martedì 16 settembre 2008

JIM WHITE - Transnormal Skiperoo


BUSCADERO - Dicembre 2007


VOTO: 7

Dei tanti pazzoidi che popolano il mondo della canzone americana, Jim White è sempre stato uno dei più curiosi ed eccentrici. Pescato chissà come già quarantenne dall’orecchio vigile e geniale di David Byrne nel 1997, che lo fece esordire per la sua etichetta Luaka Bop con l’acclamatissimo e ancora oggi fondamentale Wrong-Eyed Jesus!, White è stato uno dei primi guru di una via lo-fi e sgangheratamente genialoide dell’alt-country, un teorizzatore di un nuovo modo di scrivere e suonare quella musica del sud che scorre nelle sue vene. Dalla sua musica sono partiti molti artisti che hanno perseguito un ideale di destrutturazione della canzone tradizionale come M.Ward, Johnny Dowd o Danny Cohen. Oppure anche i vari paladini di certo dark-country come gli Handsome Family o i 16 Horsepower, guardacaso entrambi presenti nel bel documentario della BBC del 2005 Searching for the Wrong-Eyed Jesus, testimonianza da recuperare assolutamente per avere un’idea del personaggio e delle sue spericolate idee musicali. Un DVD può anche essere considerato come un punto d’arrivo della prima fase della sua carriera, considerando che i due dischi successivi all’esordio, sebbene sempre interessanti e pieni di ospiti di riguardo, non erano però riusciti ad avere lo stesso peso. Come spesso succede a portare cambiamenti nella vita di un autore sono anche i fatti personali, che per Jim White si traducono in un matrimonio ed un figlio, a cui è ovviamente dedicato spiritualmente questo Transnormal Skiperoo. Che, diciamolo subito, porta una certa svolta nella sua musica, una sorta di “normalizzazione” del suo linguaggio che lo stesso Jim spiega con la scoperta del sentimento di luce e felicità che gli affetti portano (“potrei continuare a scrivere canzoni che parlano di quanto sono triste e miserabile, ma non rifletterebbero quello che sono adesso”). Ma le tante soffici e solari ballate di questo quarto capitolo, così inusuali per uno dei paladini del country gotico statunitense, si spiegano anche con la scelta dei musicisti con cui condividere questa nuova avventura, vale a dire 4/5 degli Ollabelle (manca solo la voce di Amy Helm), responsabili di un’ atmosfera rilassata e intimista. Ne sono prova canzoni come l’iniziale A Town Called Amen dedicata ai tempi dell’innocenza, o la dolcissima Jailbird, un brano vecchio ma recuperato solo oggi proprio perché il suo ottimismo intrinseco avrebbe stonato nei vecchi dischi. La prima parte del disco è dolce e scanzonata, e trova il suo highlight nella notevole Blindly We Go, sorta di country caraibico con un coro che sarebbe piaciuto a Harry Belafonte e suadenti slide guitars a perdere. Poi nella parte centrale improvvisamente fa capolino il vecchio oscuro storyteller che conoscevamo, per cui spazio ad il divertente southern blues moderno di Crash Into The Sun, dove Jim scherza con le parole insieme alla cantante Laura Veirs, fino ai lunghi e sofferti quasi otto minuti di Fruit Of The Vine, in cui Jim si fa aiutare dai Don Chambers & Goat (nuovi astri nascenti della scena di Athens). Da vero cultore di letteratura alla Cormac McCarthy invece la storia raccontata nella rauca Take Me Away, storia di un uomo disperato che si piazza sulle rotaie in attesa di un treno che lo uccida, ma vista però dagli occhi della gente del paese che si racconta la storia della vita dell’uomo per ricercare le ragioni del gesto disperato ancora prima che diventi definitivo. Seguono lo spensierato country di Turquoise House e la splendida camminata notturna di Diamonds To Coal. A questo punto però la parte finale del disco si risolve in quattro soffocate folk-songs acustiche, arrangiate in modo minimale e sussurrate da un Jim White con poca voglia di urlare. Brani come Plywood Superman, Counting Numbers in the Air, Pieces of Heaven e It's Been a Long Long Day, tutte con testi notevoli, ma con un incedere che rendono faticoso concludere un disco che fino a quel momento era sembrato impeccabile. Ma la nuova strada è comunque aperta, White sembra aver esaurito la voglia di sperimentare e cercare nuovi mondi sonori a favore di una dimensione più cantautorale, facendo comunque salvo il suo tocco personale, ma concentrandosi più sulle canzoni che sulla produzione, tra l’altro affidata molto spesso a Joe Pernice, leader dei Pernice Brothers e degli Scud Mountain Boys, ed esordiente nel ruolo di produttore. A dispetto dei suoi cinquant’anni, White è un artista ancora giovane da seguire attentamente nella sua maturazione.


Nicola Gervasini

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