lunedì 26 maggio 2014

MARY GAUTHIER


 Mary Gauthier 
Trouble & Love
[
Proper records/ IRD 
2014]
www.marygauthier.com

 File Under: love and loss songs

di Nicola Gervasini (30/05/2014)
Ci vuole anche una certa non comune abilità nel rifare sempre la stessa canzone, nel cantarla sempre con lo stesso tono lento e strascicato, nell'adottare sempre lo stesso concetto di arrangiamento minimale (chitarra che arpeggia, batteria che accarezza e non batte mai, un piano che contrappunta, un violino che segue la melodia e pochissime altre variazioni) e nel rimanere uguale a sé stessa nonostante il passaggio di diversi e capaci produttori (Joe Henry, Gurf Morlix). Ci vuole la bravura di Mary Gauthier per non sbagliare mai veramente disco, nemmeno quando magari il concept del progetto un po' sovrastava il songwriting come nel precedente The Foundling. Ma con Trouble & Lovenon ci sono distrazioni: otto canzoni per 38 minuti di musica, e davvero paiono le solite otto canzoni già sentite in grandi titoli come Mercy Now o Between Daylight and Dark, ma, chissà perché, poi ogni volta ognuna sembra sempre nuova, irrinunciabile, talmente intensa da richiedere un immediato riascolto.

Non è un caso che da qualche anno la Gauthier campi più organizzando workshop di scrittura piuttosto che con le mai troppo esaltanti vendite dei suoi dischi. Sebbene la sua carriera sia nata sulla scia della grande euforia del post Lucinda Williams dei primi anni 2000, la Gauthier resta un fenomeno di nicchia, "da intenditori" potremmo osare con un po' di sano snobismo. Che la canzone segua al meglio le sue tipiche trame melodiche come la splendida title-track o si adagi su semplici giri folk come Oh Soul, il risultato non cambia: anche quando il disco pare anche solo un titolo di passaggio dopo tanti dischi importanti, la Gauthier riesce a fare la differenza. E le basta sempre così poco, anche quando hai la sensazione che se solo accelerasse il ritmo ogni tanto potrebbe persino imbroccare brani più pop (ci si potrebbe giocare molto sul ritornello di Worthy).

Ma lei è interessata ad altro, e presenta il disco dicendo che "chiunque abbia amato e perduto, non potrà non essere toccato da queste canzoni", quasi a giustificare tante emozioni intense così compresse in pochi brani. Da When A Woman Goes Cold a Walking Each Other Home, da How You Learn To Live Alone Another Train non ci sono episodi deboli (o forse solo la breve False From True passa un po' senza lasciare troppi segni), e i suoni, stavolta confezionati da Patrick Granado con la stessa Gauthier, sembrano sempre al livello giusto. Se poi non sarà forse il disco migliore dell'anno è solo perché resta sempre quella sensazione che ci stia fregando rifilandoci sempre la stessa bottiglia di vino, a cui cambia solo l'etichetta. Ma trattandosi di vino buono, per ora facciamo un po' finta di niente.

lunedì 19 maggio 2014

MICHAEL McDERMOTT

 Michael McDermott 
West Side Stories
[
Appalooosa/ IRD 
2014]
www.michael-mcdermott.com

 File Under: Hai bisogno dell'oscurità per vedere la luce (M.M.)

di Nicola Gervasini (12/05/2014)
Pensate cosa sarebbe successo se nel 1991 620 W. Surf di Michael McDermott avesse riscosso un gran successo di vendite, invece di finire miseramente nel paradiso dei "forati". Oggi magari saremmo qui a raccontare di una carriera fatta di grandi dischi e faraoniche tournee, e magari potremmo pure permetterci di contestare al nostro eroe di essersi adagiato sugli allori, come spesso capita a chi vola alto per troppo tempo. Invece la realtà del 2014 è che Michael McDermott è uno dei pochi songwriters di quella sfortunata generazione che non ha mai mollato. Non ha mai smesso di scrivere, suonare e registrare musica, ma lo ha fatto sempre dai margini. E quando anche chi volentieri bazzica quei margini (tipo noi, per esempio) si è stancato della sua musica, troppo spesso prodotta con mezzi di fortuna e poca attenzione ai particolari, lui ha continuato comunque da un mondo ormai tutto suo.

