In fondo è consolante se ogni tanto in America a qualcuno viene ancora voglia di mettere in piedi una band (o una nuova Band diremmo) dedita alla più classica forma di roots-music. Le speranze di dire qualcosa di nuovo, o di scrivere nuove importanti pagine del genere, sono forse pari allo zero, ma la probabilità di poter produrre ancora della buona Americana sono molto alte, quando nei paraggi si aggira un nostro vecchio conoscente come Jono Manson. I Brothers Keeper sono un trio formato da veterani e session-men di genere come Scott Rednor (voce, chitarre), e la sezione ritmica di Michael Jude e John Michael, per quindici anni utilizzata dal celebre John Oates per le sue sortite soliste. Todd Meadows è il loro primo album, e per certi versi ricorda molto i dischi degli US Rails e di altri combo di validi cultori delle radici musicale statunitensi.
Undici brani scritti dalla band con l'ausilio del citato Jono Manson (anche produttore) e l'armonicista John Popper dei Blues Traveler (vero sponsor-man dell'operazione), e due cover finali che servono solo a ribadire gli ovvi debiti di ispirazione, vale a dire una The Weight della Band forse anche fin troppo riverente e rispettosa, e una più interessante resa di I'll Be Your Baby Tonight di mastro Dylan. Due chicche sempre piacevoli (esiste forse un momento della nostra vita in cui potremmo non avere voglia di riascoltare The Weight, in qualunque versione essa sia?) che potevano anche rimanere relegate alle serate dal vivo, perché in fondo il disco camminava con le proprie gambe anche senza. La storia del fuggiasco per amore di Chamberlain (brano decisamente in stile primi Counting Crows), la malinconia della lontananza decantata in If Only For A While, i duelli chitarra-armonica di Days Go By (qui siamo in pieno territorio Blues Traveler), fino ad arrivare all'elegante southern-blues in stile Gregg Allman di Cold Rain (con un curioso duetto armonica - scratch da rapper nel finale).
E ancora l'alt-country di Why Do You Fall, il bar-boogie muscolare di Nothing To Do, un brano affidato a Jono Manson anche alla voce (Bring The Man Down), a riprova del clima da suonata tra amici del disco (anche se forse, in amicizia, sarebbe stato meglio contenere i sempre un po' troppo invadenti interventi dell'armonica di Popper). Cantata collettiva finale in West Coast style con Still Missing You, e tempo ancora per una ospitata per la fisarmonica di Joel Guzman in Along The Way, prima delle cover di cui abbiamo già detto. Consigliato, ma siete avvertiti: sarà come entrare al bar e chiedere "il solito grazie" ed uscirne felici.
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giovedì 12 novembre 2015
BROTHERS KEEPER
lunedì 9 novembre 2015
CESARE BASILE
Le ultime notizie su Cesare
Basile e sulla sua indole da indipendente erano quelle di un clamoroso rifiuto dell’ambita Targa del Premio
Tenco, sorta di Sacro Graal della musica d’autore italiana, in segno di
protesta per le politiche vessatorie della SIAE. Lo aveva vinto nel 2013 grazie
ad un disco impermeato da liriche in siciliano, un definitivo ritorno alle
origini dopo un percorso artistico che dall’alternative-rock anglofono degli
esordi con i Candida Lilith e i Quartered Shadows, lo aveva portato a sposare
una formula tutta personale che ha prodotto tanti ottimi dischi (anche per
altri artisti, vedasi la bella collaborazione con Nada). Tu prenditi l'amore che vuoi e
non chiederlo più (Urtovox/Audioglobe) è il più classico degli album in
cui l’artista di turno tira le somme di una carriera, mischiando sapori e
storie nere regionali in lingua (Araziu
Stranu, A Muscatedda) a testi d’autore (Filastrocca
di Jacob Detto il Ladro). A volte
sembra una versione sudista di un disco di Vinicio Capossela (Franchina), ma alla fine è al De André
di Nuvole o Anime Salve che brani come la title-track (che assomiglia a La Domenica delle Salme) o La Vostra Misera Cambiale guardano
maggiormente. Lo aiutano alcuni vecchi amici come Manuel Agnelli, Rodrigo
D’Erasmo o la bella voce di Simona Norato per un album, a tratti (splendido il
blues-siculo di Ciuri), davvero di
altissimo livello.
