giovedì 20 giugno 2013

THE STROKES

THE STROKES
COMEDOWN MACHINE
RCA
**
Gira tanta musica diversa a New York, lo sappiamo bene tutti. Se persino il monolitico rock urbano di Lou Reed ogni tanto si è fatto prendere da qualche sapore alternativo, figuriamoci una band come gli Strokes, eterna promessa (non si capisce mai quanto poi mantenuta) del rock “alternativo ma con un occhio al mainstream” anni 2000. Fece rumore il loro If This It nel 2001, e lo fece nella maniera più semplice, con le chitarre di Albert Hammond, Jr. a inseguire le melodie “rock quasi punk ma a tutti gli effetti pop” del leader Julian Casablancas. Brani semplici, diretti, radiofonici, commerciabilissimi senza essere per forza commerciali, ma digeribili anche da palati più esigenti. Niente di speciale in verità, se non forse davvero il disco giusto piombato nel momento più stanco e incerto della storia rock. Da allora però gli Strokes, tra litigi e pause di riflessione, non hanno più ripetuto l’exploit, pubblicando tre album accolti sempre più o meno freddamente da critica e pubblico. Non è un caso che Comedown Machine esca subito a ridosso del precedente Angles , forse davvero l’episodio più debole della loro storia. Perché fin dalle prime note di Tap Out si capisce che la band è alla disperata ricerca di una svolta, il colpo a sorpresa, che poi troppo a sorpresa non è se è vero che certi suoni anni ottanta, di cui questi brani sono infarciti a dismisura, sono almeno due-tre anni che ce li stiamo ritrovando un po’ ovunque. Operazione recupero più che nostalgia, sempre per quella teoria che gli ottanta saranno stati un decennio spesso musicalmente detestabile in quanto a soluzioni produttive, ma pur probabilmente sempre uno dei periodo più vivi, variopinti e creativi della musica. La buona notizia arriva comunque sul lato scrittura, dove Casablancas pare almeno aver ritrovato il proprio savoir faire in termini di brani power-pop veloci e immediati, come dimostra l’iniziale Tap Out, Happy Ending o Slow Animals. Ma la voglia di amalgamare il synth-pop di un tempo con il loro sound porta a qualche esagerazione di troppo che sa di scivolone nel puro trash come One Way Trigger, Chances o il pasticcio ipnotico di 80's Comedown Machine, manifesto programmatico del nuovo corso. Il classico suono degli Strokes comunque non è morto, e vive in brani come All The Time, 50 50 o Partners in Crime, ma non basta ad elevare un disco che tiene aperte tutte le perplessità sulla tenuta in lungo periodo della band.  

