sabato 22 settembre 2012

STEVIE JACKSON - (I CAN’T GET NO) STEVIE JACKSON


STEVIE JACKSON

(I CAN’T GET NO) STEVIE JACKSON

Banchory

***1/2

Che ci sia anche da ridere lo si capisce dal titolo rollingstoniano dell’album, (I Can’t Get No) Stevie Jackson, quasi una supplica a non prendere troppo sul serio questo esordio del chitarrista dei Belle & Sebastian. Personaggio schivo e da sempre poco al centro di quell’attenzione che la band riuscì ad attirare a cavallo degli anni 2000, Stevie Jackson è uno dei pochi chitarristi del mondo indie ad avere lasciato un’impronta stilistica ben definita, ad essersi creato un suono riconoscibile e a lui riconducibile, caratterizzato dall’uso di svariati effetti. Mister Riverbero lo chiamavano ai tempi, e forse oggi questa sua prima fatica arriva anche per scrollarsi di dosso il nomignolo. Il disco è infatti una piccola galleria di scherzi ed esercizi di stile, pop-songs per tutti i gusti che il nostro ama presentare con un piccolo scritto di presentazione che ne racconta la genesi. Quanto basta per apprezzare l’umorismo decisamente british nel giustificare gli evidenti omaggi sparsi qua e là, dall’Elton John prima maniera echeggiato nell’iniziale Pure Of Heart agli strampalati riferimenti cinematografici sciorinati in Just, Just, So To The Point (brillantissima pop-song anni 70 dedicata a John Houston e famiglia) o Kurosawa (dedicata al maestro Ozu in verità, tanto per confondere le idee). Beatles presenti ovunque, ma anche tesori pop alla Kinks (Where Do All The Good Girls Go?), sgangherati schizzi acustici alla Jonathan Richman (Press Send, sketch sulla comunicazione via e-mail e social networks fra due innamorati) oppure orchestrazioni ardite alla Electric Light Orchestra (Telephone Song). Jackson se la cava benissimo sia con le parole che con i diversi registri adottati, con risultati particolarmente godibili nel garage-pop di Try Me (sembra quasi uno degli scherzi del Ben Vaughn anni ottanta), in una Dead Man’s Fall che canzona i cantautori indie con coretti alla Beach Boys o quando in Bird’s Eye View cerca l’ acoustic-ballad allucinata alla Robyn Hitchcock, finendo per trovare una perfetta imitazione di Julian Cope. Non poteva mancare Bowie nel gioco dei rimandi, perfettamente riconoscibile nelle trame della complessa Man of God, un brano che Jackson dice essere nato per cercare di sedurre una donna che finirà invece annoiata da una serie di discussioni sulle b-sides dei Beatles. Vita da nerd e malato di musicofilia quella descritta dai solchi di Stevie Jackson, che ad un certo punto nelle note d Try Me si rende conto che certi testi da love-song adolescenziale mal si prestano alla sua condizione di ultratrentenne, ma che non riesce davvero a farne a meno. La stessa sindrome da Peter Pan che rende questo disco un piccolo gioiellino da non perdere.
Nicola Gervasini

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