lunedì 21 settembre 2009

JOHN FOGERTY - The Blue Ridge Rangers Ride Again



09/09/2009
Rootshighway


La sfacciataggine con cui John Fogerty continua a ribadire che il suo presente non è altro che un "dejà vù" o un "revival" del passato ha raggiunto il suo apice con la scelta di far cavalcare ancora i suoi Blue Ridge Rangers. La storia è nota a tutti i suoi fans: nel 1973 la sua prima dichiarazione di indipendenza dai Creedence Clearwater Revival fu quella di registrare un disco di cover di classici country e spirituals (operazione oggi abusata, ma che allora poteva anche sembrare rivoluzionaria), un album inizialmente accreditato a dei fantomatici Blue Ridge Rangers, che altri non erano che il solo Fogerty in versione polistrumentista. The Blue Ridge Rangers Rides Again recupera quell'idea e la grafica di copertina, e se da una parte spiace dover constatare che anni di sfiancanti lotte legali per essere libero e padrone delle sue produzioni si stiano infine risolvendo in una serie di dischi utili solo ad intrattenere i nostalgici, va detto che perlomeno il poter sfruttare la bontà del materiale altrui rende il tutto gratificante all'ascolto.

Chi ha potuto verificare di persona quanto sul palco il buon Fogerty non tema rivali nonostante l'età (ma guarda caso per poterlo dimostrare deve evitare accuratamente di eseguire i brani più recenti…) potrebbe rimanere deluso stavolta: qui non c'è nessun muro di chitarre rock, ma undici pigre ballate country, più una nuova versione della sua Change In The Weather, messa giusto per non far perdere il ricordo del suo suono più tipico (l'originale era uno dei pochi momenti memorabili di Eye Of The Zombie del 1986). Facendosi aiutare stavolta da uno stuolo di scafati session-men (Buddy Miller e Kenny Aronoff tra gli altri), Fogerty azzanna con convinzione alcuni evergreen della country-music come la scanzonata Never Ending Song Of Love scritta da Delaney Bramlett, un successo del duo Conway Twitty-Loretta Lynn prima ancora che del duo Delaney & Bonnie, le saltellanti I'll Be There e Fallin Fallin Fallin (rese note da Ray Price), oppure Heaven's Just A Sin Away, o Moody River, vecchie hit rispettivamente dei Kendalls (ne esiste una buona versione di Kelly Willis) e di Pat Boone. Ci sono anche riletture più impegnate come l'immortale Paradise di John Prine che apre il disco, una sempre toccante Back Home Again di John Denver o la I Don't Care che fu di Buck Owens.

Degna di menzione è la splendida Garden Party, vecchio successo di Ricky Nelson, riproposta in versione fedele con l'aiuto degli Eagles Don Henley e Timothy B. Schmit, mentre la When Will I Be Loved degli Everly Brothers, condotta con un Bruce Springsteen un po' sulle sue, lascia l'amaro in bocca, visto che dall'atteso incontro di due tra i più travolgenti performer della storia rock era forse lecito aspettarsi qualche scintilla in più. Un pugno di brani tendenzialmente sempre molto allegri, suonati perfettamente e con stile impeccabile: c'era da aspettarselo esattamente così questo disco, a voi la scelta se questo sia un bene o un male.
(Nicola Gervasini)

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