lunedì 23 giugno 2014

PHIL CODY


 Phil Cody 
Cody Sings Zevon
[
Appaloosa/ IRD 
2014]
philcody.bandcamp.com

 File Under: Things to do in Los Angeles when you're dead

di Nicola Gervasini (12/06/2014)
Che fine ha fatto Phil Cody? Sì, proprio quello che nel 1996 ha prodotto uno dei capolavori del mondo dei nuovi songwriters degli anni 90, quel The Sons of Intemperance Offering che non invecchia affatto con il passare degli anni. Quell'artista vivace e battagliero che, dopo un tentativo troppo tardivo di bissare l'esordio (il comunque discreto Big Slow Mover), è scomparso dalla circolazione, lasciandoci quell'amaro in bocca tipico di chi investe molto su un one-shot-artist. Phil Cody è vivo e vegeto, e pare non abbia smesso di scrivere e registrare musica, anche se continua a ritenere superfluo il fatto di pubblicarla. E rompe il silenzio solo ora con la più inutile e interlocutoria delle operazioni: il cover-record. Tardivo pure questo se vogliamo, visto che qui si omaggia un artista (Warren Zevon) che ci ha lasciati ormai più di dieci anni fa con sufficienti (anche se mai abbastanza) onori da parte dei colleghi.

Ma Cody ha i suoi tempi, e confeziona con gran cura di particolari un tributo monografico che ha comunque spunti interessanti. Registrato a Los Angeles con il produttore Chris Jay (leader degli Army Of Freshmen ma ancora più noto negli USA come opinionista del settimanale VC Reporter), Cody Sings Zevon la butta subito su atmosfere dark e acustiche per sfruttare la profondità della voce di Phil (che col tempo si è fatta più roca). Boom Boom Mancini eSplendid Isolation ad esempio aprono il disco in versione decisamente più rallentata, completamente private dell'elettricità degli originali. L'operazione pare funzionare, ma appena si affronta un classico come Johnny Strikes Up The Band viene subito a mancare qualcosa di fondamentale. Che non è certo la devozione verso il lavoro di Zevon, quanto l'urgenza di riproporlo alle nuove generazioni in una nuova veste che non sappia di vetusto (sarà forse perché le speranze che questo disco arrivi a qualche under 30 sono ridotte al minimo?).

E così gli episodi migliori sono proprio quelli dove qualcosa mancava già all'originale (tipo Mutineer o The Indifference of Heaven), visto che non sempre Zevon ha brillato negli studi di registrazione. Ma quando si affrontano i pezzi grossi, i risultati sono alterni: piace la tragica tensione di Roland The Headless Thompson Gunner, un po' meno il confuso arrangiamento di Play It All Night Long, sta in piedi una Heartache Spoken Here tirata a folk, non una troppo funereaDon't let Us Get Sick. Buon finale con Desperados Under The Eaves, e tutti a casa con la sensazione di aver perso davvero non uno, ma due grandi artisti. Il secondo però non è morto, semplicemente fa di tutto per far finta di esserlo. 

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