Nicola Gervasini

martedì 18 giugno 2013

JOSH KRAJCIK

JOSH KRAJCIK
BLINDLY, LONELY, LOVELY
BMG
***

Dobbiamo armarci sempre di buona volontà nel non avere pregiudizi quando si presenta un artista che negli Stati Uniti è noto soprattutto come uno dei talentuosi partecipanti dell’edizione 2011 di X Factor. Bisogna solo realizzare che forse oggi anche Smokey Robinson o Carole King sarebbero costretti a passare nelle fauci del talent-show per emergere. E va detto che Josh Krajcik aveva già due album all’attivo prima di diventare uno degli eroi della trasmissione, oltre ad una lunga gavetta da new-soul singer sui palchi di mezza America. Se vi presentiamo Blindly, Lonely, Lovely è dunque solo perché vorremmo evidenziare come anche in questi tempi in cui le vie di mezzo sono rare (pochissimi dischi prodotti da major generalmente fatti di spazzatura contro una miriade sconfinata di dischi autoprodotti o di piccole eroiche etichette che si fa a fatica a starci dietro), si può fare un prodotto di gusto, di valore…e di alto grado di commerciabilità. Prodotto da un pool di mestieranti della pop-music, capitanati dal veterano Steve Kipner, l’uomo che si è inventato Olivia Newton-John più di trent’anni fa insieme a molti successi della black-music anni settanta (oggi fa parte del team di Christina Aguilera), Blindly, Lonely, Lovely fa capire subito dove vuole andare a parare fin dalle percussioni iniziali di Nothing, che sono le stesse di Inner City Blues di Marvin Gaye. Ricetta già vista: un blue-eyed soul virato a pop moderno con grandi secchiate di Philly-sound, una voce profonda ma capace di seguire perfettamente le armonie per non uscire troppo dal seminato  in caso di programmazioni radiofoniche. Ma per fortuna anche brani con spina dorsale abbastanza solida per reggere il tempo come Back Where We Belong e una produzione comunque attenta a non sforare nel pacchiano anche quando si passa alla ballata romantica (No Better Lovers). soul-ballad classiche (The Remedy) o acustiche (Close Your Eyes) accompagnano l’ascolto senza scossoni ma con stile (solo Don’t Make Me Hopeful forse scivola in arrangiamenti poppish un po’ troppo scontati). Su tutto svetta la sua bella voce, figlia legittima della lezione di Teddy  Pendergrass e Lionel Richie. Non è certo un disco fondamentale, ma sono pur sempre 35 minuti di buon soul-pop, oltretutto tutti scritto di suo pugno (e quando sfiora atmosfere alla Terry Callier come in One Thing She’ll Never Know qualche applauso lo strappa). Fossero così tutti gli artisti sfoggiati dall’X-Factor nostrano saremmo anche più felici…
Nicola Gervasini


domenica 16 giugno 2013

JOHNNY DUK & The Dusty Old Band

Johnny Duk & The Dusty Old Band
On The Other Side
(Johnny Duk/PBR Record, 2013)
File Under: Blue-collar cantonale

Avevamo già incontrato lo svizzero Johnny Duk (al secolo Fabio Ducoli) tre anni fa in occasione dell’uscita del suo The River Of Dreams, e lo ritroviamo con piacere con il nuovo On The Other Side, album partorito con la sua fedele Dusty Old Band. Disco dedicato ai minatori svizzeri (un po’ come fu il Pica! di Van de Sfroos con quelli valtellinesi), in particolare quelli italiani morti nel 1908 durante la costruzione del tunnel ferroviario di Lötschberg, On The Other Side è album intriso di mitologia da blue-collar rock fin dall’iconica copertina e dai testi. Rispetto al disco precedente, decisamente improntato su sonorità acustiche (ma qui non mancano comunque i rimandi, come la conclusiva When I Was A Child), il nuovo sforzo vira decisamente sull’elettrico fin dal pesante riff che sostiene Broken Heart o dalle spigolature dell’epica My Brother e di Friends For A Lifetime. Quello che però si apprezza maggiormente è la varietà di stili, che toccano la musica irlandese (Irish On The Rocks), sapori di musica popolare (la divertente Little Country in a Big World), omaggi folk (la cover di Wayfaring Stranger) fino alle ariose ballate West Coast-style come Fly Away. Piacciono anche la pianistica Breath In, Breath Out (duetto con Michela Domenici) e il roccioso delta-blues alla Lynyrd Skynyrd  di Play My Guitar. Disco ben auto-prodotto e spesso caratterizzato dal violino e dalla fisarmonica di Claudia Klinzing (completano la band Maurizio Tedesco al basso e Oreste Pianezzi alla batteria), On The Other Side mostra un appassionato che, con tutti i limiti del caso, ha ormai ben imparato tutto il know-how del buon roots-rocker.
(Nicola Gervasini)












