lunedì 27 luglio 2015

BROWN BIRD

BROWN BIRD
AXIS MUNDI
Supply & Demand
***
Nel cantautorato di marca folk/roots due sono le vie oggigiorno: o seguire la linea di songwriting classica del rock americano da Dylan in giù, oppure assumere un atteggiamento più dimesso, “indie” si dice ormai da almeno vent’anni, decisamente più “british” nel suo essere solo apparentemente fuori dagli schemi. Perché poi ad uno schema risponde anche l’arte dei Brown Bird, duo indie-folk formato da David Lamb (barba d’ordinanza, voce alla Sam Beam, aria timido-depressa come da manuale) e la bassista/violoncellista/violinista MorganEve Swain (bellezza dimessa, non volgare, nascosta…sempre come da manuale). Duo attivo fin dal 2007 con una disordinata discografia tra ep e album interi (anche questo aspetto risponde ad un preciso canovaccio alla Will Oldham e compari), pubblicano con questo Axis Mundi la loro opera finale, visto che Lamb si è spento alla fine dello scorso anno per una leucemia, lasciando alla Swain la difficile decisione su come continuare la carriera. Un po’ come è stato The Wind di Warren Zevon, Axis Mundi è dunque un disco registrato da un artista conscio di eseguire il proprio canto del cigno, e questo lo rende già emotivamente pregnante e significativo. Ma la fretta di chiuderlo (o forse, visto quanto molti di questi brani suonino abbozzati, non è in verità stato finito) ha forse portato a pubblicare un’opera interessante quanto contraddittoria. I riferimenti più evidenti, oltre a quelli citati dei mostri dell’indie-folk dell’ultimo ventennio, potrebbe comprendere anche Syd Barrett (quanti Pink Floyd si sentono in Forest and Fevers?), vuoi anche per quell’amore dell’arrangiamento scarno e zoppicante che molti brani mantengono. I due di fatto hanno fatto tutto da soli in casa, senza altri session-man, ed è un peccato forse, perché qua e là in una scaletta di ben quindici titoli si ravvisano non pochi embrioni di ottime canzoni (Focus, Adolescence, Ephrain). Ma in mezzo troviamo anche troppe idee già note e sentite meglio sviluppate da altri (Iron & Wine su tutti qui direi), e quell’aria di disco casalingo che forse è ora di lasciarsi un po’ alle spalle, dopo che tanto ha contribuito a salvare la musica folk nei tempi di crisi dei primi anni duemila. Non c’era tempo probabilmente, o Lamb invece davvero cercava il proprio Pink Moon prima di lasciarci, in ogni caso questo testamento lascia una eredità monca, e la morte del protagonista ha impedito che la sigla Brown Bird potesse maturare in qualcosa di veramente importante per i prossimi anni. Peccato, in ogni caso.

Nicola Gervasini

mercoledì 22 luglio 2015

SAM LEWIS

SAM LEWIS
WAITING ON YOU
Brash Music
***1/2
Il suo nome è un po’ ordinario e sarà difficile tenerlo a mente o distinguerlo (banalmente, anche ricercare informazioni nel web appare impresa alquanto difficoltosa visti i tanti casi di omonimia in cui si incappa), ma Sam Lewis, musicista attivo da anni a Nashville al secondo album solista in carriera dopo il debutto omonimo del 2012, è uno da cominciare a tenere d’occhio. Nulla di nuovo: il suo è un mix di voce da cantautore roots classico (molto simile a quella di Amos Lee direi), un approccio alla roots-music pieno di ritmi (il gospel caraibico dell’iniziale ¾ Time ricorda il miglior Brett Dennen) e molto soul nella musica (Love Me Again potrebbe essere una ballata di Van Morrison). Registrato a Nashville con qualche nome noto in session (Darrell Scott, Will Kimborough, la Wood Family ai cori), Waiting On You è il classico album senza sbavature, che scorre senza intoppi da capo a fine, con una serie di brani in stile tradizionale ben scritti e ancora più finemente arrangiati. Lewis è un amante delle ballate romantiche e intense, siano esse di marca black/soul (la title-track) o anche country (She’s a Friend, materia che un Willie Nelson in versione malinconica troverebbe irresistibile). Ma il menu offre anche momenti di svago, come la lunga cavalcata dylaniana di Things Will Never Be The Same, divertissement che introduce alla bellissima Talk To Me, sospesa a metà tra il Ray Lamontagne più ispirato e l’innegabile peso della lezione di Van Morrison. Reinventing The Blues è invece un episodio più ordinario, canzonetta in dodici battute che serve ad alleggerire i toni di un album emotivamente molto intenso, prima di arrivare al gospel-country di Never Again (inconfondibile qui il tocco di Darrell Scott), ad una Texas che ha antichi sapori da outlaw-country degli anni settanta, così come Little Time sembra un brano di Jesse Winchester. Finale importante con l’acustica Virginia Avenue, tripudio di dobro e slide per una malinconica ballata di pregevole fattura, ma apoteosi finale con la corale I’m Coming Home, davvero riuscito finale che potrebbe richiamare mille nomi (mi torna in mente il primissimo Kris Kristofferson o John Prine anche), ma che alla fine evidenzia come, seppur nel suo stile per nulla originale, Sam Lewis è uno che ci sa fare. Non aspettatevi rivoluzioni, quanto piacevoli e sempre ben accolte conferme.

