venerdì 9 settembre 2011

GARLAND JEFFREYS - The King of In Between

inserito 04/07/2011

Garland Jeffreys
The King of In Between
[
Luna Park 2011
]



Vi siete mai chiesti come passano la giornata i losers persi per strada negli anni, i vari reietti del mondo discografico ridotti da tempo al silenzio? Lavorano? Si dedicano ad altro? Oppure girano suonando per i bar i loro vecchi successi, a beneficio dei pochi nostalgici ancora disposti a risentirli? Cosa ha combinato dunque Garland Jeffreysnegli ultimi 14 anni, dopo il fallimentare tentativo di risultare davvero moderno con l'album Wildilife Dictionary? Per vivere non lo sappiamo, ma The King Of In Betweenarriva a sorpresa a raccontarci di come il nostro vecchio eroe abbia nel frattempo recuperato il suono delle strade, incontrando vecchi maestri in materia (Lou Reed, suo compagno all'Università, presta il vocione per i cori) e un sound chitarristico che aveva abbandonato da tempo. Potrebbe essere il fratello minore di Streets Of New York di Willie Nile questo album, sia perché potrebbe portare lo stesso titolo, sia perché brani come I'm Alive, che già conoscevamo grazie ad una raccolta di 4 anni fa, davvero ricalca le orme del piccolo Willie. Oppure avrebbe anche potuto auto-citarsi e intitolarlo "Wild In The Streets Part 2" che gli avremmo dato egual credito, perché, fin dalle prime note dell'ottima Coney Island Winter, qui si ritrova il poeta da strada meta-etnico che alla fine degli anni 70, al pari del primo Willy DeVille, ci aveva fatto credere che nella Grande Mela la musica avrebbe davvero contribuito a realizzare il mito del melting pot tra cultura nera, bianca e ispanica.

Già nel 1991 fu lui stesso a non crederci più, quando pubblicò il capolavoro di una vita (Don't Call Me Buckwheat) infarcendolo di rabbia e recriminazioni per un'integrazione mai ottenuta (e anzi resa ancora più distante dallareaganomics), ora invece è con una scelta stilistica tutta volta ad un blues-rock d'asfalto che lo stesso Garland sembra voler abbandonare in parte l'idea del cross-over culturale che da sempre anima la sua musica. Non è un caso che i momenti deboli del disco siano i brani in stile reggae come All Around The World o Roller Coaster Town, perché il Jeffreys del 2011 sembra aver esaurito la rabbia per poter sostenere con convinzione canzoni di simile struttura, mentre è invece indicativo che siano proprio gli episodi più semplicemente street-rock a convincere (The Contortionist, una Streetwise infarcita di archi dance da Club 57, addirittura un amarcord rockabilly con Rock And Roll Record).

In mezzo una serie di brani insolitamente blues (Till John Lee Hooker Calls Me, Love is Just a Clichè o l'acustica In God's Waiting Room), che rubano davvero riff e clichès ultra sentiti ad un genere iper-codificato, ma che se non altro ci regalano interpretazioni convincenti e sentite. A tenere insieme il tutto c'è un bel suono rozzo, che rinuncia per la prima volta all'elettronica…o anzi no…alla fine non ce la fa neanche lui a rinunciarvi, ed ecco dunque una ghost-track (Rock On) tutta drum-machines, bassi synth, fiati finti e tastiere da colonna sonora di Miami Vice, che ci testimonia, nel bene e nel male, che l'artista è ancora davvero vivo, e non smetterà mai di ricordarci che il mondo è fatto di troppi colori per averne uno solo.
(Nicola Gervasini)

www.garlandjeffreys.com



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