giovedì 12 novembre 2015

BROTHERS KEEPER


Brothers Keeper 
Todd Meadows
[
Appaloosa/ IRD
 2015]
www.broskeeper.net
 File Under: bandism

di Nicola Gervasini (23/03/2015)

In fondo è consolante se ogni tanto in America a qualcuno viene ancora voglia di mettere in piedi una band (o una nuova Band diremmo) dedita alla più classica forma di roots-music. Le speranze di dire qualcosa di nuovo, o di scrivere nuove importanti pagine del genere, sono forse pari allo zero, ma la probabilità di poter produrre ancora della buona Americana sono molto alte, quando nei paraggi si aggira un nostro vecchio conoscente come Jono Manson. I Brothers Keeper sono un trio formato da veterani e session-men di genere come Scott Rednor (voce, chitarre), e la sezione ritmica di Michael Jude e John Michael, per quindici anni utilizzata dal celebre John Oates per le sue sortite soliste. Todd Meadows è il loro primo album, e per certi versi ricorda molto i dischi degli US Rails e di altri combo di validi cultori delle radici musicale statunitensi. 


Undici brani scritti dalla band con l'ausilio del citato Jono Manson (anche produttore) e l'armonicista John Popper dei Blues Traveler (vero sponsor-man dell'operazione), e due cover finali che servono solo a ribadire gli ovvi debiti di ispirazione, vale a dire una The Weight della Band forse anche fin troppo riverente e rispettosa, e una più interessante resa di I'll Be Your Baby Tonight di mastro Dylan. Due chicche sempre piacevoli (esiste forse un momento della nostra vita in cui potremmo non avere voglia di riascoltare The Weight, in qualunque versione essa sia?) che potevano anche rimanere relegate alle serate dal vivo, perché in fondo il disco camminava con le proprie gambe anche senza. La storia del fuggiasco per amore di Chamberlain (brano decisamente in stile primi Counting Crows), la malinconia della lontananza decantata in If Only For A While, i duelli chitarra-armonica di Days Go By (qui siamo in pieno territorio Blues Traveler), fino ad arrivare all'elegante southern-blues in stile Gregg Allman di Cold Rain (con un curioso duetto armonica - scratch da rapper nel finale). 

E ancora l'alt-country di Why Do You Fall, il bar-boogie muscolare di Nothing To Do, un brano affidato a Jono Manson anche alla voce (Bring The Man Down), a riprova del clima da suonata tra amici del disco (anche se forse, in amicizia, sarebbe stato meglio contenere i sempre un po' troppo invadenti interventi dell'armonica di Popper). Cantata collettiva finale in West Coast style con Still Missing You, e tempo ancora per una ospitata per la fisarmonica di Joel Guzman in Along The Way, prima delle cover di cui abbiamo già detto. Consigliato, ma siete avvertiti: sarà come entrare al bar e chiedere "il solito grazie" ed uscirne felici.

lunedì 9 novembre 2015

CESARE BASILE

Le ultime notizie su Cesare Basile e sulla sua indole da indipendente erano quelle di un clamoroso rifiuto dell’ambita Targa del Premio Tenco, sorta di Sacro Graal della musica d’autore italiana, in segno di protesta per le politiche vessatorie della SIAE. Lo aveva vinto nel 2013 grazie ad un disco impermeato da liriche in siciliano, un definitivo ritorno alle origini dopo un percorso artistico che dall’alternative-rock anglofono degli esordi con i Candida Lilith e i Quartered Shadows, lo aveva portato a sposare una formula tutta personale che ha prodotto tanti ottimi dischi (anche per altri artisti, vedasi la bella collaborazione con Nada). Tu prenditi l'amore che vuoi e non chiederlo più (Urtovox/Audioglobe) è il più classico degli album in cui l’artista di turno tira le somme di una carriera, mischiando sapori e storie nere regionali in lingua (Araziu Stranu, A Muscatedda) a testi d’autore (Filastrocca di Jacob Detto il Ladro).  A volte sembra una versione sudista di un disco di Vinicio Capossela (Franchina), ma alla fine è al De André di Nuvole o Anime Salve che brani come la title-track (che assomiglia a La Domenica delle Salme) o La Vostra Misera Cambiale guardano maggiormente. Lo aiutano alcuni vecchi amici come Manuel Agnelli, Rodrigo D’Erasmo o la bella voce di Simona Norato  per un album, a tratti (splendido il blues-siculo di Ciuri), davvero di altissimo livello.

