, tanta classe e un suono molto pulito, quasi fin troppo levigato in alcuni momenti: è questo il piatto ricco che sa molto della solita minestra di quest'album. Il grande impegno profuso da John per interpretare super-classici come Help Me Make It Through The Night di Kris Kristofferson o Take This Chains From My Heart di Fred Rose risulterà sempre vano quando ne esistono già mille altre versioni, tra cui rispettivamente quelle di Gladys Knight e Ray Charles restano francamente imbattibili. Doe ha da sempre rappresentato il link tra il punk californiano e la musica delle radici americane, ma in questo disco sembra voler saltare definitivamente lo steccato a favore della seconda, perdendo tutta la carica e l'irriverenza che aveva animato ad esempio l'avventura dei Knitters, per certi versi assimilabili a questa nuova formazione per spirito ed intenti. Troppa perfezione dunque, troppa poca sfacciataggine nel dare le proprie versioni di Merle Haggard (Are The Good Times Really Over For Good) o di evergreen come (Now And Then) There's A Fool Such As I o Detroit (I Want To Go Home) del duo Mel Tillis/Danny Dill. Doe è uomo in grado di strappare applausi quando vuole, la versione di The Night Life di Willie Nelson è una delle sue migliori interpretazioni di sempre, ma recenti album come Forever Hasn't Happened Yet e il sottovalutato A Year in the Wilderness avevano dato l'impressione che l'artista avesse ancora molto da dire di suo, anche se non più a livelli di prima grandezza. Invece Country Club è proprio il disco di passaggio di cui si poteva fare a meno, un ascolto piacevole quanto un compitino ben svolto ma fine a sé stesso. (Nicola Gervasini)
www.myspace.com/thejohndoething

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