sabato 8 giugno 2013

BACKMASKING...un po' di storia


Dobbiamo tutto a quei burloni dei Beatles e al vizio di morire di Paul McCartney. O più precisamente ad un pomeriggio passato da John Lennon e il produttore George Martin a giocare con i nastri di quello che sarà l’album Revolver nel 1966. John si appassionò all’arte del backmasking quando registrò al contrario le basi strumentali di Tomorrow Never Knows e Rain, ma in seguito scoprì che il giochino funzionava anche con le voci. E così, anche solo “per vedere l’effetto che fa”, alla fine di I’m So Tired (brano del White Album uscito nel 1968), buttò lì la prima frase che gli venne mente. Quando uno studente dell’università del Michigan scoprì quel Paul Is Dead mugolato al contrario nel finale del brano, la storia dei messaggi subliminali nel rock ebbe ufficialmente inizio (e con quella anche il mito che il McCartney odierno sia solo un riuscito sosia di quello originale). E non ai già per loro natura satanici Rolling Stones (che professavano l’anti-Verbo alla luce del sole attraverso il testo di Sympathy for the Devil o mettendo foto di teste di caprone nelle copertine degli album), ma in qualche modo sempre ai Beatles dobbiamo l’utilizzo della tecnica per culti oscuri. L’inclusione (casuale pure questa) del padre del satanismo moderno Aleister Crowley tra i vip della copertina di Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band rese infatti popolare tra i fans del rock un personaggio altrimenti destinato all’oblio, tanto che Jimmy Page ne prese sul serio il culto e infarcì dei suoi simboli occulti ogni copertina dei Led Zeppelin, oltre che seminare messaggi nascosti nella loro super-hit Starway To Heaven del 1971 (dalla quale affiora a ritroso un chiaro I've got to live for Satan!). Ma i padri indiscussi del genere restano i Black Sabbath, che nel 1970 per primi inserirono un eloquente Sono Satana! Amami! nel loro album d’esordio. In quegli anni il tutto rimaneva però a livello di capriccio da rockstar, perché pochissimi a casa possedevano i mezzi tecnici per scovare queste frasi. Ma nel 1973 William Friedkin nel film L’esorcista mostra il primo messaggio satanico al grande pubblico (il diavolo comunica tramite una cassetta riprodotta al contrario), e i fans del rock capirono il trucco. La maggiore diffusione delle musicassette li aiutò nella spasmodica ricerca di messaggi nascosti, una caccia all’oro che trova la sua miniera nel 1974, quando nel vendutissimo album Eldorado degli Electric Light Orchestra (satanico già nella copertina) si scopre un Jeff Lynne in vena di burle che blatera È lui il cattivo, il Cristo infernale. Si dice che siamo uomini morti, ma chi ha il Marchio vivrà. E la moda esplode. Lo stesso Lynne all’argomento dedicherà addirittura un autoironico concept album (Secret Messages), uscito nel 1983 in piena era di caccia alle streghe scatenata dai movimenti cristiani americani. L’avvento dell’heavy metal rende infatti la pratica una consuetudine (Tom Araya degli Slayer ammetterà la natura puramente scenografica di tali messaggi), il fenomeno scatena congressi e articoli scientifici sui pericoli per le deboli e plasmabili menti dei giovani, fino alla clamorosa causa legale intentata nel 1984 dai genitori di un ragazzino suicida contro Ozzy Osbourne, reo di averlo istigato al folle atto con i messaggi subliminali tratti dal suo album Blizzard Of Ozz. Gli anni ottanta, era di splatter e band con nomi e copertine da Grand Guignol, saranno dunque l’età dell’oro del backmasking, se è vero che non si fecero mancare il loro bravo messaggio satanico neppure la zuccherosa Carrie degli Europe o il Michael Jackson che urla Satana è in me! in Beat It. Ma i messaggi subliminali hanno continuato a sopravvivere anche negli anni successivi, fino ai giorni nostri, indipendentemente dal genere (dal grunge di Soundgarden e Pearl Jam, fino al pop di Madonna e Britney Spears e al rap di Eminem), e dal tipo di messaggio, (da quelli a sfondo sessuale di Prince, fino a vere o proprie vendette personali, come quella del Roger Waters che in Amused To Death del 1993 irrise Stanley Kubrick in seguito ad un litigio). Uno scherzo davvero ben riuscito quello di John.