Nicola Gervasini
venerdì 6 novembre 2015
Mumford & Sons
Non è ancora ben chiaro se i Mumford & Sons siano
dei miracolati del “disco giusto al momento giusto” o se davvero possano
rappresentare una delle realtà guida di una certa musica folk-oriented degli
anni duemila, e di certo con il loro terzo album Wilder Mind (Island) la discussione sarà ancora più aperta. Eletti
paladini del movimento indie-folk britannico nel 2009 con l’album Sigh No More, straordinario quanto
inaspettato successo (più di un milione di copie vendute per un disco nato
indipendente) che ha ridato vita ad un mercato discografico che da sotterraneo
stava diventando sotterrato, la band di Marcus Mumford non aveva bissato con lo
stanco Babel del 2012. Arriva così la
più classica delle clamorose svolte stilistiche operata da una band con il
fiato corto a causa delle troppe aspettative. Potevano rimanere nella loro
pigra e piccola dimensione folk e non avrebbero fatto male a nessuno, invece
loro si lanciano in una rivoluzione elettrica coraggiosa quanto stordente.
Difficile non discutere davanti ad un brano come Believe, che sembra più adatto al repertorio da grandeur-rock dei
Muse che a quello di una band nata come espressione dei buskers di strada, ma fate
attenzione, perché in mezzo a tanta sovrapproduzione radiofonica troverete
anche tracce di un talento (la bella Tompkins
Square Park) che indica che questo pasticcio potrebbe essere un work in
progress verso uno stile tutto loro.
Nicola Gervasini
martedì 3 novembre 2015
BIG STAR
BIG STAR
SOUTH WEST
Nova
***
Bisogna fare attenzione al feticismo rock. Chi scrive è, esattamente
come voi, un assetato di chicche e rarità di ogni grande artista del passato, e
sicuramente, tra ristampe e cofanetti, abbiamo tutti avuto tempo di renderci
conto di quanti tesori siano rimati nascosti nel tempo a causa dei crudeli
meccanismi delle case discografiche. Ma, detto che forse ormai si è raschiato
tutto quello che c’era da raschiare, c’è sempre da fare una distinzione tra ciò
che sarebbe stato un sacrilegio lasciare negli archivi, e ciò che invece
rappresenta sì un valido documento di un’epoca, ma che forse può essere meno
interessante come prodotto discografico in sé. Nel caso dei Big Star il box della Rhino Keep
An Eye On The Sky del 2009 apparteneva sicuramente alla prima
categoria, mentre South West, registrazione di un broadcast radiofonico del gennaio
del 1975, appartiene senza dubbio al secondo caso. L’interesse storico di
questi 34 minuti piuttosto sgangherati (e anche non proprio perfettamente registrati)
è però alto, perché la registrazione coglie un allucinato Alex Chilton nel
pieno del proprio delirio autodistruttivo, intento a presentare l’album
Third (registrato nel 1974, ma in verità pubblicato solo nel 1978 per
mancanza di labels interessate al titolo) eseguendo in veste acustica canzoni
nuove che non faranno parte dell’album (e che verranno recuperate solo anni
dopo nei suoi dischi solisti), una serie di cover più o meno nelle sue corde (la
sua Femme Fatale di Lou Reed era già
nota, più curiosa invece la stonatissima versione di I will Always Love You di Dolly Parton), e versioni di Oh Dana, Jesus Christ o Death Cab For Cutie che certo non
lasciano presagire che un giorno questi brani sarebbero diventati dei classici che
avrebbero fatto scuola per ogni band sotterranea degli anni 80 e oltre. Quasi a
sottolineare lo sberleffo al proprio talento, finale con una The Letter che serve solo a far capire
perché il suo meritato posto nell’olimpo rock è stato poi occupato da artisti
sicuramente meno talentuosi, ma forse un po’ più furbi e capaci nello sfruttare
il proprio successo. South West è dunque un cd per fan e
storici del rock, ma purtroppo fallisce nel soddisfare la voglia di avere per
le mani quel grande live che una band come i Big Star avrebbero meritato nei
loro anni d’oro. E’ però un disco che coglie in pieno lo spirito di Chilton, un
uomo che nel momento di cogliere il successo ha preferito camminare sul lato
selvaggio seguendo cattivi maestri con esecuzioni sofferte e strascicate come
queste (che tanto fanno venire in mente certi dischi di Vic Chesnutt), e che
solo vent’anni dopo diverranno la regola di tutto l’indie-folk moderno.