Ultimamente infatti anche noi ci eravamo un po' arresi davanti all'esagerata home-made production di titoli comeNoise From Words, Hey La Hey e Hit Me Back (gli ultimi due non li abbiamo proprio recensiti), ma ora finalmente possiamo tornare a consigliarvi un suo disco. West Side Stories infatti riesce laddove McDermott ha troppe volte fallito nella sua carriera: dare un suono perfetto alle sue canzoni. Ci hanno pensato i Westies a crearlo (non certo dei principianti in termini di musica roots), grazie al loro bassista Lex Price, che ha preso con successo il timone della produzione. E così, con un suono elettro-acustico pieno e convincente, finalmente si ha la concentrazione giusta per godersi la sua scrittura, quella che mai, anche negli album meno riusciti, è scesa sotto il livello di guardia. Perché McDermott è un istintivo e passionale, ma ci ha sempre messo anche un piglio letterario e una certa ragionata intelligenza lirica nella sua scrittura.

Brava dunque l'Appaloosa a distribuire il cd con le traduzioni in italiano dei suoi testi. Universi sociali che si dissolvono in crisi economiche e sparatorie (Hell's Kitchen), le confessioni di coppia di Say It…(duetto con la moglie Heather Horton), il condannato a morte di Death, gli inni ai tipici luoghi dell'anima dell'hobo americano (Trains, Bars), l'irraggiungibile vicina di casa dal passato misterioso (Rosie) o i flussi di coscienza di Fallen e Five Leaf. Sono solo alcuni dei temi e dei personaggi che popolano un album bello e profondo, a cui forse possiamo contestare solo la mancanza di qualche cambiamento di ritmo in più a contrastare una certa piattezza generale. E manca forse quella rabbia che aveva fatto di Ashes del 2004 un imperfetto ma quanto mai convincente urlo di disperazione da vero eroe di strada. Ma, visti i precedenti, accontentiamoci così: McDermott ha finalmente fatto un disco da ascoltare e riascoltare, e non avete idea di quanto sia una buona notizia anche per noi.

lunedì 12 maggio 2014

ADMIRALFREEBEE


Admiral Freebee The Great Scam
[
Sony Music 2014
]
www.admiralfreebee.be

 File Under: Atlantic crossing 

di Nicola Gervasini (23/04/2014)
Ok, fermatevi un attimo: ho da presentarvi un artista belga di nome Admiral Freebee. E guai a voi se storcete il naso e tirate dritto verso lidi più americani. Inutile, visto che lo ha già fatto lui, affidandosi ad una major e ad una produzione tutta yankee. Se amate il rock, classic, roots o quel che sia, non potete in qualche modo non apprezzare questo personaggio. E siamo in ritardo, sapete. Già nel 2010 non siamo stati tempestivi nel segnalare un buon disco come The Honey and The Knife, una vera sventagliata di rock come si comanda. E allora provate con questo The Great Scam (che, per la cronaca, è il suo quinto album, e ricordiamo che già il suo terzo episodio, Wild Dreams of New Beginnings, era prodotto nientemeno che da Malcolm Burn), dategli una chance anche se forse la musica cambia un po' rispetto al suo nobile predecessore, adeguandosi all'imperante ritorno di certi suoni new wave anni 80.

Ma niente paura, la ricetta resta invariata: una voce roca e nasale che fonde Mick Jagger e Israel Nash Gripka, riuscendo ad assomigliare spesso ad entrambi contemporaneamente, un piglio da rocker di razza ma mai banale, non da blue-collar alla Will Hoge dei tempi d'oro, ma ancora più elaborato, coraggioso, potremmo dire intelligente, senza nulla togliere alla nobile arte del rock urbano da dopo-lavoro. La varietà, già punto di forza del precedente sforzo, la fa da padrona anche in questo album, dove forse abbondano troppo gli arrangiamenti sofisticati di un mago di studio come John Agnello (elenco lungo quello dei suoi assisiti: Kurt Vile, Thurston Moore, Dinosaur Jr, Son Volt, Whipsaws, Mark Lanegan, Okkervil River…bastano, o devo andare avanti?). Nella prima parte il gioco funziona alla grande, fin dall'apertura di Nothing Else To Do e dalle atmosfere intense, quasi dark, di Making Love in 2014,Breaking Away e Walking Wounded.