Nicola Gervasini

giovedì 6 giugno 2013

JIMI HENDRIX ...again

Oh No! Un altro album di Jimi Hendrix! Davvero incredibile quanti dischi possa fare un morto, eppure People, Hell and Angels (Legacy), nuova raccolta di inediti del chitarrista di Seattle, pare proprio l’anello mancante della sua breve storia artistica. Il produttore Eddie Kramer assicura che trattasi delle ultime registrazioni in studio disponibili, e giura che stavolta non sono stati fatti aggiustamenti e sovraregistrazioni, il che appare strabiliante vista la perfezione di queste versioni di brani già comunque noti. Stiamo parlando dell’Hendrix più maturo, quello che tra il 1968 e il 1969 si chiuse a registrare nei Plant Studios di New York con la nuova sezione ritmica composta da Billy Cox e Buddy Miles. Insomma, a parte qualche intruso incluso per rimpinguare il piatto (Let me Love You ad esempio è una registrazione antecedente con il sassofonista Lonnie Youngblood,  Izabella e Easy Blues sono invece il frutto di sessions con l’estemporanea band con cui si presentò a Woodstock), People, Hell and Angels è la cosa più vicina a quello che sarebbe dovuto essere il suo quarto album, se non fosse che tra mille ripensamenti, stravolgimenti e riscritture, Jimi non lo porterà mai a termine. Un Hendrix colto nel pieno del passaggio dal blues da power-trio degli Experience a quelle influenze jazz che probabilmente gli impedirono di essere soddisfatto di queste registrazioni quanto lo siamo noi.

Nicola Gervasini

giovedì 30 maggio 2013

SEMI-TWANG



Semi-Twang 
The Why and the What For
(Semi-Twang 2013)

 ricordi di gioventù


Il nome del gruppo magari no, ma la loro storia la conoscete già, è sempre quella, la stessa di tante altre band come Del Fuegos, Del Lords o Rave-ups. Accadde infatti che alla fine degli anni 80 le major discografiche rastrellarono i pub alla ricerca di gruppi che riportassero il rock da strada nelle classifiche. Di quell'esercito i Semi-Twang sono forse i più dimenticati anche dagli appassionati. Venivano da Milwaukee, e il loro unico disco del 1988 (Salty Tears, ancora reperibile nel mondo dell'usato online) finì presto tra i "forati" in offerta speciale. Il leader John Sieger lo definì "un alt-country album realizzato nel paradiso dei sintetizzatori", e questa basta per capire l'impossibilità ad emergere. Nel 2011 però gli ex ragazzi, nel frattempo tornati alla loro vita ordinaria, hanno deciso di riprovarci, se non altro per passione, incidendo a distanza di quasi quindici anni il secondo album Wages of Sin, con così tanto divertimento da bissare subito con il nuovo The Why and the What For. Liberi da produttori imposti e big-drum sound mal digeriti, i Semi-Twang odierni suonano un roots-rock dai sapori antichi e confezionato secondo manuale, sospeso tra ballatone alla Green On Red (The More She Gets The More She Wants), echi del Dylan elettrico (52 Jokers), tributi agli Stones di vario voltaggio (Contents Under Pressure, Miss Watson) e perfino soul-ballad sgangherate (You love Everybody). Proprio quest'ultima, se accompagnata al pensiero di quanto meglio facciano oggigiorno i JJ Grey & Mofro con lo stesso sound, indica bene la dimensione un po' casereccia del disco, onesto e genuino, ma non sufficiente a scatenare una loro riscoperta.
(Nicola Gervasini)