lunedì 26 ottobre 2015
LANGHORNE SLIM
LANGHORNE SLIM
THE SPIRIT MOVES
Dualtone
***1/2
Strano destino quello di Sean
Scolnick, alias Langhorne Slim:
salutato agli esordi come una vera nuova promessa della canzone folk, grazie ad
un album (When the Sun's Gone Down
del 2005) che resta un piccolo classico della musica indie degli anni zero, dieci
anni dopo sembra essere un po’ dimenticato dai più. Colpa di due album (Langhorne Slim del 2008 e Be Set Free del 2009) che hanno fallito
nel consolidarne la fama, e anzi, per molti erano suonati un po’ come una
delusione (ma sarebbe il caso di riascoltarli bene), e forse colpa anche del
suo essere personaggio schivo e non certo attento a seguire l’onda del nuovo
folk. Lui però non si è perso d’animo, e già con The Way We Move del 2012 aveva dimostrato che la sua coerenza stilistica
non era necessariamente da scambiarsi per mancanza d’idee. L’ironia della sorte
è quindi quella di star maturando come autore e artista proprio quando le luci
della ribalta non lo illuminano più, e sono rimasti in pochi ad aspettare il
suo nuovo disco come quello che salverà una stagione discografica. Non che The
Spirit Moves sia l’album che risveglierà il 2015 del mondo indie-folk da
un certo torpore, ma, tra i sopravvissuti al decennio scorso, pochi possono
ancora oggi vantare di scrivere ballate come l’acustica Changes o maneggiare a dovere un duello con un’intera sezione
d’archi come quello di Whsiperin’,
brano degno del giovane Bill Fay. Sebbene non ci siano fuochi d’artificio, non
c’è nulla in questi dodici brani (per 37 minuti) che sia fuori tema. Eppure di
certo Langhorne Slim non ama andare sul sicuro, azzarda anche pop-song tutto
fiati e coretti come Strangers e ne
esce comunque a testa alta, soul-ballad improbabili solo in apparenza come Life’s A Bell, sgangherati blues (Bring You My Love) che esaltano il
wurlitzer di David Moore (tastierista, ma curiosamente anche autore del disegno
di copertina) e una sezione di voci e fiati in puro stile New Orleans. Ma è
proprio quando fa le cose più semplici, come nell’ottima Airplane o nel finale di Meet
Again, brani sospesi un po’ tra Dylan e Will Oldham, che Slim dimostra di
saperci davvero fare come folksinger. The
Spirit Moves in un certo senso conferma i suoi pregi (ottenere molto con
poco) e difetti (gli manca comunque sempre la zampata vincente), grazie ad una
produzione attenta (a cura dell’amico e anche co-autore Kenny Siegal) e a brani brevi e diretti come Southern Bells. Bisognerebbe forse ricordarsi di lui più spesso
quando si saluta con facilità l’ennesimo nuovo folksinger indipendente, potremmo
scoprire che in fondo già avevamo trovato quello che ancora cerchiamo.
Nicola
Gervasini
lunedì 12 ottobre 2015
TITUS WOLFE
TITUS WOLFE
HO-HO-KUS N.J.
