martedì 24 novembre 2015

MILK CARTON KIDS

The Milk Carton Kids
Monterey
(Anti, 2015)
File Under: Ryan & Pattengale Over Troubled Water

In Musica non è mai facile raggiungere il perfetto connubio tra forma e sostanza. La sostanza, leggi anche il songwriting, è facile che sia personale e possa avere quel pizzico di originalità che chiunque abbia necessità di esprimersi riesce in qualche modo a mostrare. Ma la forma è l’aspetto sempre più difficile, perché crearne una nuova è frutto di un rarissimo mix tra genio, personalità e studio. E così la storia della musica è piena, direi pure colma, di gruppi come i Milk Carton Kids, duo                (Kenneth Pattengale e Joey Ryan i loro nomi) proveniente dalla California, giunto ormai al quarto album. Monterey è infatti uno di quei prodotti formali e formalmente perfetti, in cui il modello del duo soft-folk acustico, che dagli ovvi riferimenti a Simon & Garfunkel e Everly Brothers passa attraverso la lezione poppish degli America per arrivare ai Lumineers e al nuovo easy-folk revival, viene assunto a unico obiettivo finale. E’ difficile trovare difetti ai loro intrecci di chitarre acustiche, o riscontrare smagliature negli impasti vocali che suonano a lungo provati (esercitatevi ad improvvisare anche un brano semplice semplice come Getaway, non ci riuscirete se non dopo molte prove). Impossibile non ritrovare sapore di ascolti antichi in una apertura come Asheville Skies, nel pigro incedere della title-track, per cui Paul Simon potrebbe chiedere partecipazione al copyright a prescindere dal numero di battute uguali ad uno qualsiasi dei suoi brani. E qui sta un po’ il bello e il brutto dei Milk Carton Kids, e cioè che sono i nuovi capostipiti di una corrente puramente estetica ed estetizzante del roots di questi anni dieci, dove la forma è tutto, e oltretutto serve solo a rinnovare una tradizione che i giovani sembravano aver perso (anche se poi il successo dei Lumineers ha dimostrato che a volte è solo questione del pezzo giusto al momento giusto e non di sonorità il vincere la guerra della rete in numero di ascolti e download). A noi però resta un disco piacevole quanto impalpabile, perché la sostanza manca di quel grado di personalità che li faccia elevare tra la folla, perché in tutto il disco non c’è un solo momento in cui si prova ad uscire da uno schema, nessuna piccola auto-violenza, nemmeno qualche piccolo atteggiamento da indie moderno per cui si possa presentarli come i nuovi Kings Of Convenience. C’è solo la pura forma di brani perfettini come Freedom (che rimanda ad America di Simon), qualche occhiatina a Nashville (High Hopes), ma nulla di più. Se è di forma che avete bisogno, allora Monterey è il disco per voi: è ineccepibile e inattaccabile. Se invece ancora credete nella sostanza, sappiate che arriverete alla fine dei 37 minuti riscoprendo il significato di noia e banalità. A voi la scelta.


Nicola Gervasini

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