Nicola Gervasini

venerdì 6 novembre 2015

Mumford & Sons

Non è ancora ben chiaro se i Mumford & Sons siano dei miracolati del “disco giusto al momento giusto” o se davvero possano rappresentare una delle realtà guida di una certa musica folk-oriented degli anni duemila, e di certo con il loro terzo album Wilder Mind (Island) la discussione sarà ancora più aperta. Eletti paladini del movimento indie-folk britannico nel 2009 con l’album Sigh No More, straordinario quanto inaspettato successo (più di un milione di copie vendute per un disco nato indipendente) che ha ridato vita ad un mercato discografico che da sotterraneo stava diventando sotterrato, la band di Marcus Mumford non aveva bissato con lo stanco Babel del 2012. Arriva così la più classica delle clamorose svolte stilistiche operata da una band con il fiato corto a causa delle troppe aspettative. Potevano rimanere nella loro pigra e piccola dimensione folk e non avrebbero fatto male a nessuno, invece loro si lanciano in una rivoluzione elettrica coraggiosa quanto stordente. Difficile non discutere davanti ad un brano come Believe, che sembra più adatto al repertorio da grandeur-rock dei Muse che a quello di una band nata come espressione dei buskers di strada, ma fate attenzione, perché in mezzo a tanta sovrapproduzione radiofonica troverete anche tracce di un talento (la bella Tompkins Square Park) che indica che questo pasticcio potrebbe essere un work in progress verso uno stile tutto loro.

Nicola Gervasini

martedì 3 novembre 2015

BIG STAR

BIG STAR
SOUTH WEST
Nova
***

Bisogna fare attenzione al feticismo rock. Chi scrive è, esattamente come voi, un assetato di chicche e rarità di ogni grande artista del passato, e sicuramente, tra ristampe e cofanetti, abbiamo tutti avuto tempo di renderci conto di quanti tesori siano rimati nascosti nel tempo a causa dei crudeli meccanismi delle case discografiche. Ma, detto che forse ormai si è raschiato tutto quello che c’era da raschiare, c’è sempre da fare una distinzione tra ciò che sarebbe stato un sacrilegio lasciare negli archivi, e ciò che invece rappresenta sì un valido documento di un’epoca, ma che forse può essere meno interessante come prodotto discografico in sé. Nel caso dei Big Star il box della Rhino Keep An Eye On The Sky del 2009 apparteneva sicuramente alla prima categoria, mentre South West, registrazione di un broadcast radiofonico del gennaio del 1975, appartiene senza dubbio al secondo caso. L’interesse storico di questi 34 minuti piuttosto sgangherati (e anche non proprio perfettamente registrati) è però alto, perché la registrazione coglie un allucinato Alex Chilton nel pieno del proprio delirio autodistruttivo, intento a presentare l’album Third (registrato nel 1974, ma in verità pubblicato solo nel 1978 per mancanza di labels interessate al titolo) eseguendo in veste acustica canzoni nuove che non faranno parte dell’album (e che verranno recuperate solo anni dopo nei suoi dischi solisti), una serie di cover più o meno nelle sue corde (la sua Femme Fatale di Lou Reed era già nota, più curiosa invece la stonatissima versione di I will Always Love You di Dolly Parton), e versioni di Oh Dana, Jesus Christ o Death Cab For Cutie che certo non lasciano presagire che un giorno questi brani sarebbero diventati dei classici che avrebbero fatto scuola per ogni band sotterranea degli anni 80 e oltre. Quasi a sottolineare lo sberleffo al proprio talento, finale con una The Letter che serve solo a far capire perché il suo meritato posto nell’olimpo rock è stato poi occupato da artisti sicuramente meno talentuosi, ma forse un po’ più furbi e capaci nello sfruttare il proprio successo. South West è dunque un cd per fan e storici del rock, ma purtroppo fallisce nel soddisfare la voglia di avere per le mani quel grande live che una band come i Big Star avrebbero meritato nei loro anni d’oro. E’ però un disco che coglie in pieno lo spirito di Chilton, un uomo che nel momento di cogliere il successo ha preferito camminare sul lato selvaggio seguendo cattivi maestri con esecuzioni sofferte e strascicate come queste (che tanto fanno venire in mente certi dischi di Vic Chesnutt), e che solo vent’anni dopo diverranno la regola di tutto l’indie-folk moderno. 