www.semi-twang.com

lunedì 27 maggio 2013

CHARLES BRADLEY



Charles Bradley 
Victim Of Love 
[Daptone  2013]

www.thecharlesbradley.com


 File Under: non è mai troppo tardi per il soul

di Nicola Gervasini (06/05/2013)La vicenda di Charles Bradley, "l'aquila urlante del soul" come l'hanno definito i critici americani, ve l'abbiamo già raccontata in occasione del suo primo album (No Time For Dreaming del 2011), ed è stata anche ben descritta in un film del 2012 reperibile anche in DVD (Charles Bradley: Soul of America del regista Poull Brien). 65 anni, ma discograficamente nato solo negli ultimi tre, Bradley ha trascorso una vita ad inseguire un'esistenza normale (vagabondo e cuoco le sue occupazioni principali), passando attraverso un paio di ricoveri che lo hanno visto molto vicino alla morte e il sogno di poter emulare il mito nato nel 1962, quando la sorella lo portò ad un concerto di James Brown che ne ha segnato l'esistenza. Tanto che il suo primo disco, al di là delle curiosità nate dalle particolari note biografiche, ci aveva lasciato perplessi proprio per l'eccessiva dipendenza dal Brown-pensiero, ma con Victim Of Love il nostro sembra invece aggiustare il tiro, mostrando anche - per quanto possa suonare paradossale dirlo parlando di uno over-sessanta - una evidente maturazione nel songwriting.

Accade che Bradley ha saputo meglio sfruttare l'apporto dei musicisti di casa Daptone, sempre guidati dal produttore Thomas "TNT" Brenneck, e soprattutto ha ampliato il range di influenze musicali, abbandonando il James Brown degli anni sessanta per spostarsi con passione nel decennio successivo, abbracciando in pieno l'era della Black Exploitation di Al Green (Let Love Stand A Chance), Isaac Hayes (la splendida Love Bug Blues), Curtis Mayfield (Confusion e Where Do We Go From Here?) , Booker T. & the M.G.'s (Dusty Blue). E dopo i toni pessimistici delle tante (e troppe) ballads del suo primo album, Bradley prova anche a lasciarsi andare a sentimentalismi (l'acustica Victim Of Love) e al puro gusto della vita (You Put The Flame On It), dove anche la tristezza di Crying in the Chapel (ballatona tutta fiati e arpeggi melodici alla Otis Redding) finisce per essere pretesto di gioia.

Resta il fatto che nonostante il generale miglioramento, continua a non esistere una "canzone alla Charles Bradley", e fin qui il peccato pare veniale in quest'era di personalità musicali derivate, ma lui però continua a dare l'impressione del fan che ha voluto provarci "per vedere l'effetto che fa" ad essere dall'altra parte del microfono. E la produzione sempre precisa e calligrafica del team della Deptone non riesce comunque a nascondere i toni da absolute beginner del soul tipici del personaggio. Come dire che Victim Of Love è un buon prodotto di un principiante di professione.

lunedì 20 maggio 2013

GUY FORSYTH


Guy Forsyth 
The Freedom To Fail 
(Blue Corn music 2012)