Score and
More Music
***1/2
Con un nome
d’arte che sarebbe piaciuto molto a Tom Waits per uno dei tanti nighthawks che
popolano le sue canzoni, il tedesco Titus
Wolfe è il classico fan che si fa protagonista dopo anni di gavetta nei
club di Francoforte. Titolare di una poco conosciuta discografia locale, Wolfe
prova ad uscire dai suoi confini con un album nato come omaggio ad uno dei suoi
padri spirituali, Willy DeVille. Storia vuole che Wolfe abbia mandato una sua
versione di Heaven Stood Still che
potrebbe essere quello che ne verrebbe fuori dando la canzone in mano ad un Greg
Brown (molto simili le voci in alcuni momenti) a David Keyes, bassista di Deville. Convinto dalla bellezza della
versione, Keyes ha organizzato per Wolfe una session nel New Jersey (da qui lo
strano titolo del disco) con alcuni amici e professionisti di genere (spicca su
tutti Kenny Margolis alle tastiere),
per un album che racchiude le migliori composizioni di Wolfe e due cover in
omaggio a Deville (oltre a Heaven Stood
Still, anche Angels Don’t Lie,
struggente ballata ripescata da Loup Garoup). L’album ha una partenza
particolarmente triste e ispirata con le notevoli Your Name in The Clouds e Too
Far Gone, perfette per esaltare il suo vocione roco e basso, ed è solo con Guru For A Dime (qui Margolis si esalta
con il Wurlitzer) che si trova un po’ di ritmo. Da qui si procede su buoni
livelli, per quanto sia evidente che Wolfe non sia interessato a dimostrare
particolare originalità e innovazione nelle soluzioni. Where Roses Grow, A Trip Nowhere (che sembra una ballata dello
Springsteen epoca Devils And Dust), Calling
Your Name o la soffice The Trouble
You Must Have Seen si susseguono tra sussurri e una particolare attenzione
ai suoni caldi e riverberati, evidenziando un autore comunque capace e un
interprete di livello. Esame di maturità dunque superato per Wolfe, uno dei
tanti che vede l’omaggio come punto di partenza per la propria arte, anche quando
potrebbe farne a meno, come quando affronta l’abusatissima Willin’ dei Little Feat facendosi aiutare alla voce da Joe Lynn Turner, ex vocalist dei
Rainbow e dei Deep Purple (Mark 5), uscendone degnamente, ma non aggiungendo
poi niente che già i suoi brani non fossero in grado di dire. Consigliato per
Deville-lovers e amanti della buona canzone roots.
Nicola
Gervasini
giovedì 1 ottobre 2015
DAN WALSH
Dan Walsh
Incidents and Accidents
(Dan Walsh,
2015)
File Under:
Banjo on my Knee
Abbiamo incontrato Dan
Walsh solo nelle vesti di chitarrista (per Romi Mayes) e produttore (per
Brock Zeman), ma affrontiamo per la prima volta un suo lavoro solista.
Banjoista di altissimo livello e adepto di una roots-music vecchio stampo,
Walsh è inglese, e con questo Incidents And Accidents sta
ottenendo critiche positive soprattutto dalla stampa britannica, che già aveva
spinto non poco il precedente Same But
Different. Suonato con l’ausilio del violino di Patsy Reid e il mandolino
di Nic Zuappardi (bandita la sezione ritmica invece…) , l’album è un piccolo
manuale di musica rurale, eseguita con rigore anche negli strumentali (The Tune Set) e nei brani più autoriali
(The Missing Light). Si potrebbe fare
il paragone con gli album di William Elliott Whitmore, ma a Walsh manca una
voce così caratterizzante, e soprattutto sembra essere meno interessato ad
avventurarsi fuori da schemi predefiniti. Il disco è comunque piacevole e
interessante, anche se pare difficile condividere l’entusiasmo d’oltremanica se
non constatando come sempre più le posizioni estreme e meno volte ad un futuro
(incerto e forse inesistente per quanto riguarda questo tipo di musica, ma vale
davvero la pena smettere di cercarlo?) ottengano i consensi di critica più
sperticati. In ogni caso dategli un ascolto e non avrete comunque perso tempo.