lunedì 6 luglio 2015

SUGARCANE JANE

SUGARCANE JANE
DIRT ROAD’S END
ArenA recordings
***
Non muore mai l’abitudine del duo di coniugi folk nella tradizione americana, e così non è certo nuova la formula dei Sugarcane Jane, coppia di musicisti che si presenta romanticamente mano nella mano fin dalla copertina di questo Dirt Road’s End. Lui è Anthony Crawford, session man che i fans di Neil Young ricorderanno come membro degli Shocking Pinks (con cui Young ha registrato Everybody’s Rockin’) e negli International Harvesters (la band che lo spalleggiò nel tour per Old Ways, apprezzabili nel bel live A Treasure uscito nel 2011), oltre che collaboratore di Dwight Yoakam (grazie al quale ha pubblicato nel 1993 un suo album solista prodotto da Pete Anderson), Steve Winwood e Nicolette Larson. Lei invece è Savana Lee, giovane buskers senza grandi esperienze finché un tour a spalla di Loretta Lynn e tanta vita da musicista di strada non le hanno aperto le porte degli studi di Nashville come autrice e musicista nei dischi, tra gli altri, di Lucinda Williams e Emmylou Harris. Due figure fortemente legate a Nashville e alla country music, che sotto il nickname di Sugarcane Jane offrono però un country-folk da strada che ricorda molto i momenti più rurali dei Bodeans (sarà per la somiglianza della voce di Crawford con quella di Sam Llanas). Dirt Road’s End (che è già il loro quarto titolo) è un disco che, nonostante l’assenza di batteria (ma ci sono mille percussioni di ogni altro tipo), è un album molto ritmato, gioioso e quasi da ballare. Sia l’indiavolato rock acustico di Heartbreak Road o la cavalcata da bisonte della strada di Not Another Truck Song, le canzoni del duo sono perfettamente coerenti con l’immaginario da strada che ha fatto da cornice alla loro carriera, capaci di lanciarsi in country corali alla Gram Parsons come Sugar o in baldanzose gighe folk da festa paesana come Ballad Of Sugar Jane. Ci sanno fare anche con la penna (Home Nights, San Andreas), anche se a livello produttivo il clima decisamente da instant-record fa perdere un po’ i dettagli, e il muro di acustiche, mandolini e mille altri strumenti acustici a volte pare un po’ confuso  e non sempre ben amalgamato, ma pare evidente l’intenzione di ricreare in studio il clima e il suono di una esibizione di piazza. Disco fresco sebbene legato senza troppi voli di fantasia ad una tradizione consolidata. Solo per veri viaggiatori.

