giovedì 17 febbraio 2011

ELLIOTT MURPHY - Elliott Murphy


Da Elliott Murphy mi sono sempre fatto fregare volentieri. Sono più di vent'anni che mi capita di incappare in uno dei suoi tanti concerti tenuti in Italia, sono più di vent'anni che gli sento raccontare sempre le solite storielle sul rock (quella della confusione tra Jim e Van Morrison, raccontata per introdurre Party Girls & Broken Poets, gliela avrò sentita dire almeno 4 volte), sono più di vent'anni che le ascolto sempre volentieri. Murphy per noi è stato il simbolo del losers, il rocker talentuoso sottostimato e sottopagato che tutti abbiamo sventolato come bandiera di una resistenza rock fatta di canzoni intelligenti e dischi che toccavano il cuore. Oggi purtroppo sappiamo anche che seguire Murphy in questi anni 2000 è significato digerire una lunga serie di album comunque minori, che da troppo tempo non uscivano dal tran-tran collaborativo col pur bravo chitarrista Olivier Durand. E con le ultime uscite, al di là dei suoi atavici problemi produttivi, è anche affiorata una drammatica verità: se dal punto di vista delle storie Elliott resta una dei migliori imbonitori sulla piazza, sotto il profilo strutturale le sue canzoni soffrono ormai di una totale mancanza di idee.

Elliott Murphy ci viene presentato come il disco della svolta, ed è per questo che manca di titolo come spesso accade alle opere prime, perché ci sarebbe un nuovo suono, una nuova band e un nuovo produttore. E soprattutto torna ad essere un album registrato principalmente a New York. Poi leggi bene e scopri che l'uomo della svolta è nientemeno che suo figlio Gaspard Murphy, leggi bene che Olivier Durand è sempre della partita, leggi bene che la nuova fantasmagorica band è composta da vecchi amici e residuati del rock della Big Apple degli anni settanta (l'ex Mink DeVille Kenny Margolis per dirne uno). E senti bene che il piccolo Gaspard ha effettivamente dato una rinfrescata e una rimpinguata al sound, ma non ha avuto abbastanza coraggio da staccare la spina dell'acustica di papà, che in studio fa da sempre più danni che altro. Ma soprattutto nulla ha potuto contro il fatto che in sé il disco è effettivamente uno dei migliori sotto il profilo della realizzazione (tanto che qualcuno potrebbe anche essere indotto ad acclamare il nuovo Murph The Surf), dal punto di vista delle canzoni il lotto conferma la perdita del magic touch di Elliott.

Non che non ci siano spunti interessanti qui, come al solito riscontrabili nel citazionismo dell'iniziale Poise n' Grace, o nella splendida accoppiata Rain Rain Rain/Train Kept A Rolling che chiude più che degnamente il disco. Ma per arrivarci bisogna passare attraverso materiale di serie B come l'imbarazzante Rock'n Roll 'n Rock 'n Roll o giri da prima lezione di scrittura rock come The Day After You (impreziosita - si fa per dire - da pessimi riverberi di voce). L'equa divisione tra episodi comunque notevoli (Gone, Gone, Gone o anche la quasi pop-dance With This Ring) e altri dimenticabili, ci permette di concedere ad Elliott Murphy la palma di suo disco migliore per lo meno da Strings Of The Storm in qua, ma la sensazione che ci abbia fregato un'altra volta resta forte.
(Nicola Gervasini)

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