Poi il disco perde leggermente di intensità, sebbene qualche esperimento funzioni a dovere (ad esempio il numero per archi e chitarre acustiche di Poet's Words o la bluesata Do Your Duty), ma riesce a riprendersi alla grande da No One Here in poi. Giusto in tempo per passare in area Beatles con The Land Of Lack e in zona Burt Bacharach con In Spring. Forse per approcciare il personaggio sarebbe ideale cominciare da The Honey and The Knife, che è la sua regola, e solo poi dopo arrivare a The Great Scam, che è la rottura di quella stessa regola, con l'irriverenza di chi nel suo piccolo riesce comunque a non fermarsi. E' grazie a piccoli personaggi come Admiral Freebee che il rock ha ancora qualche speranza di crescere.

lunedì 5 maggio 2014

ANGELA PERLEY


Angela Perley & The Howlin' Moons Hey Kid
[
Vital Music 2014
]
www.angelaperley.com

 File Under: just another rock and roller

di Nicola Gervasini (16/04/2014)
Rock and roll will never die! Penso lo abbia urlato qualsiasi rock-band dal 1965 ad oggi, in un concerto a caso. Eppure c'è chi di funerali al rock, o "classic-rock" come si usa chiamarlo adesso (non si capisce bene per differenziarlo da cosa), ne ha già celebrati parecchi. Un paio di chitarre, una batteria che pesta duro, un basso che pulsa, e una ragazza che unisce presenza e grinta rock: potremmo anche star presentando il nuovo album di Joan Jett, considerato che la vecchia Joan è ancora sulla breccia, ma in questo caso trattiamo del disco di esordio di una sua valida scolara. Angela Perley viene dall'Ohio, batte i palchi della zona fin dal 2009 con la sua band (Howlin'Moons) e non si fa portatrice di nessuna nuova rivoluzione: è puro e semplice rock baby, ma di quelli che ogni tanto speriamo di trovare ancora nelle lande desolate di un mercato discografico disgregato e ridotto alla svendita di preascolti.

Perché la Perley è una che sa battere su riff duri (Hurricane), sa attingere dalla tradizione (la struttura folkish diGeorge Stone), inizia con l'unico brano riflessivo della raccolta (la splendida Athens), ma quando si tratta di scrivere una buona canzone roots-rock alla Ryan Adams sa da che parte cominciare (ascoltare Ghost per credere). La parte inziale di Hey Kid convince subito, anche se ovviamente scopre già tutte le sue carte. Il resto dell'album infatti ribadisce con gusto il discorso, tramite la suadente Howlin' At The Moon (piacerebbe a Chris Isaak), la country-balladRock And Roller (con il canto della Perley che segue le orme della Cat Power più miagolante), il pop-rock alla Linda Ronstadt di Milk On The Fridge. Tutti brani che servono a dare sfogo alla chitarra di Chris Connor e alla attenta sezione ritmica di Billy Zehnal e Jeff Martin.

I brani sono autografi, nessuna cover ad attirare l'attenzione e una produzione (del sassofonista degli A.O.R. Jerry DePizzo e di Mike Landolt) che predilige suoni pieni e anche ben amplificati, e nessuno gioco di prestigio da studio. Basta anche solo il piacere di un garage rock sparato alla Hoodoo Gurus come Bad Reputation, di un bar-boogie comeRoll On Over e della chiusura con ballata acustica per commentare l'ultimo giro di birra (Down and Drunk, appunto…). Tempo per una veloce reprise di Athens, e tutti a casa. 39 minuti, il timing perfetto per non rendersi conto di quanto sia tutto già noto e non essersi ancora asciugati il sudore dei quattro salti che Hey Kid saprà farvi fare. Così si fa un vero rock and roll record.

sabato 3 maggio 2014

THE BASEBALL PROJECT


 The Baseball Project3rd 
[Yep Roc/ Audioglobe 
2014]
www.thebaseballproject.net

 File Under: Oh no! Not again

di Nicola Gervasini (31/03/2014)
"Il gioco è bello se dura poco" ci hanno insegnato da bambini. E noi a non capire perché. Se è bello, perché non approfittarne? Poi più avanti ci hanno anche insegnato che "Squadra che vince, non si cambia", e la contraddizione con il primo precetto ci sta tutta. E che fare dunque quando un progetto musicale, nato per caso in una serata in cui si parlava di miti del baseball (esattamente quello che succede in un qualsiasi bar italiano per il calcio), finisce per diventare uno dei pochi avvenimenti che hanno ravvivato il mondo del rock sotterraneo americano anche in termini di vendite? Steve Wynn era stato chiaro già ai tempi del Volume 1: in vita sua non aveva mai venduto tanto. E visto che i suoi dischi ormai vengono ignorati (e, dopo Static Transmission, anche un po' a ragione…), e visto che nessuno gli rinfaccia se in questo periodo batte sul tasto della nostalgia con le reunion dei Dream Syndicate (per non dire che batte cassa...), ecco arrivare il Volume due nel 2011, e ora, sempre come ci hanno insegato da piccoli, "Non c'è due senza tre".