Nicola Gervasini

mercoledì 1 luglio 2015

MANDOLIN ORANGE

MANDOLIN ORANGE
SUCH JUBILEE
Yep Roc.
*** 1/2

Storie di raccolti, montagne rocciose, miniere abbandonate, amori impossibili da maturare nella vita desolata della provincia americana. Esiste ancora questo immaginario semplicemente perché l’America non ha mai smesso di avere angoli in cui il tempo si è fermato da almeno un secolo, fuori dalle coordinate del grande correre degli Stati Uniti di Obama per non perdere il ruolo egemone che la storia gli aveva assegnato nel ventesimo secolo. E se esiste ancora quell’America, normale che esistano e nascano ancora  band come i Mandolin Orange, nome quanto mai esplicativo sulla direzione della loro musica. Duo formato da Emily Frantz e Andrew Marlin, vengono dal North Carolina e hanno all’attivo già quattro album prima di questo Such Jubilee, secondo disco decisamente americana-oriented edito per la Yep Roc.. Musicalmente non è niente che già non si era sentito dalle band dell’alternative country anni 90, o, se vogliamo, potremmo presentarli come una versione meno lugubre e più melodica della Handsome Family, capaci di portare in cascina brani di struttura tradizionale come Old Ties and Companions, ma anche ottime prove d’autore come l’acustica Rounder. Unico membro aggiunto in session è Josh Olivier (che aggiunge voci, chitarre e wurlitzer qua e là), per il resto il disco è completamente autoprodotto dal duo, ormai capace di dimostrare piena maturità anche nell’amalgamare le tante chitarre acustiche con il violino della Frantz (bellissima, in questo senso, From Now On). L’album comunque ha un tono decisamente dimesso e crepuscolare, permeato da una grande malinconia che traspare anche dai testi, intrisi di tutti quei fantasmi che una provincia in crisi (umana, ancora prima che economica) si portano ancora appresso. La vita è altrove sembra dire un brano come Jump Mountain Blues, vero inno all’impossibilità di trovare la felicità tra le rocce desolate del North Carolina (“adesso ogni pensiero di te è solo un piccolo ricordo di tutti i miei rimpianti, se solo tu avessi conosciuto la vera felicità, probabilmente ci sarebbe un fantasma in meno che si aggira come un bambino perduto in queste colline di Rockbridge County”), o un titolo già di per sé esemplificativo di ciò che rimane come Blue Ruins. All’economia del disco manca forse il momento di respiro in mezzo a tanta mestizia, ma è palese che non era nelle intenzioni del duo dare un attimo di tregua: gli Stati Uniti inseguono la Cina, la Russia, il mondo Arabo, e intanto si stanno dimenticando dei luoghi che hanno fatto la loro storia. E resta solo questa musica a ricordarli.
Nicola Gervasini

venerdì 26 giugno 2015

STORNOWAY

STORNOWAY
BONXIE
Cooking Vinyl
***

Sono di Oxford gli Stornoway, anche se il nome deriva dal piccolo capoluogo delle isole Lewis e Harris in Scozia, città che i quattro non hanno mai visitato, ma che pare sia nota in tutto il Regno Unito perché sempre citata nelle previsioni del tempo nazionali. Sono attivi dal 2006, e Bonxie è il loro terzo album dopo Beachcomber's Windowsill del 2010 e il ben accolto Tales from Terra Firma del 2013. Una storia breve ma radicata quanto basta perché la realizzazione di questo album sia stata totalmente finanziata dal crowdfunding (ci tengono a far sapere che hanno raggiunto il 222% di quanto sperato inizialmente). Dediti ad un folk di marca indie un tempo votato agli strumenti acustici, sono visti in patria come una valida alternativa ai più noti Lumineers (ma avere una hit folk che finisce negli ipod dei quattordici anni è un caso talmente anomalo che non capiterà più per almeno i prossimi trent’anni).  Il combo è formato dal cantate/autore/chitarrista Brian Briggs, dal tastierista Jonathan Ouin e dalla sezione ritmica formata dai fratelli Oli e Rob Steadman. Dopo una partenza tutto sommato coerente con lo stile degli album precedenti (Between the Saltmarsh and the Sea), Bonxie si rivela subito come un ulteriore salto avanti nella creazione di uno stile proprio. Lo scanzonato e divertente dance-pop di Get Low e la beatlesiana Man On The Wire infatti virano il suono verso un brit-pop anni 90 di marca Blur, nonostante la voce di Briggs sempre più sembra un mix tra Colin Meloy dei Decemberists e un Damon Albarn in versione più folk. Molto bella The Road You Didn’t take, folk song di stampo classicissimo, che apre ad un ulteriore cambio di stile con la scanzonata e quasi ska Lost Youth (siamo in zona Madness qui), mentre Sing With Our Sense torna a citare modelli brit-pop come i James. Dopo i primi frizzanti colpi il disco si siede leggermente con una We Were Giants che non trova una propria personalità, una ripetitivamente troppo poppish When You’re Feeling Gentle e un numero alla Pulp un po’ confuso come Heart of The Great Alone. Si torna in carreggiata con il folk corale di Josephine e si chiude con il muro di fiati della bella Love Song of The Beta Male. Troppe idee e voglia di fare troppe cose, ma in ogni caso Bonxie è una buona occasione per conoscerli e apprezzarli.