 gospel rock


Il disco è uscito a fine 2012, ma troviamo doveroso recuperare e segnalarvi questo notevole sforzo di Guy Forsyth. Chitarrista e armonicista esperto, richiesto session-man, Forsyth è un personaggio tutto da riscoprire, sia con gli album della sua Guy Forsyth Band (attivi fin dal 1995) che con la band di pre-war blues degli Asylum Street Spankers con cui ha spesso girato e collaborato. Buona occasione è The Freedom To Fail, ottimo prodotto intinto di blues (l'iniziale Red Dirt), gospel (la work-song tradizionale Sink'em Low) e roccioso rock americano di marca sudista (The Hard Way, con un testo che omaggia direttamente Tom Waits, Bob Marley, Jimmy Page e Bob Dylan, che il nostro si diverte ad immaginare come solitari suonatori notturni). Forsyth fa tutto da solo, aiutato solo da una sezione ritmica ligia ai suoi dettami (Jeff Botta e Nina Singh) e da una serie di interventi di amici, tra cui va notato quello di Jon Dee Graham nella coinvolgente Should Have Been Raining. Cinquanta minuti scarsi di musica e un livello che, dopo lo scoppiettante inizio, cala leggermente solo quando il nostro cerca le variazioni sul tema come Can't Stop Dancing, un esperimento jazzy-style alla Bocephus King che diverte senza però esaltare troppo, o ballate come Balance che evidenziano la sua non troppo incisiva vocalità o Thank You For My Hands che pare una cosuccia (sempre in odore di gospel-music) fin troppo elementare rispetto al resto. Ma nel finale il disco riprende quota, a partire dalla poppish Played Again fino al bel finale di Home To Me. Alla voce dischi minori, The Freedom To Fail appare come opera maggiore.
(Nicola Gervasini)

sabato 18 maggio 2013

LISA RICHARDS

Lisa Richards 
Beating Of The Sun 
(Lisa Richards 2012)
folk-songs for the soul


Continua a vivere un po' nelle retrovie Lisa Richards, cantautrice che avevamo scoperto a fine 2006 con l'album Mad Mad Love. Il suo è un mondo un po' a parte, fatto di buoni sentimenti, "musica per l'anima" come ama definirla sul suo sito, dove sviluppa anche un intensa attività di lezioni di canto, songwriting e musica. Folksinger di stampo classico, decisamente simile alla prima Laura Marling per timbro di voce e soluzioni musicali (anche se la Richards può vantare di essere sulla piazza da più tempo), la nostra si ripropone con Beating of The Sun, un disco che davvero consigliamo agli amanti della canzone d'autore femminile. Rispetto a Mad Mad Love l'album è decisamente più conservatore negli arrangiamenti, abbandona gli inserti di elettronica e le cover di facile consumo del precedente e punta tutto su una serie di canzoni autografe molto forti dal punto di vista compositivo, che toccano toni drammatici (First Sin e Into Gravesparlano di Olocausto) come più scanzonati (Open) con egual misurata compostezza. Manca forse quel quid in più a livello di produzione (il polistrumentista Jeff May si tiene sempre sul classico nella scelta degli strumenti) perché la sua musica possa far rumore in mezzo al mare di produzioni simili che assillano le nostre cassette della posta, ma è indubbio che brani come la title-track, Painful Game, l'epico finale di Save Me o il quasi blues di Old Crow sono la dimostrazione di una artista capace e da non perdere di vista.(Nicola Gervasini)

giovedì 16 maggio 2013

ARCHIE ROACH

Archie Roach 
Into The Bloodstream 
(Liberation Music 2012)
 
aussie soul 
Non ci eravamo dimenticati di Archie Roach, cantautore australiano di origine aborigena che negli anni novanta confezionò perlomeno tre album molto interessanti. E' solo che dopo Looking for the Butter Boy del 1996 (prodotto da Malcolm Burn), Roach era tornato ad operare nello stretto ambito del suo continente, pubblicando poco (3 album in quindici anni) e senza più clamori. Into The Bloodstream, uscito in patria già alla fine dello scorso anno, sembra giocarsi qualche carta in più e mostrare segni di rivalsa. Non si tratta di un ritorno, quanto piuttosto di una rinascita di un uomo che nel frattempo si è anche fatto un infarto e un cancro al fegato. Album lungo ma con il gran pregio della varietà di stili, presenta sì le classiche lente e ipnotiche ballate per cui lo si era tanto apprezzato (la title track, Mulyawongk,Hush Now Babies), ma anche una serie di divertenti e baldanzosi brani decisamente virati a gospel (Song To SingLittle By LittleWash My Soul in the River's Flow) se non proprio verso la soul music (Heal The PeopleTop of the Hill , I'm On Your Side). Le buone notizie arrivano dal duetto in reggae con Paul Kelly (suo scopritore e produttore dell'esordio Carchoal Lane del 1990) di We Won't Cry e dalla cavalcata blues diBig Black Train, che evidenzia la sua voce decisamente arrocchita. Il punto debole risiede invece in un certo manierismo nelle soluzioni, che rende il disco appetibile solo da cultori del classic-rock non bisognosi di colpi di genio. Per chi cerca solo storie dall'anima invece c'è di che godere.
(Nicola Gervasini)

