martedì 16 settembre 2008

BLACK 47 - Iraq


BUSCADERO - Aprile 2008


VOTO:7



Intitolare un album “Iraq” oggi vuol dire marchiarlo, dargli fin da subito una evidente connotazione politica e un inquadramento storico ben definito. Si rischia ovviamente di realizzare un’opera destinata a diventare datata, ma Larry Kirwan e i suo Black 47 qui non sono minimamente interessati a raccontare la storia, quanto a documentarne la storiografia. L’ormai storica band newyorkese, giunta qui al dodicesimo album, tiene infatti da sempre un’intensa corrispondenza via-web con i propri fans, con scambi di opinioni che inevitabilmente hanno toccato l’argomento della guerra, e le canzoni di Iraq sono nate così, semplicemente raccontando le vicende contenute in quelle e-mail, carpendone idee, umori e sentimenti. L’intento di Kirwan è quello de-ideologizzare qualsiasi discussione sull’accaduto per dare una semplice rappresentazione dell’orrore a cui si è costretti ad assistere, e la disomogeneità delle opinioni qui rappresentate ne è la migliore garanzia. Un’idea estrema che necessitava una realizzazione ancora più drastica, garantita dal produttore Don Fury, il vero padre di tutta la scena hardcore-punk newyorkese fin dalla metà degli anni 80, perfetto nel racchiudere tutta la rabbia e l’energia live della band in un suono grezzo ma per nulla raffazzonato. Chitarre rozze diluite nel solito folk-punk di marca irlandese dunque, con quel sapore di Pogues di fondo che fa sempre piacere, miscelato al solito con la polvere delle strade di New York. Si parte forte con Stars And Stripes, crudissima storia degli ultimi attimi del soldato Johnny e dei suoi pensieri di odio verso quell’America che lo ha mandato a morire (Hey, President Bush, what are you doin’ to us , We’ve been through hell, man, it’s time we went home). Cinque minuti straordinari che altro non sono che la riscrittura di Sloop John B dei Beach Boys, con rock and roll guitars a briglia sciolta, un piano martellante e un’interpretazione di Kirwan volutamente sopra le righe. Si prosegue con Baghdad Downtown Blues, brano già edito in altra versione nel precedente Elvis Murphy's Green Suede Shoes del 2005, una serie di frasi nostalgiche espresse dai soldati in Iraq rappate da Kirwan tra vero struggimento e rime ironiche (I wish I was back in the land of Giuliani, instead of takin’ heat from Ayatollah Sistani), fino ad arrivare al perfetto rhythm and blues di Sadr City, un brano che potrebbe benissimo figurare nel repertorio di Van Morrison, con i fiati di Geoffrey Blythe e Fred Parcells in gran spolvero. Sunrise At Brooklyn è un altro nostalgico quadretto in puro irish-sound che cita espressamente il sostegno che la chat della band offre ai soldati impegnati al fronte, mentre, dopo il minuto strumentale in stile fanfara militare di No Better Friend…, si arriva al sentito slow acustico di Ballad Of Cindy Sheenan, vale a dire il lamento della madre che si è accampata per giorni di fronte alla Casa Bianca per protestare la perdita del proprio figlio in guerra. Nelle sue tristi parole Kirwan nasconde il senso di tutto il disco (I didn’t want to be part of history, I was happy enough back home), vale a dire quella sensazione che le guerre siano lontane dalla gente non solo per il dolore che portano, ma anche perchè ormai sfugge a tutti il loro reale significato umano. Ci si torna a divertire con la festa di fiati di The Last One To Die (che ha una coda strumentale intitolata The Fighting 69th), poi però la tragica epicità di The Battle Of Fallujah toglie nuovamente il respiro con il suo truce realismo. Non poteva mancare l’accorata lettera dal fronte all’amata di Ramadi e il finale sommesso ma toccante di Southside Chicago Waltz, un tema gaelico con il flauto di Joseph Mulvanerty in evidenza. Chiusura con un altro breve strumentale (Whatever…) e fine delle ostilità, anche se il disco continua a riecheggiare nelle orecchie per quell’insana sensazione di non essere veramente al riparo da tutto ciò. Iraq è un album forse troppo coinvolto e istintivo per poter essere anche perfetto, ma ci sputa in faccia nove storie con l’insolenza che si richiede ad un disco che sembra “politically un-correct”, ma che in verità si risolve in una toccante preghiera. (Nicola Gervasini)

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