Nicola Gervasini

lunedì 22 giugno 2015

DANNY SCHMIDT

DANNY SCHMIDT
OWLS
Live Once Records
***1/2
Danny Schmidt fa parte di quella nuova schiera di cantautori anni 2000 che vivono ai margini del mercato discografico ma tengono alta la bandiera del buon songwriting d’altri tempi. E’ anche uno di quelli che ancora , dopo ben 8 album solisti, cerca una conferma definitiva del proprio talento, uno alla John Gorka per dire, che fin dagli esordi è sempre vicino al fare il disco della vita, ma alla fine non ci riesce mai. Se volete recuperare qualche puntata precedente buttatevi senza remore su Instead The Forest Rose To Sing del 2009, sicuramente il suo lavoro più maturo e rappresentativo, piuttosto che sul scialbo seguito del 2011 Man Of Many Moons o sul disco a due mani prodotto nel 2014 con la neo-moglie Carrie Elkin (For Keeps). Owls arriva giusto a confermare la caratura del personaggio, sia nel bene che nel male: non è un campione di serie A Danny Schmidt, ma resta una penna capace di emozionare un vocalist davvero notevole, al quale manca solo forse un po’ del fascino che rende Ray Lamontagne più efficace, per citare uno che viaggia sullo stesso binario stilistico. Prodotto in Texas da David Goodrich e suonato da una schiera di fidati amici (tra cui va notata perlomeno la steel guitar di Lloyd Maines), Owls è un buon disco che non cerca di strabiliare con effetti speciali, ma punta dritto al cuore delle canzoni. Se l’apertura di Girl With Lantern Eyes non abbaglia, il livello si alza con la bella The Guns & the Crazy Ones e con la tesissima Soon The Earth Shall Swallow, sei minuti che partono come un blues oscuro e si trasformano in un triste canto strada facendo. Si ritorna su stilemi più classici con l’incedere alla Neil Young di Faith Will Alway Rise, o con il folk minaccioso di Bad Year For Cane, che porta invece al momento più rilassato e spirituale di Looks Like God. La band non suona una nota che non sia men che meno prevedibile e fuori posto, ma il sound è pieno e perfettamente calibrato, e ricorda molto anche i dischi più recenti di Amos Lee. Magari gli si potrebbe far notare che la ballata Cries Of Shadows è davvero simile a mille altre, ma sembrerebbe anche fuori luogo quando pare evidente che lui è artista che si accontenta dell’espressione senza voler fare impressione. Nel finale il disco rallenta ritmo e livello, ma c’è tempo ancora per godere di brani come All The More To Wonder (davvero bella), la semplice Cry On The Flowers, la folkish Paper Cranes, per chiudere dopo 45 minuti con la dylanianissima Wings Of No Restraint. Buon ritorno e disco imperdibile solo per gli amanti della canzone d’autore più soft ed elegante.


