lunedì 11 maggio 2015

WATERBOYS


 The Waterboys Modern Blues
[Kobalt/ Self 
2015]
www.mikescottwaterboys.com

 File Under: The whole of the sound

di Nicola Gervasini (27/01/2015)
Mike Scott sa benissimo di avere fatto qualcosa di importante in carriera. Il cofanetto delle sessions di Fisherman's Blues è lì a dimostrarlo, opera imponente a autocelebrativa della âge d'or dell'artista scozzese. Sarà forse per questo che la discografia dei Waterboys, da quell'album in poi, è stata un continuo rincorrere il mito e cercare il colpo ad effetto. Dal 1990 ad oggi non c'è un loro disco che assomigli al precedente, e se questo è garanzia di vitalità artistica, va detto che, con i suoi alti e bassi, non solo Scott non ha più raggiunto le vette degli anni ottanta (ma sarebbe stato anche troppo pretenderlo), ma ha prodotto anche una serie di album alterni, poco significativi, e soprattutto ininfluenti se visti con l'occhio più ampio dello scenario musicale di questi anni 2000.

In questo senso va letto il tentativo con Modern Blues di tornare ad essere "moderni" pur conservando il marchio sonoro "alla Waterboys", con una operazione di mix tra vecchio e nuovo che alla fine lascia perplessi. Il vecchio sta tutto nella costruzione delle canzoni, mai come mai legate alla lezione Van Morrison (l'omaggio al jazz che fu di Nearest Thing To Hip si avvicina molto al plagio stilistico), nel recupero di melodie tipicamente da "periodo folk" della band, nella collaborazione di vecchi compari come Steve Wickham accanto a nuovi innesti provenienti dal mondo della soul music come il tastierista Paul Brown e l'ultrasettantenne bassista David Hood, figura mitica dei Muscle Shoals e padre del Patterson dei Drive By Truckers. Ma Scott non si adagia solo su quel sound morrisoniano che già aveva recuperato in Book Of Lightning del 2007: porta tutti a registrare a Nashville, ma invece di lasciarsi coinvolgere dal clima del luogo, modernizza tutto con un sound pompatissimo e rockeggiante da radio FM anni 80, lo stesso che avrebbe potuto usare un Joe Cocker dell'epoca. E, in più, appesantisce ogni brano con arrangiamenti magniloquenti, big drums d'altri tempi, assoli un po' strafottenti.

Insomma, il meglio di Fisherman's Blues mischiato al peggio di album come Dream Harder e A Rock In The Weary Land convivono assieme per un disco che suona brillante e decisamente accattivante, quanto anche inutilmente sguaiato e esibizionista. E se poi a volte basta la canzone a perdonare riffoni di chitarra davvero fuori luogo (Destinies Entwined e il travolgente finale di Long Strange Golden Road), in altri casi il risultato sfiora un po' il ridicolo, come nel blues di Still A Freak. Modern Blues è dunque un ottimo album rovinato da un autore che cerca di far scena, ci mette troppe idee e troppi suoni inutili, portandoci alcuni dei migliori brani usciti dalla sua penna negli ultimi vent'anni (splendide I Can See Elvis e November Tale), ma anche tante canzoni che meritavano altro sviluppo (RosalindThe Girl Who Slept For Scotland) e qualcuna proprio minore (Beautiful Now). Forse perché, se proprio aveva intenzione di riportarci agli anni ottanta, allora era This Is The Sea con il suo vago taglio new wave il disco da riprendere in mano, non questa versione da arena rock sporcata da black music di Fisherman's Blues.

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