venerdì 5 giugno 2009

BEN WEAVER - The Ax in the Oak


20/05/2009
Rootshighway


VOTO: 6


Una volta scelta una strada, non si torna più indietro. E' questa la frase che deve avere avuto in testa Ben Weaver registrando questo The Ax In The Oak, una sorta di emanazione stilistica del precedente sforzo Paper Sky verso…appunto. Verso dove? Ricapitoliamo: Ben Weaver esordisce nel 1999 come nuovo paladino di quel dark-sound cantautoriale americano che può trovare in Richard Buckner un esempio per certi versi molto simile, e ha pubblicato alcuni album per la Fargo come Stories Under Nails e Blueslivinghollerin che rimangono opere sempre consigliabili. Nel 2007 ha però incontrato il produttore Brian Deck, l'uomo nell'ombra dei dischi dei Califone, Iron&Wine e dei Modest Mouse, e ne ha voluto sposare idee e suoni. E così se Paper Sky era un disco nato secondo il dogma del "si registra qualunque idea e la si pubblica, vediamo cosa viene fuori…", The Ax In The Oak è l'album che mette ordine in questo nuovo freak-rock elettrico e spesso elettronico, cercando di sviluppare le idee in canzoni più compiute e definite. Operazione riuscita in parte, perché il titolo non riesce ancora a riportare il suo nome nell'elenco degli artisti di primaria importanza, cosa che gli album precedenti avevano quasi rischiato di fare. Dodici brani che mischiano folk rigenerato in sogni elettrici (basta ascoltare l'apertura di White Snow, che parte con piglio lo-fi e si risolve in alcuni riff a presa rapida), o deliziosi episodi di saltellante pop elettronico come Pretty Girl. Deck si prodiga nel consigliargli mille soluzioni di suoni, tastiere e organi, mentre la voce di Erica Froman viene usata spesso più come strumento che come backing vocals di classica concezione. Manca però il colpo di genio perché un faticoso e funereo folk come Dead Bird possa esplodere in un'apoteosi di struggimento, invece di spegnersi lentamente in un malinconico tappeto di archi. Eppure stavolta Ben ha centrato almeno un grosso obiettivo, quello di aver finalmente trovato la struttura giusta per questi nuovi ritmi nel suo modo di scrivere, perché ad esempio una grande folk-songs come Anything With Words corre benissimo in quanto Deck invece di sgambettarla con inserti inopportuni, la nobilita con elettriche decise e sinistri feedback in tono con il testo. Ma altrove, come in Alligators & Owls, la ricerca dello strambo a tutti costi produce solo una brutta copia di tanti altri folker stralunati di questi anni. In generale l'album spara subito le cartucce migliori (piacciono anche Red Red Fox e Soldier's War), ma nel finale si siede su sperimentalismi ancora troppo fini a sé stessi (l'inutile strumentale Said In Stones o la lunga e faticosa Hey Ray). Autore di testi mai banali, anche se scroscianti di virtuosismi lessicali un po'esagerati, Ben Weaver è un artista che sta cercando ancora una nuova identità. Sembra sulla strada giusta, ma la meta finale non è ancora questa.(Nicola Gervasini)
http://www.benweaver.net/www.myspace.com/benweavermusic




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