Nicola Gervasini
lunedì 27 luglio 2015
BROWN BIRD
BROWN BIRD
AXIS MUNDI
Supply
& Demand
***
Nel cantautorato di marca
folk/roots due sono le vie oggigiorno: o seguire la linea di songwriting
classica del rock americano da Dylan in giù, oppure assumere un atteggiamento
più dimesso, “indie” si dice ormai da almeno vent’anni, decisamente più
“british” nel suo essere solo apparentemente fuori dagli schemi. Perché poi ad
uno schema risponde anche l’arte dei Brown Bird, duo indie-folk formato
da David
Lamb (barba d’ordinanza, voce alla Sam Beam, aria timido-depressa come
da manuale) e la bassista/violoncellista/violinista MorganEve Swain (bellezza
dimessa, non volgare, nascosta…sempre come da manuale). Duo attivo fin dal 2007
con una disordinata discografia tra ep e album interi (anche questo aspetto
risponde ad un preciso canovaccio alla Will Oldham e compari), pubblicano con
questo Axis Mundi la loro opera
finale, visto che Lamb si è spento alla fine dello scorso anno per una leucemia,
lasciando alla Swain la difficile decisione su come continuare la carriera. Un
po’ come è stato The Wind di Warren
Zevon, Axis Mundi è dunque un disco
registrato da un artista conscio di eseguire il proprio canto del cigno, e
questo lo rende già emotivamente pregnante e significativo. Ma la fretta di
chiuderlo (o forse, visto quanto molti di questi brani suonino abbozzati, non è
in verità stato finito) ha forse portato a pubblicare un’opera interessante
quanto contraddittoria. I riferimenti più evidenti, oltre a quelli citati dei
mostri dell’indie-folk dell’ultimo ventennio, potrebbe comprendere anche Syd
Barrett (quanti Pink Floyd si sentono in Forest
and Fevers?), vuoi anche per quell’amore dell’arrangiamento scarno e
zoppicante che molti brani mantengono. I due di fatto hanno fatto tutto da soli
in casa, senza altri session-man, ed è un peccato forse, perché qua e là in una
scaletta di ben quindici titoli si ravvisano non pochi embrioni di ottime
canzoni (Focus, Adolescence, Ephrain).
Ma in mezzo troviamo anche troppe idee già note e sentite meglio sviluppate da
altri (Iron & Wine su tutti qui direi), e quell’aria di disco casalingo che
forse è ora di lasciarsi un po’ alle spalle, dopo che tanto ha contribuito a salvare
la musica folk nei tempi di crisi dei primi anni duemila. Non c’era tempo
probabilmente, o Lamb invece davvero cercava il proprio Pink Moon prima di lasciarci, in ogni caso questo testamento lascia
una eredità monca, e la morte del protagonista ha impedito che la sigla Brown
Bird potesse maturare in qualcosa di veramente importante per i prossimi anni.
Peccato, in ogni caso.
Nicola Gervasini
mercoledì 22 luglio 2015
SAM LEWIS
SAM LEWIS
WAITING ON YOU
Brash Music
***1/2
Il suo nome è un po’ ordinario e sarà difficile tenerlo a mente o distinguerlo (banalmente, anche ricercare informazioni nel web appare impresa alquanto difficoltosa visti i tanti casi di omonimia in cui si incappa), ma Sam Lewis, musicista attivo da anni a Nashville al secondo album solista in carriera dopo il debutto omonimo del 2012, è uno da cominciare a tenere d’occhio. Nulla di nuovo: il suo è un mix di voce da cantautore roots classico (molto simile a quella di Amos Lee direi), un approccio alla roots-music pieno di ritmi (il gospel caraibico dell’iniziale ¾ Time ricorda il miglior Brett Dennen) e molto soul nella musica (Love Me Again potrebbe essere una ballata di Van Morrison). Registrato a Nashville con qualche nome noto in session (Darrell Scott, Will Kimborough, la Wood Family ai cori), Waiting On You è il classico album senza sbavature, che scorre senza intoppi da capo a fine, con una serie di brani in stile tradizionale ben scritti e ancora più finemente arrangiati. Lewis è un amante delle ballate romantiche e intense, siano esse di marca black/soul (la title-track) o anche country (She’s a Friend, materia che un Willie Nelson in versione malinconica troverebbe irresistibile). Ma il menu offre anche momenti di svago, come la lunga cavalcata dylaniana di Things Will Never Be The Same, divertissement che introduce alla bellissima Talk To Me, sospesa a metà tra il Ray Lamontagne più ispirato e l’innegabile peso della lezione di Van Morrison. Reinventing The Blues è invece un episodio più ordinario, canzonetta in dodici battute che serve ad alleggerire i toni di un album emotivamente molto intenso, prima di arrivare al gospel-country di Never Again (inconfondibile qui il tocco di Darrell Scott), ad una Texas che ha antichi sapori da outlaw-country degli anni settanta, così come Little Time sembra un brano di Jesse Winchester. Finale importante con l’acustica Virginia Avenue, tripudio di dobro e slide per una malinconica ballata di pregevole fattura, ma apoteosi finale con la corale I’m Coming Home, davvero riuscito finale che potrebbe richiamare mille nomi (mi torna in mente il primissimo Kris Kristofferson o John Prine anche), ma che alla fine evidenzia come, seppur nel suo stile per nulla originale, Sam Lewis è uno che ci sa fare. Non aspettatevi rivoluzioni, quanto piacevoli e sempre ben accolte conferme.
