martedì 2 febbraio 2016

Francesco De Gregori - Amore e Furto

Francesco De Gregori
Amore e Furto

Ammettiamolo, alla notizia di un album di cover dylaniane da parte di Francesco De Gregori, anche al suo più fervente fan è venuto naturale commentare ironicamente che in fondo lui sono più di quarant’anni che rifà Bob Dylan. E se lui stesso ha ammesso di aver rubato spesso in casa del ladro (lo stesso Dylan è un esperto ruba-melodie, secondo la buona tradizione folk per cui il plagio non è un reato, ma il fondamento dell’arte), e comunque non nasconde una certa rispettosa sudditanza artistica, va però notato che dal punto di vista delle liriche non c’è niente di più lontano dalla verbosità del Dylan più classico del suo noto ermetismo. Per questo Amore e Furto (Caravan/Sony) desta comunque curiosità, al di là dell’ottima produzione e riuscita del progetto, perché De Gregori si è costretto a non dire tutto in poche frasi, ma si è adattato al fluire delle parole dylaniane con grande opportunità. Non è la prima volta che ci prova, e di fatto qui vengono recuperate le già note Non dirle che non è così (in cui già aveva reso alla grande un testo difficilissimo come If You See Her say Hello), e la mastodontica Via Della Povertà, scritta nel 1974 con De Andrè.  Sentendosi comunque a casa, De Gregori svolge il compito con devozione, ma anche concedendosi un auto-plauso attraverso scelte lessicali decisamente personali, e persino una lunga serie di autocitazioni che potrebbero sembrare irriverenti. Corretto il titolo dunque, ma all’amore incondizionato e al furto benemerito, aggiungerei anche una sorta di investitura all’unico autore italiano che è stato veramente capace di conciliare canzone americana e melodia nostrana, uscendone Autore con la maiuscola e non solo seguace. Ai dylaniani veri giudicare le singole versioni (I Shall Be Released ha un coro un po’ fuori luogo, e non tutti i versi dell’intraducibile Subterranean Homesick Blues hanno il ritmo giusto, mentre Sweetheart Like You gli si cuce addosso fin dai primi versi) o scoprire se esistevano titoli a lui più affini (ma lui saggiamente pesca parecchio dal repertorio più recente), agli altri un pugno di ottimi brani nella nostra lingua che un italiano, comunque, non avrebbe mai scritto così.


Nicola Gervasini

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