Nicola Gervasini

mercoledì 10 giugno 2015

SONNY AND THE SUNSETS

SONNY AND THE SUNSETS
TALENT NIGHT AT THE ASHRAM
Polyvinl Record
***

Sonny Smith è un personaggio davvero particolare, uno storyteller di penna e pentagramma che viene da San Francisco. Ha già all’attivo parecchie pubblicazioni discografiche (ma anche alcuni libri di storie), molte su commissione (incideva canzoni per una rivista letteraria che era solita allegare cd con canzoni ispirate dai racconti pubblicati nel mese), più svariati progetti trasversali e meta-artistici. Il più importante lo ha visto nel 2010 invitare 100 pittori a disegnare le copertine di 100 dischi immaginari, ementre lui si prodigava nel comporre i brani per questi dischi sulla base dell’immagine di copertina (compose in totale 200 canzoni). Curiosità a parte, Talent Night At The Ashram, sebbene sia un home-record autoprodotto, è il tentativo di dare corpo organico alla sua vasta produzione. Lo accompagnano nell’impresa i Sunsets, band della West Coast nata a pane e Beach Boys, benedice con un intervento ai cori il cantautore (e leader degli Honeycut) Bart Davenport. Fin dall’apertura di The Application, tra organetti e cori alla Fleet Foxes, si respira una leggiadra aria indie, incalzata dalla voce del padrone di casa che ricorda, a seconda di casi, quella di M Ward o di Bon Iver. Album musicalmente vario, ma che bene o male richiama gli eroi dell’indie-rock anni 2000: Cheap Extensions sembra un brano uscito dall’ultimo album dei War On Drugs,  con i suoi toni decisamente new wave, oppure la brillante Alice Leaves For The Mountains, puro pop per giornata di surf. L’album è breve e non annoia, anche se il tono ironico e scanzonato di testi e interpretazione (la lunga Happy Carrot Health Food Store sembra una lunga parodia di un brano degli Eels) lascia tutto nella dimensione del divertissement. Per certi versi brani come Blot Out Of The Sun con il suo piano pulsante ricorda le pop-song stralunate di Ben Folds, mentre Icelene’s Loss è un palese omaggio al sound del flower power anni sessanta (siamo in zona Spirit). Pop songs leggere e intelligenti, con forse troppi elementi ed ispirazioni diverse buttate a casaccio in un patchwork di indie moderno…un disco specchio dei tempi che vale la pena ascoltare, anche se non lascerà un gran segno.

Nicola Gervasini

giovedì 4 giugno 2015

FOY VANCE

FOY VANCE
LIVE AT BANGOR ABBEY
Glassnote Record
***1/2

Per sapere chi sia Foy Vance andate pure alla voce “miracolati delle tv-series” della nuovissima enciclopedia della storia del rock (una qualsiasi..). Irlandese doc, Vance ha due soli album all’attivo (Hope del 2007 e Joy Of Nothing del 2013), senza contare un buon numero di EP, ma deve i suoi canonici 15 minuti di notorietà al fatto che nel 2006 ben due sue canzoni finirono in un episodio di Grey’s Anatomy. Era sconosciuto allora (se non per una curiosa partecipazione ad un talent show televisivo in una imitazione di Andrew Strong dei Commitments), non è conosciutissimo oggi se non in patria, eppure per lui è già tempo di live-record antologico. Ben venga, perché Live At Bangor Abbey ci permette di scoprire un cantautore di stampo american-rock tradizionale davvero valido, per quanto non originalissimo. Per darvi coordinate classiche siamo dalle parti di un Willie Nile quando ha velleità d’autore (come ad esempio nell’ultimo album If I Was a River), un Michael McDermott quando s’innamora, momenti di folk-riflessivo alla John Gorka (Be My Daughter, Two Shades Of Hope)  o parecchie affinità ha con il James Maddock  più recente. L’album assembla il meglio di due serate in cui Foy Vance è stato accompagnato da un intera orchestra d’archi oltre che dalla sua band, e questo rappresenta davvero un’opportunità speciale per una produzione indipendente. Il suono infatti è pieno, gli archi fanno davvero il loro mestiere nel l’estetizzare un pugno di valide canzoni, e Vance, conscio della grande occasione, canta con forza e trasporto. Qualcuno magari lamenterà l’assenza di un taglio più rock, il fatto che praticamente tutti i brani mantengano un tono epico-romantico (Regarding Your Lover ad esempio gira  dalle parti di David Gray),  ma è innegabile che il disco abbia un impatto emotivo davvero suggestivo e una registrazione talmente perfetta che lascia qualche dubbio sul fatto che ci siano state o no qualche sovra-registrazione di studio (il pubblico normalmente si sente solo a fine brano). C’è anche uno dei brani finiti in Grey’s Anatomy (Homebird, numero solo voce e chitarra), momenti di sentita partecipazione del pubblico (il coro e battimani finale di Guiding Light), per il resto la scaletta offre davvero il meglio della sua produzione e costituisce un punto di partenza ideale per poterlo seguire. Vi basta avere ancora un cuore-rock che pulsa sul lato romantico della strada, lasciarvi andare alla grandeur in melassa di brani come Feel For Me o You And I, dimenticarvi il rock da barricata, e questo album vi entrerà nel cuore.

