martedì 23 giugno 2009

THE WILD SPECIALTIES - Beautiful Today


18/05/2009
Rootshighway

VOTO 7,5


Loro hanno tutta l'aria di non essersene neanche resi conto, ma Beautiful Today può tranquillamente entrare nel novero delle piccole sorprese dell'anno. Inaspettata per molte ragioni: primo perché viene dagli Wild Specialties, sconosciuta band olandese, esordienti su disco, ma non sulla strada (girano i festival di tutt'Europa da ormai quindici lunghi anni). Secondo perché anche se da queste parti siamo abituati a dischi di tutto rispetto fatti da dopolavoristi con l'hobby della canzone, Beautiful Today ha in certi momenti una statura da grande che lo distingue dal mondo della sufficienza. Forza dunque, avanti allora con il passaparola, unica speranza di dare giustizia a questo prodotto, visto che i ragazzi sono talmente poco convinti delle loro possibilità, che navigando on-line ci si dispera non poco anche solo per scoprire come e dove comprare questo cd (basta chiederlo direttamente a loro è la risposta, ma per evitarvi l'incombenza, sotto trovate un link utile al fine).

Voi direte: passaparola di che? Di un disco indefinibile, che passa per essere rock di derivazione springsteeniana (Be Still ha un incipit che sa delle sue cose più recenti, il maestoso finale di Beautiful Today sciorina sax alla Clemmons senza timore), ma che alla fine sembra più un disco buono per fare da sottofondo ad un cocktail after midnight in un lounge club di New York. Canzoni nate nella polvere delle strade roots dunque, ma ripulite in atmosfere jazzy (in Another Time par di sentire gli Steely Dan quando flirtavano con il country grazie alla chitarra di Jeff "Skunk" Baxter), negli elementi jazz-pop alla Paul Weller di Angels o di Red Sun, nei blues malati di Delta (Rivendel Blues) o nelle reminiscenze di quanto i Morphine insegnarono al mondo nel decennio scorso (Juliette). Non ci sono cadute di tono in questi brani, solo forse una mancanza di focus su dove vorrebbero andare o cosa vorrebbero essere, perché se è vero che fiati, violini e Fender Rhodes alla Brian Auger si sposano benissimo tra loro, alla fine il rischio per questi dischi è quello di rimanere oggetti troppo a cavallo di varie nicchie per conquistarsene una.

All=Fine rende bene l'idea: ha un riff di sax e un incedere percussivo rubato al Tom Waits anni 80, ma un distaccato formalismo di fondo che l'allontana dallo spirito da clochard del suo padre spirituale. Si frequentano mondi sonori più sofisticati qui, non necessariamente freddi, ma sicuramente volti altrove rispetto all'heartland-rock che sta alla base di tutto. Loro però non sembrano aver paura di sembrare troppo lievi e smussati, nemmeno quando in Cactus Night finiscono addirittura per ricalcare melodie alla Coldplay. Confusi su cosa aspettarsi da questo disco dunque? All'inizio anche noi, alla fine un po' forse anche loro stessi, eppure si ha sempre voglia di un altro giro, e questo è un risultato non indifferente in quest'epoca di frenetici ascolti on-line. Maneggiatelo con cautela dunque, ma se vi piace, abusatene pure.
(Nicola Gervasini)

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