WAITING ON YOU
Brash Music
***1/2
Il suo nome è un po’ ordinario e sarà difficile tenerlo a mente o distinguerlo (banalmente, anche ricercare informazioni nel web appare impresa alquanto difficoltosa visti i tanti casi di omonimia in cui si incappa), ma Sam Lewis, musicista attivo da anni a Nashville al secondo album solista in carriera dopo il debutto omonimo del 2012, è uno da cominciare a tenere d’occhio. Nulla di nuovo: il suo è un mix di voce da cantautore roots classico (molto simile a quella di Amos Lee direi), un approccio alla roots-music pieno di ritmi (il gospel caraibico dell’iniziale ¾ Time ricorda il miglior Brett Dennen) e molto soul nella musica (Love Me Again potrebbe essere una ballata di Van Morrison). Registrato a Nashville con qualche nome noto in session (Darrell Scott, Will Kimborough, la Wood Family ai cori), Waiting On You è il classico album senza sbavature, che scorre senza intoppi da capo a fine, con una serie di brani in stile tradizionale ben scritti e ancora più finemente arrangiati. Lewis è un amante delle ballate romantiche e intense, siano esse di marca black/soul (la title-track) o anche country (She’s a Friend, materia che un Willie Nelson in versione malinconica troverebbe irresistibile). Ma il menu offre anche momenti di svago, come la lunga cavalcata dylaniana di Things Will Never Be The Same, divertissement che introduce alla bellissima Talk To Me, sospesa a metà tra il Ray Lamontagne più ispirato e l’innegabile peso della lezione di Van Morrison. Reinventing The Blues è invece un episodio più ordinario, canzonetta in dodici battute che serve ad alleggerire i toni di un album emotivamente molto intenso, prima di arrivare al gospel-country di Never Again (inconfondibile qui il tocco di Darrell Scott), ad una Texas che ha antichi sapori da outlaw-country degli anni settanta, così come Little Time sembra un brano di Jesse Winchester. Finale importante con l’acustica Virginia Avenue, tripudio di dobro e slide per una malinconica ballata di pregevole fattura, ma apoteosi finale con la corale I’m Coming Home, davvero riuscito finale che potrebbe richiamare mille nomi (mi torna in mente il primissimo Kris Kristofferson o John Prine anche), ma che alla fine evidenzia come, seppur nel suo stile per nulla originale, Sam Lewis è uno che ci sa fare. Non aspettatevi rivoluzioni, quanto piacevoli e sempre ben accolte conferme.
lunedì 6 luglio 2015
SUGARCANE JANE
SUGARCANE JANE
DIRT ROAD’S END
ArenA
recordings
***
Non muore mai l’abitudine del duo di coniugi folk nella
tradizione americana, e così non è certo nuova la formula dei Sugarcane
Jane, coppia di musicisti che si presenta romanticamente mano nella
mano fin dalla copertina di questo Dirt Road’s End. Lui è Anthony
Crawford, session man che i fans di Neil Young ricorderanno come membro
degli Shocking Pinks (con cui Young ha registrato Everybody’s Rockin’) e negli International Harvesters (la band che
lo spalleggiò nel tour per Old Ways,
apprezzabili nel bel live A Treasure
uscito nel 2011), oltre che collaboratore di Dwight Yoakam (grazie al quale ha
pubblicato nel 1993 un suo album solista prodotto da Pete Anderson), Steve
Winwood e Nicolette Larson. Lei invece è Savana Lee, giovane buskers senza
grandi esperienze finché un tour a spalla di Loretta Lynn e tanta vita da
musicista di strada non le hanno aperto le porte degli studi di Nashville come
autrice e musicista nei dischi, tra gli altri, di Lucinda Williams e Emmylou
Harris. Due figure fortemente legate a Nashville e alla country music, che
sotto il nickname di Sugarcane Jane offrono però un country-folk da strada che
ricorda molto i momenti più rurali dei Bodeans (sarà per la somiglianza della
voce di Crawford con quella di Sam Llanas). Dirt Road’s End (che è
già il loro quarto titolo) è un disco che, nonostante l’assenza di batteria (ma
ci sono mille percussioni di ogni altro tipo), è un album molto ritmato,
gioioso e quasi da ballare. Sia l’indiavolato rock acustico di Heartbreak Road o la cavalcata da
bisonte della strada di Not Another Truck
Song, le canzoni del duo sono perfettamente coerenti con l’immaginario da
strada che ha fatto da cornice alla loro carriera, capaci di lanciarsi in
country corali alla Gram Parsons come Sugar
o in baldanzose gighe folk da festa paesana come Ballad Of Sugar Jane. Ci sanno fare anche con la penna (Home Nights, San Andreas), anche se a
livello produttivo il clima decisamente da instant-record fa perdere un po’ i
dettagli, e il muro di acustiche, mandolini e mille altri strumenti acustici a
volte pare un po’ confuso e non sempre
ben amalgamato, ma pare evidente l’intenzione di ricreare in studio il clima e
il suono di una esibizione di piazza. Disco fresco sebbene legato senza troppi
voli di fantasia ad una tradizione consolidata. Solo per veri viaggiatori.