I compagni di avventura non hanno avuto nulla in contrario: Linda Pitmon perché segue il compagno ovunque (e dove altro potrebbe andare?), Scott McCaughey perché segue Peter Buck ovunque (un tempo nei REM, poi nei Venus 3 di Robyn Hitchcock), Peter Buck perché, con il compare Mike Mills (ormai integrato a tempo pieno nella formazione), non si è ancora organizzato bene la vita dopo lo scioglimento dei REM. Ironie a parte, il problema di 3rd non è tanto che l'idea ha il fiato corto: noi magari siamo fuori dal mondo del baseball e non possiamo apprezzare pienamente, ma di buone storie da raccontare su uno sport ce ne saranno sempre. E tra l'altro, a ben sentire, qui ci sono alcuni dei migliori episodi della saga (la coinvolgente Hola America!, la remmiana Monument Park, la folkish Larry Yount o ancheThey Don't Know Henry). Il problema è che la massima di cui sopra - "Il gioco è bello se dura poco" - avrebbero dovuto tenerla a mente nella scelta della scaletta, perché diciotto brani per sessantadue minuti paiono effettivamente troppo.

Anche perché, sottolineiamo noi, le soluzioni musicali si ripetono spesso (quanti secondi ci hanno messo ad arrangiare e registrare un brano paurosamente ovvio come To The Veteran's Committee? Pochi, davvero pochi), i riempitivi sono tanti (a partire dall'introduzione di Stats, che proprio non si comprende), e i brani anche bruttarelli ogni tanto affiorano (Box Scores). Aggiungiamoci anche il brutto obbligo di dare spazio a tutti con la voce. Loro si divertiranno anche, e il conto in banca respira, ma se il primo album resta un momento importante della loro carriera, il nuovo volume ha lo stesso sapore dei sequel di Rocky e Rambo di un tempo: puro entertainment.

lunedì 28 aprile 2014

ANDREA SCHROEDER


  
 Andrea Schroeder Where the Wild Oceans End
[Glitterhouse 2014]

www.andreaschroeder.com

 File Under: In Berlin, by the wall…
di Nicola Gervasini (25/03/2014)
Se non ne avete mai sentito parlare, sappiate che la giunonica dark lady berlinese Andrea Schroeder si era già fatta notare con l'album Blackbird, il suo fascinoso disco d'esordio di due anni fa. Quando si parla di lei pare obbligatorio il paragone con Nico, con la quale condivide stazza fisica, nazionalità, e anche il modo profondo e vibrante di usare la voce, così come pare inevitabile citare la romantica durezza di Marlene Dietrich. Ma se in quel primo album si notava più lo stile delle canzoni, per il secondo capitolo - Where The Wild Oceans End - la Schroeder ha puntato sulla sostanza e ha ridefinito il suono. E chi meglio di Chris Eckman poteva portare in dote quel tocco americano misto al gusto mitteleuropeo necessario ad una simile svolta, lo stesso che ormai da anni costituisce il marchio di fabbrica della sua casa di produzione?

Sotto la guida della mente dei Walkabouts, le canzoni di Andrea Schroeder acquistano una forma definita, arrivando finalmente a toccare i livelli desiderati in episodi come Ghosts Of Berlin o l'iniziale Dead Man's Eyes. Certo, poi è naturale che l'episodio che risalta subito (e che, non a caso, è stato scelto anche come singolo) è l'azzeccatissima versione di Helden, la sorella tedesca di Heroes (che lo stesso David Bowie cantò in tedesco per omaggiare lo spirito berlinese che animava i suoi dischi della seconda metà degli anni settanta), ma non sfugga la crescita della Schroeder come autrice, in grado di vestire i panni che competono solitamente a Carla Torgerson in una acustica e decisamente rootsy Fireland (che davvero rammenta i migliori Walkabouts di due decenni fa). Il nebbioso tocco berlinese comunque non manca, e lo si sente nel rintocco di piano di The Spider (che ricorda tanto quello di Sense Of Doubt, sempre dal Bowie di Heroes), nel numero da cabaret alla Ute Lemper della title-track, nel blues infernale alla Nick Cave di The Rattlesnake, o in una Summer Came To Say Goodbye che sarebbe piaciuta molto a Jim Morrison.

