venerdì 25 settembre 2009

IAN HUNTER - Man Overboard


03/08/2009
Rootshighway


Pur augurando a questo baldo settantenne altri trent'anni di salute e dischi di tal fatta, ci azzardiamo a dire che Man Overboard potrebbe anche chiudere (con il botto…) il ciclo artistico di Ian Hunter. Dopo i fasti dei Mott The Hoople, ingiustamente noti ai più solo grazie ad uno scarto di magazzino del Duca Bianco Bowie, l'ispirazione di Hunter era sempre rimasta in bilico tra la madrepatria britannica e una terra americana che lo attraeva, ma che lo ha sempre ignorato e ritenuto un "alieno". L'album All-American Alien Boy nel 1976 arrivava a questa conclusione partendo proprio da un'accorata lettera alla propria terra d'origine ridotta in macerie (Letter To Britannia From The Union Jack era il triste brano che apriva il disco). Poi sono arrivati il "disco americano" (You're Never Alone With a Schizophrenic, con mezza E-Street Band al seguito), il tuffo nella new wave di casa (Short Back 'n' Sides) e di nuovo oltreoceano per la deriva nell'FM statunitense di Yui Orta, salvo poi varcare ancora La Manica per il folle progetto di Dirty Laundry, album concepito casualmente con alcuni rimasugli del punk inglese. Ora l'alternanza sembra essersi interrotta, perché dopo gli atti di rabbia e definitivo rifiuto per il decadente Regno Unito post-tatcheriano (Rant del 2001) e per l'America di Bush Jr. (Shrunken Heads del 2007), ben rappresentati dai due testi più disgustati della sua carriera (in Ripoff l'Inghilterra era vista come un lusso che nessuno può più permettersi, Soul Of America negava addirittura un'anima alla nazione americana), stavolta la palla sarebbe dovuta ripassare alla sfera britannica.

Invece Man Overboard non solo resta in America, ma si accasa stabilmente, trova alla sua musica una dimensione definitiva. Il Dylan in lui ha vinto sui Kinks che gli rullano da sempre nel cuore si potrebbe dire, o semplicemente per la prima volta nella sua carriera, a parte il duraturo matrimonio artistico con il chitarrista Mick Ronson, Hunter sembra aver trovato un gruppo di musicisti con cui collaborare stabilmente e condividere non solo un paio di fugaci sessions. Il sodalizio produttivo con Andy York (chitarrista spesso al servizio di Willie Nile e John Mellencamp) iniziato con il disco precedente pare ormai qualcosa di più di un semplice vezzo di sfruttarne le esperienze a 360 gradi in termini di rock americano, quanto una piena unitarietà di intenti che qui arriva a sfornare alcune delle sue migliori ballate come la title-track tirata a folk o la finale River Of Tears, che sfoggia un baldanzoso piano alla Bruce Hornsby. L'addio al suo adorabile rock and roll esagerato, cafone e pomposamente glam-rock sembra dunque irreversibile, e se Shrunken Heads sembrava un tipico disco di Ian Hunter bagnato nelle acque del Mississippi, Man Overboard è un tipico disco di riflessivo e intimista heartland-rock realizzato da Ian Hunter, e la differenza davvero non è irrilevante.

E' importante notare anche che ben tre brani (Man Overboard, l'intensa The Great Escape che apre nel migliore dei modi le danze e Babylon Blues) provengono dalle sessions del disco precedente, ma vennero escluse per il loro tono troppo personale. Hunter stesso spiega che l'avvento di Barack Obama ha fatto venire meno la voglia di combattere perché, almeno nelle premesse, "sembra un ragazzo a posto", ma non è venuta certo meno la voglia di raccontare se stesso (These Feelings e Win It All), magari anche attraverso romanze popolari che non gli sentivamo raccontare da tempo (Girl From the Office). Il ritmo dell'album è volutamente lento, e i momenti di divertimento come Up And Running o la melodica Arms And Legs badano più ai suoni che all'energia. "Nuovo Hunter", "Hunter-Roots" o "Ultimo Hunter" che sia, Man Overboard è un bellissimo disco di un uomo che sembra essere finalmente approdato nella sua "Isola Che Non C'è" dopo anni di viaggi e battaglie.
(Nicola Gervasini)

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