RYAT - Totem


RYAT

TOTEM

Brainfeeder

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Più che Totem, poteva anche intitolarsi semplicemente Debut questa terza opera di Ryat, una fascinosa ragazza di Los Angeles (Christina è il suo nome di battesimo) che evidentemente non ha ancora tolto dal proprio lettore l’opera omnia di Bjork. Un debutto su un etichetta di settore (la Brainfeeder) che dovrebbe garantirle distribuzione migliore negli ambienti più adatti alla sua musica (soprattutto quelli inglesi), ma soprattutto un opera matura e decisamente di avanguardia che unisce elettronica, poesia e persino spunti classici, per un risultato affascinante e al tempo stesso stordente che dovrebbe piacere soprattutto a chi negli ultimi anni ha apprezzato l’opera di Joanna Newsom. Il primo elemento che va notato in questi brani dalla struttura decisamente minimale è l’utilizzo della voce, vista non come elemento narrante ma come strumento fondamentale nella creazione del sound, mezzo per trasportare le poche e stringate parole dei brani che parlano di mitologia dei nativi americani, unione di anima e natura, ritorno alle radici. Si rasenta la new age in alcuni momenti, ma non si scende mai sotto il pericoloso confine della maniera, e alla fine, seppure non sia musica per tutti i palati (astenersi esclusivisti del suono roots e cultori delle chitarre senza se e senza ma), il disco trova una sua perfetta collocazione nei momenti più riflessivi della nostra esistenza. In ogni caso Ryat si prodiga in ben studiati campionamenti ottenuti con una tastiera FX, e se quando abbozza qualche ritmica sincopata in stile hip hop (ma non ci arriva, tranquilli…) il risultato pare poco originale, quando come in Hummingbird ricama intricate trame di archi sintetizzati riesce a captare l’attenzione. Totem è dunque opera affascinante e da ascoltare in modo unitario, ma al tempo stesso urticante se non siete sintonizzati sulla sua lunghezza d’onda. E fa anche un po’ il punto su dove sia arrivata la musica indipendente a livello di sperimentazione, e il merito principale di Ryat, al di là dei debiti già dichiarati, è quello comunque di riuscire ad esprimere una singolare personalità anche nei brani più ostici e azzardati come Seahorse o Footless o nei passaggi dove si sente che c’è voglia di strabiliare. Se decidete di dare una chance a questo disco mettetevi in testa però che non basta un fugace ascolto da uno streaming nel web, ma serve uno stereo come si deve, in una stanza d’ascolto come si deve e una predisposizione d’animo adatta. Per tutto il resto resta sempre il rock.
Nicola Gervasini

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