Nicola Gervasini
mercoledì 1 luglio 2015
MANDOLIN ORANGE
MANDOLIN ORANGE
SUCH JUBILEE
Yep Roc.
*** 1/2
Storie di raccolti, montagne rocciose, miniere abbandonate,
amori impossibili da maturare nella vita desolata della provincia americana.
Esiste ancora questo immaginario semplicemente perché l’America non ha mai
smesso di avere angoli in cui il tempo si è fermato da almeno un secolo, fuori
dalle coordinate del grande correre degli Stati Uniti di Obama per non perdere
il ruolo egemone che la storia gli aveva assegnato nel ventesimo secolo. E se
esiste ancora quell’America, normale che esistano e nascano ancora band come i Mandolin Orange, nome
quanto mai esplicativo sulla direzione della loro musica. Duo formato da Emily Frantz e Andrew Marlin, vengono dal North Carolina e hanno all’attivo già
quattro album prima di questo Such Jubilee, secondo disco
decisamente americana-oriented edito per la Yep Roc.. Musicalmente non è niente
che già non si era sentito dalle band dell’alternative country anni 90, o, se
vogliamo, potremmo presentarli come una versione meno lugubre e più melodica
della Handsome Family, capaci di portare in cascina brani di struttura
tradizionale come Old Ties and Companions,
ma anche ottime prove d’autore come l’acustica Rounder. Unico membro aggiunto in session è Josh Olivier (che
aggiunge voci, chitarre e wurlitzer qua e là), per il resto il disco è
completamente autoprodotto dal duo, ormai capace di dimostrare piena maturità
anche nell’amalgamare le tante chitarre acustiche con il violino della Frantz
(bellissima, in questo senso, From Now On).
L’album comunque ha un tono decisamente dimesso e crepuscolare, permeato da una
grande malinconia che traspare anche dai testi, intrisi di tutti quei fantasmi
che una provincia in crisi (umana, ancora prima che economica) si portano
ancora appresso. La vita è altrove sembra dire un brano come Jump Mountain Blues, vero inno
all’impossibilità di trovare la felicità tra le rocce desolate del North
Carolina (“adesso ogni pensiero di te è
solo un piccolo ricordo di tutti i miei rimpianti, se solo tu avessi conosciuto
la vera felicità, probabilmente ci sarebbe un fantasma in meno che si aggira
come un bambino perduto in queste colline di Rockbridge County”), o un
titolo già di per sé esemplificativo di ciò che rimane come Blue Ruins. All’economia del disco manca
forse il momento di respiro in mezzo a tanta mestizia, ma è palese che non era
nelle intenzioni del duo dare un attimo di tregua: gli Stati Uniti inseguono la
Cina, la Russia, il mondo Arabo, e intanto si stanno dimenticando dei luoghi
che hanno fatto la loro storia. E resta solo questa musica a ricordarli.
Nicola Gervasini
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TERENCE TRENT D'ARBY
Se vi state chiedendo chi diavolo sia Sananda Maitreya , fatto del tutto comprensibile visto che dal suo unico successo internazionale pub...