Il tutto sempre con un'aria decadente e velvettiana che rappresenta insieme il pregio e il limite del disco, laddove l'eredità dei riferimenti continua a rimanere pesante. Ma il passaggio da un produttore decisamente preponderante come Eckman sembra essere un passaggio obbligato per imparare la nobile arte dell'espressione di una propria definita personalità (pensate a come anche i dischi di due autori molto diversi tra loro come Steve Wynn e Terry Lee Hale, da lui prodotti in anni recenti, suonino molto simili, o come la sua mano sia riconoscibile anche nelle vene della canzone d'autore italiana dell'Evasio Muraro di Scontro Tempo). In ogni caso Where The Wild Oceans End conferma una nuova interessante artista, tra l'altro ben supportata da una validissima band, che vede nella violinista Catherine Graindorge e nell'ottimo chitarrista danese Jesper Lehnkuhl (uno che ha studiato bene i corsi di Lou Reed e Tom Verlaine) gli elementi da tenere d'occhio.

giovedì 24 aprile 2014

AJ CROCE


 A.J. Croce Twelve Tales
[Compass/ IRD 
2014]
www.ajcrocemusic.com

 File Under: That's him in the same bar

di Nicola Gervasini (12/03/2014)


In un era ormai lontana, in cui l'invasione dei figli d'arte era ancora considerata una curiosa moda del momento e non la logica evoluzione della specie del rock and roll, A.J. Croce è stato uno di quei nomi su cui tutti abbiamo scommesso qualcosa. Dopo un esordio già promettente (prodotto da T-Bone Burnett), dischi come That's Me in the Bar (1995) e Fit to Serve (1998) lo avevano lanciato come una sorta di evoluzione moderna di Dr. John, grazie al suo stile a metà tra il tipico sound di New Orleans e il Tom Waits degli esordi. Poi però il ragazzo si è un po' perso nel tentativo di accedere agli anni 2000 con un investitura più pop e un sound meno sporco. Forse Transit del 2000 è stato anche ingiustamente ignorato dai più, ma è innegabile che il nostro eroe non si è più ripreso, cadendo in un inaspettato oblio.

Per questo Twelve Tales va salutato un po' come un comeback-record, non tanto perché lui se ne sia mai andato (da allora ha prodotto altri tre album), quanto perché comunque il suo tentativo di suonare e apparire più cool non ha avuto effetti positivi né in termini di critica che di nuovo pubblico. Guardarsi alle spalle può anche suonare come una sconfitta, eppure Twelve Tales non è solo un completo ritorno al sound dei suoi anni 90, ma anche un intelligente modo per trovare una sintesi tra le sue diverse nature. I brani sono molto differenti tra loro, risultato anche di diverse session in tre città differenti (Nashville, New Orleans, Los Angeles), con un cast stellare in cabina di produzione quanto variopinto. Allen Toussaint, il mitologico "Cowboy" Jack Clement (morto l'anno scorso, proprio poco dopo queste incisioni), il redivivo Mitchell Froom, il contrabassista Greg Cohen e esperti veterani come Kevin Killen e Tony Berg si sono riuniti per ridare nuova linfa vitale a dodici brani che lo rilanciano se non altro come autore da seguire.

Croce intanto torna ad esaltarsi al piano (Call Of Love e Easy Money stanno in piedi praticamente grazie allo scorrere fluido delle sue dita sulla tastiera), ma ritrova anche il suono dei suoi esordi grazie ai fiati di Shining o nella splendida ballata finale di The Time Is Up (quanto sarebbe piaciuto ad Eddie Hinton un brano così?). Spesso si concede qualche variazione sul tema (Momentary Lapse of Judgement si nutre dell'aria di Nashville, What Is Love lo vede addirittura calpestare le orme del padre Jim), ma l'album inizia alla grande con il delizioso singolo Right On Time e una ballatona roots come Always Evermore, e già alla seconda canzone ci si sente come quando si ritrova un amico dopo lungo tempo. Anche se poi, alla fine, Dr John continua ad essere più moderno di lui.