lunedì 26 ottobre 2015

LANGHORNE SLIM

LANGHORNE SLIM
THE SPIRIT MOVES
Dualtone
***1/2

Strano destino quello di Sean Scolnick, alias Langhorne Slim: salutato agli esordi come una vera nuova promessa della canzone folk, grazie ad un album (When the Sun's Gone Down del 2005) che resta un piccolo classico della musica indie degli anni zero, dieci anni dopo sembra essere un po’ dimenticato dai più. Colpa di due album (Langhorne Slim del 2008 e Be Set Free del 2009) che hanno fallito nel consolidarne la fama, e anzi, per molti erano suonati un po’ come una delusione (ma sarebbe il caso di riascoltarli bene), e forse colpa anche del suo essere personaggio schivo e non certo attento a seguire l’onda del nuovo folk. Lui però non si è perso d’animo, e già con The Way We Move del 2012 aveva dimostrato che la sua coerenza stilistica non era necessariamente da scambiarsi per mancanza d’idee. L’ironia della sorte è quindi quella di star maturando come autore e artista proprio quando le luci della ribalta non lo illuminano più, e sono rimasti in pochi ad aspettare il suo nuovo disco come quello che salverà una stagione discografica. Non che The Spirit Moves sia l’album che risveglierà il 2015 del mondo indie-folk da un certo torpore, ma, tra i sopravvissuti al decennio scorso, pochi possono ancora oggi vantare di scrivere ballate come l’acustica Changes o maneggiare a dovere un duello con un’intera sezione d’archi come quello di Whsiperin’, brano degno del giovane Bill Fay. Sebbene non ci siano fuochi d’artificio, non c’è nulla in questi dodici brani (per 37 minuti) che sia fuori tema. Eppure di certo Langhorne Slim non ama andare sul sicuro, azzarda anche pop-song tutto fiati e coretti come Strangers e ne esce comunque a testa alta, soul-ballad improbabili solo in apparenza come Life’s A Bell, sgangherati blues (Bring You My Love) che esaltano il wurlitzer di David Moore (tastierista, ma curiosamente anche autore del disegno di copertina) e una sezione di voci e fiati in puro stile New Orleans. Ma è proprio quando fa le cose più semplici, come nell’ottima Airplane o nel finale di Meet Again, brani sospesi un po’ tra Dylan e Will Oldham, che Slim dimostra di saperci davvero fare come folksinger. The Spirit Moves in un certo senso conferma i suoi pregi (ottenere molto con poco) e difetti (gli manca comunque sempre la zampata vincente), grazie ad una produzione attenta (a cura dell’amico e anche co-autore Kenny Siegal) e a brani brevi e diretti come Southern Bells. Bisognerebbe forse ricordarsi di lui più spesso quando si saluta con facilità l’ennesimo nuovo folksinger indipendente, potremmo scoprire che in fondo già avevamo trovato quello che ancora cerchiamo.

Nicola Gervasini

lunedì 12 ottobre 2015

TITUS WOLFE

TITUS WOLFE
HO-HO-KUS N.J.
Score and More Music
***1/2

Con un nome d’arte che sarebbe piaciuto molto a Tom Waits per uno dei tanti nighthawks che popolano le sue canzoni, il tedesco Titus Wolfe è il classico fan che si fa protagonista dopo anni di gavetta nei club di Francoforte. Titolare di una poco conosciuta discografia locale, Wolfe prova ad uscire dai suoi confini con un album nato come omaggio ad uno dei suoi padri spirituali, Willy DeVille. Storia vuole che Wolfe abbia mandato una sua versione di Heaven Stood Still che potrebbe essere quello che ne verrebbe fuori dando la canzone in mano ad un Greg Brown (molto simili le voci in alcuni momenti) a David Keyes, bassista di Deville. Convinto dalla bellezza della versione, Keyes ha organizzato per Wolfe una session nel New Jersey (da qui lo strano titolo del disco) con alcuni amici e professionisti di genere (spicca su tutti Kenny Margolis alle tastiere), per un album che racchiude le migliori composizioni di Wolfe e due cover in omaggio a Deville (oltre a Heaven Stood Still, anche Angels Don’t Lie, struggente ballata ripescata da Loup Garoup). L’album ha una partenza particolarmente triste e ispirata con le notevoli Your Name in The Clouds e Too Far Gone, perfette per esaltare il suo vocione roco e basso, ed è solo con Guru For A Dime (qui Margolis si esalta con il Wurlitzer) che si trova un po’ di ritmo. Da qui si procede su buoni livelli, per quanto sia evidente che Wolfe non sia interessato a dimostrare particolare originalità e innovazione nelle soluzioni. Where Roses Grow, A Trip Nowhere (che sembra una ballata dello Springsteen epoca Devils And Dust), Calling Your Name o la soffice The Trouble You Must Have Seen si susseguono tra sussurri e una particolare attenzione ai suoni caldi e riverberati, evidenziando un autore comunque capace e un interprete di livello. Esame di maturità dunque superato per Wolfe, uno dei tanti che vede l’omaggio come punto di partenza per la propria arte, anche quando potrebbe farne a meno, come quando affronta l’abusatissima Willin’ dei Little Feat facendosi aiutare alla voce da Joe Lynn Turner, ex vocalist dei Rainbow e dei Deep Purple (Mark 5), uscendone degnamente, ma non aggiungendo poi niente che già i suoi brani non fossero in grado di dire. Consigliato per Deville-lovers e amanti della buona canzone roots.