www.archieroach.com.au

lunedì 13 maggio 2013

JJ GREY & MOFRO

JJ Grey & MofroThis River
[Alligator  
2013]
www.jjgrey.com


 File Under: vorrei la pelle nera

di Nicola Gervasini (22/04/2013)

Di come JJ Grey e i suoi Mofro siano destinati a rimanere una cult-band per appassionati abbiamo già discusso in occasione del devastante live Brighter Days del 2011. Restava però da sciogliere il dubbio su quanto la loro formula, fatta di roots-rock da jam-band post anni novanta e "quintalate" di soul e funky music anni settanta, potesse reggere sulla distanza nei lavori in studio. Dubbio instillato da un disco (Georgia Warhorse del 2010 ) che era parso più stanco, più prevedibile, o semplicemente minore rispetto all'accoppiata Country Ghetto/Orange Blossom che li aveva definitivamente lanciati nei nostri ascolti. Tanto che anche loro si sono presi una bella pausa di tre anni prima di ripartire con un nuovo disco, e la grande vittoria che This River ottiene fin dai primi ascolti è proprio quella di riuscire a confermare come buona una ricetta ormai consolidata, recuperando freschezza e capacità di azzeccare anche grandi brani.

Insomma, il primo grande merito dei JJ Grey & Mofro è stato quello di resistere, di non farsi prendere dalla frenesia di tentare improbabili evoluzioni verso chissà che cosa, di non aver partecipato all'80-revival imperante nel sound di questi ultimi due anni, solamente per trovare nuovi stimoli. Hanno invece proposto la solita minestra, solo che questa volta non sa di brodaglia riscaldata, ma è una leccornia fresca di giornata, fin dalle note mai così black di Your Lady, She's Lady e alle soul ballad Somebody Else e Tame A Wild One. Difficile quindi trovare differenze con il passato, se non forse un ulteriore passo verso la musica nera che li fa abbracciare con convinzione ritmi puramente funky (provate a pensare a Florabama in mano a Prince e capirete), tanto che il ritmo diventa spesso preponderante sulla canzone (Harps & Drums è 99% groove applicato ad un testo ridotto all'osso, come da manuale del maestro James Brown, che un pezzo del genere lo avrebbe tirato anche per venti minuti senza problemi).

Da qui l'utilizzo sempre più invadente della sezione fiati, il non curarsi poi troppo se certe melodie paiono già sentite in qualche disco di Solomon Burke (This River) e l'accento posto sulle lunghe soul-ballad come la splendida Write a Letter che rappresentano poi il punto forte dei loro concerti. Ciò che conta è che un giro strasentito come quello che sorregge Standing On The Edge risulta sempre convincente se ci si mette una gran voce e una band che suona in studio con la stessa verve dimostrata dal vivo (il finale sa di jam a briglia sciolta da chiusura di concerto). Inutile stare troppo a sottilizzare: JJ Grey scrive buone canzoni, canta sempre meglio con il passare del tempo e riesce a mantenere viva la vitalità della sua band: era esattamente questo che chiedevamo a This River. Fare di più non è mai stato compito suo.


  

TERENCE TRENT D'ARBY

  Se vi state chiedendo chi diavolo sia Sananda Maitreya , fatto del tutto comprensibile visto che dal suo unico successo internazionale pub...