Nicola Gervasini

lunedì 25 maggio 2015

DECEMBERISTS

Colin Meloy nelle foto di presentazione di What a Terrible World, What a Beautiful World (Rough Trade,  titolo rubato da un discorso di Barack Obama), ha la faccia sorridente e sorniona di chi in qualche modo ce l’ha fatta. Con numeri rapportati ai nostri tempi (quindi bassi), la storia dei suoi Decemberists ricorda davvero quella dei R.E.M., band passata al successo planetario dopo dieci anni di gavetta underground. Anche la loro musica era finita per sembrare quella dei R.E.M., forse anche fin troppo nel precedente The King Is Dead del 2011, album che li ha consacrati a gruppo simbolo dell’indie-rock di questi anni 2000. Ma i Decemberists non erano partiti dal jingle-jangle rock di Stipe e soci: prima c’erano stati il folk stralunato e cabarettistico di album come Her Majesty e Picaresque, poi il flirt con il prog di The Crane Wife e il rock anni 70 del concept The Hazards Of Love. Ma il nuovo album li conferma definitivamente: ora i Decemberists piacciono a tutti, avanguardisti e tradizionalisti, classic-rocker e giovani alternativi. E la vera vittoria è che per mettere d’accordo tutti, Meloy ha realizzato il più classico dei Greatest Hits stilistici da band in piena maturità. Qui ci sono tutte le loro anime, quella stravagante (come terminare la scaletta con un brano intitolato A Beginning Song), quella istrionica (l’esperimento sixty-pop di Philomena), quella tradizionalista (Make You Better è puro mainstream-rock) e, ora, dopo quindici anni di carriera, anche quella più furba, fin dall’idea di produrre un disco di brani easy & catchy con fiati da canticchiare in coro (Cavalry Captain) e archi sinuosi (Lake Song). Manca quindi il loro lato più ostico e cervellotico, ma Meloy appare un uomo diverso oggi, meno tormentato, più risolto, forse meno artista e più rockstar. Uno stato di grazia produttivo quanto pericoloso il suo, che per qualcuno è significato l’appiattimento e l’appagamento, per altri l’inizio di una nuova intrigante vita artistica. Per loro chissà: di certo a rifare un album così perfettamente orecchiabile al primo colpo come questo si rischierà la perdita del colpo di scena, e quindi la noia. C’è dunque solo da sperare che Colin si complichi di nuovo la vita.

venerdì 22 maggio 2015

RAY BARNARD


 Ray Barnard 
Where Would I be Without You
[
Bartered Soul 
2014]
www.ray-barnard.com
 File Under: Indie-White-Soul 

di Nicola Gervasini (28/03/2015)
La categoria con cui si auto-presenta Ray Barnard è Indie-soul, un termine che non si capisce bene se indica solo la non appartenenza ad una major dell'artista, o una attitudine musicale moderna portata in un genere ben specifico come la new-soul music. Nel suo caso potremmo dire che siamo coerenti con il primo dei significati, perché questo Where Would I Be Without You è il suo secondo self-product-album dopo un esordio del 2010 (Tinted Windows To The Soul), ma non molto con la seconda spiegazione, perché qui i sacri crismi di certa soul-music (direi Curtis Mayfield come nume tutelare numero uno in questo caso, ma anche sprazzi di Marvin Gaye, Al Green, e, per stare in tempi più recenti, i momenti più classic-soul di Cody Chesnutt) sono affrontati con un piglio tradizionale e non certo con la proverbiale ritrosia e il lo-fi mood dell'attitudine indie di questi anni.

Il soul non è materia per timidi, anche nelle sue versioni più sofferte e lamentose, necessita di spiccate doti di istrionismo e di esternazione piena dei sentimenti, per cui l'espressione indie-soul appare davvero stridente. Per il resto abbiamo un nuovo bravo emulo in città signori miei, che ci propone un album fresco e veloce che non aggiunge nulla a quanto ci aveva già portato in casa un Aloe Blacc, per dirne uno tra i più famosi. Ma a questo punto una piccola sorpresa: Ray Barnard infatti non è un tipico americano nero in cerca dei propri padri musicali, ma un bianco texano abituato a presentarsi con Stetson di ordinanza. Prima del suo esordio infatti era il leader dei Copperheads, band che deve proprio a Steve Earle la propria denominazione sociale, che hanno realizzato tre album in proprio negli anni 2000 e sono stati usati come concert-band da artisti come Rosie Flores, Jack Ingram, Chris Scruggs e tanti altri.