Nicola Gervasini

giovedì 1 ottobre 2015

DAN WALSH

Dan Walsh
Incidents and Accidents
(Dan Walsh, 2015)
File Under: Banjo on my Knee

Abbiamo incontrato Dan Walsh solo nelle vesti di chitarrista (per Romi Mayes) e produttore (per Brock Zeman), ma affrontiamo per la prima volta un suo lavoro solista. Banjoista di altissimo livello e adepto di una roots-music vecchio stampo, Walsh è inglese, e con questo Incidents And Accidents sta ottenendo critiche positive soprattutto dalla stampa britannica, che già aveva spinto non poco il precedente Same But Different. Suonato con l’ausilio del violino di Patsy Reid e il mandolino di Nic Zuappardi (bandita la sezione ritmica invece…) , l’album è un piccolo manuale di musica rurale, eseguita con rigore anche negli strumentali (The Tune Set) e nei brani più autoriali (The Missing Light). Si potrebbe fare il paragone con gli album di William Elliott Whitmore, ma a Walsh manca una voce così caratterizzante, e soprattutto sembra essere meno interessato ad avventurarsi fuori da schemi predefiniti. Il disco è comunque piacevole e interessante, anche se pare difficile condividere l’entusiasmo d’oltremanica se non constatando come sempre più le posizioni estreme e meno volte ad un futuro (incerto e forse inesistente per quanto riguarda questo tipo di musica, ma vale davvero la pena smettere di cercarlo?) ottengano i consensi di critica più sperticati. In ogni caso dategli un ascolto e non avrete comunque perso tempo.

Nicola Gervasini

lunedì 27 luglio 2015

BROWN BIRD

BROWN BIRD
AXIS MUNDI
Supply & Demand
***
Nel cantautorato di marca folk/roots due sono le vie oggigiorno: o seguire la linea di songwriting classica del rock americano da Dylan in giù, oppure assumere un atteggiamento più dimesso, “indie” si dice ormai da almeno vent’anni, decisamente più “british” nel suo essere solo apparentemente fuori dagli schemi. Perché poi ad uno schema risponde anche l’arte dei Brown Bird, duo indie-folk formato da David Lamb (barba d’ordinanza, voce alla Sam Beam, aria timido-depressa come da manuale) e la bassista/violoncellista/violinista MorganEve Swain (bellezza dimessa, non volgare, nascosta…sempre come da manuale). Duo attivo fin dal 2007 con una disordinata discografia tra ep e album interi (anche questo aspetto risponde ad un preciso canovaccio alla Will Oldham e compari), pubblicano con questo Axis Mundi la loro opera finale, visto che Lamb si è spento alla fine dello scorso anno per una leucemia, lasciando alla Swain la difficile decisione su come continuare la carriera. Un po’ come è stato The Wind di Warren Zevon, Axis Mundi è dunque un disco registrato da un artista conscio di eseguire il proprio canto del cigno, e questo lo rende già emotivamente pregnante e significativo. Ma la fretta di chiuderlo (o forse, visto quanto molti di questi brani suonino abbozzati, non è in verità stato finito) ha forse portato a pubblicare un’opera interessante quanto contraddittoria. I riferimenti più evidenti, oltre a quelli citati dei mostri dell’indie-folk dell’ultimo ventennio, potrebbe comprendere anche Syd Barrett (quanti Pink Floyd si sentono in Forest and Fevers?), vuoi anche per quell’amore dell’arrangiamento scarno e zoppicante che molti brani mantengono. I due di fatto hanno fatto tutto da soli in casa, senza altri session-man, ed è un peccato forse, perché qua e là in una scaletta di ben quindici titoli si ravvisano non pochi embrioni di ottime canzoni (Focus, Adolescence, Ephrain). Ma in mezzo troviamo anche troppe idee già note e sentite meglio sviluppate da altri (Iron & Wine su tutti qui direi), e quell’aria di disco casalingo che forse è ora di lasciarsi un po’ alle spalle, dopo che tanto ha contribuito a salvare la musica folk nei tempi di crisi dei primi anni duemila. Non c’era tempo probabilmente, o Lamb invece davvero cercava il proprio Pink Moon prima di lasciarci, in ogni caso questo testamento lascia una eredità monca, e la morte del protagonista ha impedito che la sigla Brown Bird potesse maturare in qualcosa di veramente importante per i prossimi anni. Peccato, in ogni caso.