martedì 22 aprile 2014

JEFF FINLIN


 Jeff Finlin 
My Moby Dick
[
Bent Wheel/ IRD 
2014]
www.jefffinlin.com

 File Under: Melville rock

di Nicola Gervasini (25/02/2014)
Sembra incredibile, ma all'alba del 2014, dopo più di vent'anni di carriera, Jeff Finlin non ha una sua pagina di Wikipedia. Non che sia obbligatorio averla, ma se è vero che, volenti o nolenti, lo scibile umano sembra destinato ad essere riassunto in quelle pagine, pare incredibile che nessuno si sia mai preso la briga di scrivere due righe su questo cantautore americano di Cleveland. Fosse anche solo per ricordare i suoi cinque minuti (quindici parevano troppi) di celebrità come autore di una delle canzoni più toccanti della colonna sonora di "Elizabethtown" di Cameron Crowe (il brano era Sugar Blue). Non aiuta il fatto che la sua discografia degli anni 90 è oggi pressoché introvabile (ma il consigliatissimo esordio Highway Diaries si riesce ancora a reperire), tanto che neanche lui la può vendere dal suo sito.

Da qualche anno però Finlin ha preso in mano la sua arte e pubblica con regolarità dischi ben prodotti, ben scritti e sempre ben suonati, cantati con quella sua voce acida e roca a metà tra Dylan e Dan Zanes. Non fa eccezione My Moby Dick, disco autofinanziato grazie al crowdfunding e prodotto con John McMahan (tra gli artisti da lui serviti ricordiamo Kevin Gordon, Patrick Sweany e Markus Rill). Rispetto ai suoi buoni predecessori (da riscoprire l'accoppiataAngels In Disguise del 2007 e Ballad Of A Plain Man dell'anno successivo) si nota magari un tono meno rauco e qualche chitarra urbana in meno, con più enfasi su registri riflessivi, tanto che dopo una interlocutoria Walking In The Air, l'highlight del disco arriva con I Killed Myself Last Night, brano con un arrangiamento di tastiere che può ricordare anche il John Grant più etereo. Con la tesa Big Sun Going Down si torna comunque nel folk-rock da strada, grazie anche ad un bell'intervento dell' acida sei corde di McMahan, ma Language of Love riporta subito tutto ad atmosfere rarefatte alla Chris Eckman decisamente insolite per Finlin, così come la complessa It Did't Rain That Year.

Non sembra avere fretta stavolta Finlin, si culla sul giro acustico di Going Nowhere scoprendo un lato malinconico fino ad oggi rimasto sempre tra le righe. Anche quando potrebbe urlare, come nella ironica Woke Up Insde a Revolution, pare frenato, attento a non esagerare. Alla fine forse il tono dimesso sembra far mancare qualcosa al disco, quando anche l'heartland-rock di Red Dirt Land forse avrebbe necessitato può foga. Non cambiano registro Ohio e Come As You Are (niente a che vedere con Neil Young e Nirvana), la seconda notevole ballata condotta con il co-pilot Kevin Gordon alla voce. Chiude bene Gloriuos Day un album in cui la letteratura evocata anche dal titolo prende il sopravvento sul bisogno di ritmo. Una pausa di riflessione importante, anche se non completamente riuscita.

sabato 19 aprile 2014

DAVID CROSBY


 David Crosby 
Croz
[
Blue Castle /Warner 
2014]
www.davidcrosby.com

 File Under: the coolest déjà vu

di Nicola Gervasini (13/02/2014)
Per entrare nelle viscere di Croz si potrebbe partire dalla foto di copertina. Non perché sia particolarmente notevole dal punto di vista tecnico, ma solo perché lo sguardo di David Crosby non è rivolto al pubblico (come invece lo era quello di Oh Yes, I Can del 1989), ma continua a guardare oltre, in un altrove dove si trova quella terra promessa tanto sognata nei suoi anni giovanili. Ma ancor più significativo è il fatto che la foto sia stata scattata da suo figlio Django, il quarto della sua lunga e tribolata vita (se non si contano anche i due figli regalati con inseminazione artificiale a Melissa Etheridge). Uno scatto che coglie un padre che non si è fermato, ancora intento a pensare ad un mondo tutto suo, non ancora pronto per gli onori e riconoscimenti di fine carriera e per il meritato retirement a godersi i nipotini.

