martedì 16 settembre 2008

JOHNNY WINTER - Johnny Winter


02/04/2008

Rootshighway


VOTO: 9




Nel 1969 l'idea che potesse esistere un blues bianco era ancora tutta inglese. Negli Stati Uniti si accolse con freddo interesse la rivoluzione del brit-blues dei pionieri Alexis Korner e John Mayall con tutta la loro fucina di talenti, e la segregazione razziale in campo musicale restava ancora evidente fin dal persistere di classifiche di vendita separate per musica bianca e musica nera. Giusto per rispettare i corsi e ricorsi storici, la rivoluzione partì ancora una volta dal sud, da una parte a New Orleans con la nascita di una nuova generazione di chitarristi (Tony Joe White in testa) impegnati ad aprire una via bianca della musica delle paludi, dall'altra in Texas. E' qui che nasce Johnny Winter ed è da qui che nel 1969 con questo disco di esordio, innescò un meccanismo oggi oliatissimo. Bastò ascoltare i quattro minuti e passa di quella I'm Yours And I'm Hers che apre il disco per capire che le cose stavano cambiando: c'era un vocalist rauco e grintoso che dialogava con una slide guitar che riusciva per la prima volta a mettere d'accordo Elmore James con Jimi Hendrix, c'era un mid-tempo tendente all'hard rock che sapeva molto di brit-blues (con Jeff Beck e i Led Zeppelin nel motore) e ben poco di blues nero, ma con una linea melodica che succhiava sangue a decenni di musica rurale nera del sud. L'influenza degli Experience di Hendrix era evidente anche nella scelta della formazione , un trio con Winter assoluto protagonista e una sezione ritmica martellante impersonata da Tommy Shannon al basso e "Uncle" John Turner alla batteria, uno schema che rimarrà una regola fino ai giorni nostri e che troverà in Stevie Ray Vaughan l'adepto più illustre. Ma questo album tutto rappresenta una specie di catalogo di tutte le possibilità stilistiche del nuovo blues del Sud: il secondo brano era una cover presa dal repertorio di BB King, una Be Careful With A Fool rozza, strascicata e distorta che rappresenta una delle migliori performance chitarristiche del nostro. Dallas invece era un brano dello stesso Winter che definiva l'a-b-c dello slide-blues in contemporanea con quanto Duane Allman stava facendo altrove…e il southern rock cominciava ad essere dietro l'angolo anche in questi solchi. Ma è con il classico Mean Mistreater che si celebrava il definitivo matrimonio tra bianchi e neri, in un bluesaccio lento impreziosito dalla presenza di due icone del blues classico come Willie Dixon al basso e Walter "Shakey" Horton all'armonica. Con Leland Mississippi Blues (altro brano autografo) Johnny si spostava nel delta e s'inventava un riff che servirà di ispirazione a molte band americane che passeranno dal blues prima di approdare al rock roccioso delle radio FM degli anni 70. Ma le sorprese non finivano: una canzone strafatta e rifatta come Good Morning Little School Girl di Sonny Boy Williamson trovava qui la sua versione definitiva: una batteria pulsante che sapeva di soul e ben poco di blues introduceva uno splendido dialogo tra fiati (con il fratello Edgar in session) e chitarra, più o meno come se avessero messo Peter Green a suonare nella band di Wilson Pickett. Il delta-blues acustico (con un dobro in evidenza) di When You Got A Good Friend pagava il doveroso pegno al genio di Robert Johnson, ma c'era ancora da esaltarsi con l'incredibile numero di I'll Drown My Tears, vale a dire Ray Charles coperto dalla polvere del Texas, una splendida ballata rhythm & blues con una prova vocale insolitamente emozionata. Un momento altissimo che prelude alla più convenzionale chiusura di Back Door Friend, un blues che vede Johnny impegnato a duettare con sé stesso con chitarra e armonica. Splendido come al solito il packaging di questa riedizione della Repertoire, una serie capace di dare la giusta cornice ai classici, poche invece le sorprese in fatto di bonus track (le versioni mono di I'm Your And I'm Hers e I'll Drown My Tears uscite su singolo), ma d'altronde le mille sessions fatte da Winter tra il 1968 e il 1969 sono già state ampiamente documentate dall'album The Progressive Blues Experiment che uscì nello stesso anno sull'onda del successo di critica e pubblico di questo disco. Ma quest'opera prima rimane lo stampo su cui si è modellato tutto il blues texano degli ultimi 40 anni, e anche se i suoi dischi successivi, con le aperture al funky e al rock di marca Rolling Stones, rimangono i più accessibili al grande pubblico, probabilmente rimane questo il suo titolo più importante. A giusta chiusura la presentazione scritta dal manager Steve Paul nelle note di copertina originali: "La musica di Winter è basilarmente blues. Coloratela di nero. Ma nero, nero, nero. Johnny Winter invece è bianco. Ma bianco bianco bianco." Il risultato del mix fu tutt'altro che grigio.(Nicola Gervasini)

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