Nicola Gervasini

mercoledì 22 luglio 2015

SAM LEWIS

SAM LEWIS
WAITING ON YOU
Brash Music
***1/2
Il suo nome è un po’ ordinario e sarà difficile tenerlo a mente o distinguerlo (banalmente, anche ricercare informazioni nel web appare impresa alquanto difficoltosa visti i tanti casi di omonimia in cui si incappa), ma Sam Lewis, musicista attivo da anni a Nashville al secondo album solista in carriera dopo il debutto omonimo del 2012, è uno da cominciare a tenere d’occhio. Nulla di nuovo: il suo è un mix di voce da cantautore roots classico (molto simile a quella di Amos Lee direi), un approccio alla roots-music pieno di ritmi (il gospel caraibico dell’iniziale ¾ Time ricorda il miglior Brett Dennen) e molto soul nella musica (Love Me Again potrebbe essere una ballata di Van Morrison). Registrato a Nashville con qualche nome noto in session (Darrell Scott, Will Kimborough, la Wood Family ai cori), Waiting On You è il classico album senza sbavature, che scorre senza intoppi da capo a fine, con una serie di brani in stile tradizionale ben scritti e ancora più finemente arrangiati. Lewis è un amante delle ballate romantiche e intense, siano esse di marca black/soul (la title-track) o anche country (She’s a Friend, materia che un Willie Nelson in versione malinconica troverebbe irresistibile). Ma il menu offre anche momenti di svago, come la lunga cavalcata dylaniana di Things Will Never Be The Same, divertissement che introduce alla bellissima Talk To Me, sospesa a metà tra il Ray Lamontagne più ispirato e l’innegabile peso della lezione di Van Morrison. Reinventing The Blues è invece un episodio più ordinario, canzonetta in dodici battute che serve ad alleggerire i toni di un album emotivamente molto intenso, prima di arrivare al gospel-country di Never Again (inconfondibile qui il tocco di Darrell Scott), ad una Texas che ha antichi sapori da outlaw-country degli anni settanta, così come Little Time sembra un brano di Jesse Winchester. Finale importante con l’acustica Virginia Avenue, tripudio di dobro e slide per una malinconica ballata di pregevole fattura, ma apoteosi finale con la corale I’m Coming Home, davvero riuscito finale che potrebbe richiamare mille nomi (mi torna in mente il primissimo Kris Kristofferson o John Prine anche), ma che alla fine evidenzia come, seppur nel suo stile per nulla originale, Sam Lewis è uno che ci sa fare. Non aspettatevi rivoluzioni, quanto piacevoli e sempre ben accolte conferme.