Crosby è uomo noto per la sua iper-sensibilità, uno che ha ancora l'innocenza di soffermarsi a cogliere l'aspetto tragico e umano di un gruppo di prostitute intente a convincere un branco di immondi ubriaconi a passare la notte con loro (If She Called). Non combatte più in prima linea, è ormai fuori dal grande giro, e troppe sconfitte lo hanno reso ancor più placido. Ma in fondo non si è arreso. Di fatto le maggiori case discografiche si sono rifiutate di pubblicare un suo nuovo disco di inediti, e allora Croz se l'è autofinanziato e autoprodotto (in studio la regia è stata comunque dello scafato Daniel Garcia). E anche le guest stars (un Mark Knopfler che dona un'aria da hit-single all'inziale What's Broken e un Wynton Marsalis che gigioneggia in Holding On To Nothing) pare che abbiano concesso i loro servigi da lontano e senza richieste di compenso. Per Crosby questo ed altro. Non fosse altro che, sebbene non aggiunga nulla a ciò che già sapevamo di lui e della sua splendida musica, Croz è un bel disco, figlio non tanto dei suoi lavori solisti (non c'è nulla qui dello spirito comunitario di If I Could Only Remember My Name, né della spavalderia da comeback di Oh yes, I Can, né tantomeno della sorniona furbizia pop di Thousand Roads), quanto della felice esperienza con i CPR (due album più che interessanti pubblicati tra il 1998 e il 2001).

James Raymond è sempre al suo fianco infatti, di fatto mette penna, tastiere e pure qualche pizzico di elettronica un po' ovunque, magari deludendo chi si aspetta ancora una nuova Almost Cut My Air, ma facendo felice invece chi ancora sta sognando sulle note di Guinnevere o Laughing. Undici brani lievi e smussati, in cui solo Set That Baggage Down tira fuori un po' la unghie (il brano è suonato e co-firmato dall'ex Lone Justice Shane Fontayne), mentre per il resto David si culla sul timbro da brividi della sua ugola, infilando alcune piccole gemme come The ClearingRadio oSlice Of Time. Non basta per riscrivere una nuova storia, ma Croz resta uno dei déjà vu più indispensabili degli ultimi fuochi del classic rock.

giovedì 17 aprile 2014

AUTUMN DEFENSE


 The Autumn Defense Fifth
[
Yep Roc/ Audioglobe 2014]
www.theautumndefense.com
 File Under: american pop
di Nicola Gervasini (05/02/2014)
Un giorno bisognerà commissionare a qualcuno un attento studio su quanto Pat Sansone pesi nell'economia creativa dei Wilco. Dietro figure pesanti e pensanti come Jeff Tweedy o il chitarrista Nels Cline, Sansone è da sempre il membro silenzioso, il "varie e eventuali" che suona all'occorrenza chitarre o tastiere, il personaggio che, ad un orecchio superficiale, potrebbe anche apparire come superfluo. Eppure Tweedy non ha mai rinunciato a lui, e quando Sansone ha dato sfogo al suo ego con gli Autumn Defense, non ha mai sbagliato un colpo. Nati nel 2001 come side-project estemporaneo del bassista John Stirratt, gli Autumn Defense hanno prodotto pochi dischi, tutti comunque belli e affascinanti come Circles, il bellissimo album omonimo del 2007 e il più controverso Once Around del 2010. Opere composte da un country-rock etereo e rallentato, parente stretto della matrice usata dai Wilco, ma spesso perso in un mondo artistico alternativo e meno sperimentale.

Fifth conferma quanto il progetto viva ormai di vita autonoma, e non è detto che un giorno Stirratt e Sansone non decidano di dedicarcisi a tempo pieno, come successo con la scissione definitiva tra Okkervil River e Shearwater. Rispetto ai precedenti capitoli il duo rinuncia solo leggermente a quel tono autunnale (sarà colpa del nome scelto…) e rarefatto che aveva appesantito Once Around, in favore di una maggiore apertura melodica. Dopo l'interlocutoriaNone Of This Will Matter, che sembra far presagire percorsi sonori già noti, This Thing That I've Found catapulta tutti in melodie country-beatlesiane che fanno pensare ai Jayhawks di Rainy Day Music. Di fatto più che a Jeff Tweedy, Stirratt e Sansone sembrano ispirarsi a Gary Louris, innamorandosi spesso delle proprie melodie e infarcendole di archi, arpeggi jingle-jangle e impasti vocali. Il tono malinconico resta comunque preponderante (Can See Your Face è la colonna sonora ideale per i vostri momenti di struggimento), la tendenza ad estetizzare il più possibile continua ad essere il marchio di fabbrica (I Want You Back, che sarebbe piaciuta ai Beach Boys), ma pare evidente l'intenzione di rendere Fifth l'episodio più "pop-oriented" del loro catalogo (con Why Don't We The Light In Your Eyes sfociamo nell'easy-listening puro).