Questo spiega i vaghi sapori roots sparsi anche in questo Where Would I Be Without You (le armoniche e slides di Lost In The Flood ad esempio), un po' meno una voce decisamente soulful e black. Il che davvero dimostra quanto siano finiti i tempi del "razzismo al rovescio" per cui un tempo si pensava che solo uomini dalla pelle nera potessero suonare vero blues e soul, e forse anche evidenzia quanto questi ormai tanti anni di rinascita del soul classico abbiano ormai codificato il genere in regole talmente semplici e lineari, che anche un texano dagli occhi di ghiaccio può far emozionare tra fiati, piani wurlitzer, chitarre wah-wah e ritmi funky-soul. Segnalo poco i brani perché il disco si ascolta con piacere, ma manca delle classiche zampate del fuoriclasse, per quanto Roseville sia intensa, l'apertura di Bone Of My Bones impressioni, e il funky corale diBrothers riporti ai migliori Neville Brothers. In ogni caso la storia del soul non passa da queste parti.


mercoledì 20 maggio 2015

CHADWICK STOKES

CHADWICK STOKES
THE HORSE COMANCHE
Nettwerk
***
Chadwick Stokes è il leader di alcune interessanti band di Boston di questi anni 2000 (spesso accreditato come Chad Urmston), i Dispatch (5 album tra il 1996 e il 2012, un trio in qualche modo assimilabile alla Dave Matthews band come filosofia musicale a metà tra jam, pop e roots-rock) e gli ancor più noti State Radio (quattro album tra il 2006 e il 2012, di cui il terzo, Let It Go del 2009, è entrato anche nella Billboard americana grazie al passaparola dei fans). Di suo aveva già prodotto due album (Live At the Brattle Theater del 2009 e Simmerkane II del 2011), ma è da questo interessante The Horse Comanche che possiamo senza remore occuparci di lui come di artista maturo e pronto a solleticare anche i nostri esigenti palati. L’album ha avuto una genesi davvero particolare, per quanto  evidente segno dei tempi: il nostro infatti ha chiesto ai propri fans di tutto il mondo la disponibilità a organizzare degli house concerts (massimo 50 invitati) in cui ascoltare, discutere e scegliere i dieci brani che hanno poi costruito l’album. Una sorta di via democratica alla composizione che fa storcere il naso per chi magari vede ancora l’artista come qualcuno che dovrebbe elevarsi dalla massa e non confondersi, ma se il risultato è interessante è perché poi dopo un anno di tour, prove e ripensamenti, Stokes ha realizzato il tutto con la dovuta professionalità. Innanzitutto si è affidato a due mostri di genere, il grande Sam Bean alias Iron & Wine (e basta ascoltare la conclusiva Walter per sentirne la pesante eredità) e l’espertissimo produttore Brian Deck, per un suono puramente indie-folk solo apparentemente scarno. Poi ha lavorato molto sugli impasti vocali, un po’ Bon Iver, un po’ Fleet Foxes, un po’ John Grant, un po’ anche sé stesso in alcune buone nuove idee, forse per lo più racchiuse nei funambolici sei minuti e passa della title-track. Il disco per il resto si barcamena tra momenti di intimo indie-folk (Pine Needle Tea), pop stralunati e percussivi (Mother Maple) , strani esperimenti di indie-limbo caraibico (Prison Blue Eyes), l’innesto quasi-rap di Our Lives Our Time, brano che gravita in area Decemberists. Tanta carne al fuoco, anche se forse manca il brano che faccia la differenza, a parte forse il bel singolo New Haven, impreziosito dall’intervento dei Lucius. In ogni caso un artista da seguire lungo questo suo nuovo percorso.

Nicola Gervasini

TERENCE TRENT D'ARBY

  Se vi state chiedendo chi diavolo sia Sananda Maitreya , fatto del tutto comprensibile visto che dal suo unico successo internazionale pub...