lunedì 6 luglio 2015

SUGARCANE JANE

SUGARCANE JANE
DIRT ROAD’S END
ArenA recordings
***
Non muore mai l’abitudine del duo di coniugi folk nella tradizione americana, e così non è certo nuova la formula dei Sugarcane Jane, coppia di musicisti che si presenta romanticamente mano nella mano fin dalla copertina di questo Dirt Road’s End. Lui è Anthony Crawford, session man che i fans di Neil Young ricorderanno come membro degli Shocking Pinks (con cui Young ha registrato Everybody’s Rockin’) e negli International Harvesters (la band che lo spalleggiò nel tour per Old Ways, apprezzabili nel bel live A Treasure uscito nel 2011), oltre che collaboratore di Dwight Yoakam (grazie al quale ha pubblicato nel 1993 un suo album solista prodotto da Pete Anderson), Steve Winwood e Nicolette Larson. Lei invece è Savana Lee, giovane buskers senza grandi esperienze finché un tour a spalla di Loretta Lynn e tanta vita da musicista di strada non le hanno aperto le porte degli studi di Nashville come autrice e musicista nei dischi, tra gli altri, di Lucinda Williams e Emmylou Harris. Due figure fortemente legate a Nashville e alla country music, che sotto il nickname di Sugarcane Jane offrono però un country-folk da strada che ricorda molto i momenti più rurali dei Bodeans (sarà per la somiglianza della voce di Crawford con quella di Sam Llanas). Dirt Road’s End (che è già il loro quarto titolo) è un disco che, nonostante l’assenza di batteria (ma ci sono mille percussioni di ogni altro tipo), è un album molto ritmato, gioioso e quasi da ballare. Sia l’indiavolato rock acustico di Heartbreak Road o la cavalcata da bisonte della strada di Not Another Truck Song, le canzoni del duo sono perfettamente coerenti con l’immaginario da strada che ha fatto da cornice alla loro carriera, capaci di lanciarsi in country corali alla Gram Parsons come Sugar o in baldanzose gighe folk da festa paesana come Ballad Of Sugar Jane. Ci sanno fare anche con la penna (Home Nights, San Andreas), anche se a livello produttivo il clima decisamente da instant-record fa perdere un po’ i dettagli, e il muro di acustiche, mandolini e mille altri strumenti acustici a volte pare un po’ confuso  e non sempre ben amalgamato, ma pare evidente l’intenzione di ricreare in studio il clima e il suono di una esibizione di piazza. Disco fresco sebbene legato senza troppi voli di fantasia ad una tradizione consolidata. Solo per veri viaggiatori.

Nicola Gervasini

mercoledì 1 luglio 2015

MANDOLIN ORANGE

MANDOLIN ORANGE
SUCH JUBILEE
Yep Roc.
*** 1/2

Storie di raccolti, montagne rocciose, miniere abbandonate, amori impossibili da maturare nella vita desolata della provincia americana. Esiste ancora questo immaginario semplicemente perché l’America non ha mai smesso di avere angoli in cui il tempo si è fermato da almeno un secolo, fuori dalle coordinate del grande correre degli Stati Uniti di Obama per non perdere il ruolo egemone che la storia gli aveva assegnato nel ventesimo secolo. E se esiste ancora quell’America, normale che esistano e nascano ancora  band come i Mandolin Orange, nome quanto mai esplicativo sulla direzione della loro musica. Duo formato da Emily Frantz e Andrew Marlin, vengono dal North Carolina e hanno all’attivo già quattro album prima di questo Such Jubilee, secondo disco decisamente americana-oriented edito per la Yep Roc.. Musicalmente non è niente che già non si era sentito dalle band dell’alternative country anni 90, o, se vogliamo, potremmo presentarli come una versione meno lugubre e più melodica della Handsome Family, capaci di portare in cascina brani di struttura tradizionale come Old Ties and Companions, ma anche ottime prove d’autore come l’acustica Rounder. Unico membro aggiunto in session è Josh Olivier (che aggiunge voci, chitarre e wurlitzer qua e là), per il resto il disco è completamente autoprodotto dal duo, ormai capace di dimostrare piena maturità anche nell’amalgamare le tante chitarre acustiche con il violino della Frantz (bellissima, in questo senso, From Now On). L’album comunque ha un tono decisamente dimesso e crepuscolare, permeato da una grande malinconia che traspare anche dai testi, intrisi di tutti quei fantasmi che una provincia in crisi (umana, ancora prima che economica) si portano ancora appresso. La vita è altrove sembra dire un brano come Jump Mountain Blues, vero inno all’impossibilità di trovare la felicità tra le rocce desolate del North Carolina (“adesso ogni pensiero di te è solo un piccolo ricordo di tutti i miei rimpianti, se solo tu avessi conosciuto la vera felicità, probabilmente ci sarebbe un fantasma in meno che si aggira come un bambino perduto in queste colline di Rockbridge County”), o un titolo già di per sé esemplificativo di ciò che rimane come Blue Ruins. All’economia del disco manca forse il momento di respiro in mezzo a tanta mestizia, ma è palese che non era nelle intenzioni del duo dare un attimo di tregua: gli Stati Uniti inseguono la Cina, la Russia, il mondo Arabo, e intanto si stanno dimenticando dei luoghi che hanno fatto la loro storia. E resta solo questa musica a ricordarli.
Nicola Gervasini

TERENCE TRENT D'ARBY

  Se vi state chiedendo chi diavolo sia Sananda Maitreya , fatto del tutto comprensibile visto che dal suo unico successo internazionale pub...