Operazione riuscita, perché il valore del songwriting è davvero cresciuto a dismisura (Can't Love Anyone Else è il brano che i Jayhwaks non sono riusciti a scrivere in occasione della recente reunion), Under The Wheel è dotata di una grazia davvero rara e degna del migliore cantautorato west-coast oriented degli anni settanta. Permane forse quell'aria un po' da freddi professionisti tipica di due personaggi che nascono comunque come session-men da back office, una perfezione formale che a qualcuno potrebbe anche sembrare eccessiva, ma Fifth è un bellissimo trattato di musica americana semplice e di immediato impatto che, anche grazie a qualche nuovo coraggioso paladino (i Dawes ad esempio), non esce mai completamente fuori moda.

  

lunedì 10 marzo 2014

FLESHTONES


  
 The Fleshtones Wheel of Talent
[
Yep Roc/ Audioglobe 2014]
www.yeproc.com/artists/the-fleshtones

 File Under: fun fun fun

di Nicola Gervasini (27/01/2014)
The road goes on forever, and the party never end cantava anni fa Robert Earl Keen (o Joe Ely, o gli Highwaymen, a seconda di quale versione possedete). E adesso cosa c'entra Keen con i Fleshtones? Direte voi. Nulla, ma la frase mi è rimbombata in testa durante i 33 minuti di ascolto del nuovo album Wheel Of Talent. Perché forse non ve ne sarete accorti, ma una delle band più scoppiettanti degli anni ottanta, una delle poche che riusciva ad essere talmente underground da risultare completamente ignorata anche nei propri anni d'oro, non ha mai smesso di pubblicare dischi e calcare i palchi delle più scalcagnate bettole del globo (anche in Italia si ricorda qualche loro passaggio in anni recenti). Per loro infatti la festa non è mai finita. E non stiamo parlando di quella festa che è la vita nonostante tutto come la intendeva il Keen (contando che il protagonista della sua canzone alla fine moriva su una sedia elettrica), ma della festa vera, quella che si fa nelle cantine tra fiumi di birra, ragazzi stonati d'alcool e fanciulle urlanti (e non vado oltre con i particolari).

Perché Peter Zaremba e soci sono un po' come Hiroo Onoda, quel giapponese che ha passato 30 anni nella giungla a combattere perché nessuno aveva pensato ad avvertirlo che la guerra era finita. Loro è dal 1976 che fanno party-music sixty-style incuranti di quello che gli accade intorno. Probabile che ogni tanto abbiano messo anche fuori la testa, ma è certo che l'abbiano ritirata dicendo "passami un'altra birra va…". Non stiamo poi a sottilizzare sul fatto che cantare oggi un brano che s'intitola Remember The Ramones ha la stessa portata di modernità di una reunion dei Sex Pistols: puro revival, mera rivisitazione di un'emozione già vissuta. Si dice di non rifare mai una vacanza se è stata particolarmente memorabile, pena un'inevitabile delusione, ma i Fleshtones se ne fregano. Forse non saranno più quelli di trent'anni fa, ma - perdonate se sbraco nell'italiano - cazzo se pompano! 13 brani da due minuti e poco più (e a volte anche poco meno, come nella micidiale What You're Talking About), e un campionario di chitarre fuzz, coretti, fiati, violini, Farfisa sparati al cielo, urla sconsiderate e qualche lezione ancora da impartire (trovate la differenza tra Roofarama e un qualsiasi brano del Black Joe Lewis più recente).

Il disco è vario e anche ben scritto (How To Say Goodbye è pure una bella ballata roots), ci si diverte parecchio (Veo La Luz sa proprio di presa per il culo) e alla fine si è già pronti per un altro giro. "Ci siamo divertiti un sacco, e per un fan del rock and roll questo è un sogno che si avvera. D'altronde, chi altri può suonare questa musica se non noi?" ha dichiarato Zaremba presentando il disco. Già, chi altri? Gli Strypes potrebbero essere la risposta. Se solo avranno il coraggio e l'umiltà di prendersi Wheel Of Talent e prendere appunti in religioso silenzio.

TERENCE TRENT D'ARBY

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