martedì 16 settembre 2008

BON IVER - For Emma, Forever Ago


BUSCADERO - Maggio 2008



VOTO: 7,5


La storia di questo disco di esordio di Justin Vernon, in arte Bon Iver, è ormai una consuetudine nella ormai caotica industria discografica moderna. For Emma, Forever Ago infatti è stato pubblicato per le canoniche vie indipendenti quasi un anno fa negli Stati Uniti (prima tiratura: 500 copie), è diventato un caso grazie al classico passaparola online, e dunque uno dei titoli da urlare nelle webzines indie, tanto che ora a maggio il cd viene finalmente pubblicato e distribuito a furor di popolo anche in Europa, Inghilterra compresa. La storia del disco è suggestiva e sembra quasi creata ad arte da un buon ufficio marketing per colpire gli immaginari più sensibili: un giovane folksinger si chiude in un piccolo bungalow sui monti del Vermont in totale solitudine, e immerso nel silenzio della natura scrive e registra queste canzoni. C’è la possibilità di ritrovare secoli di letteratura nel suo personaggio, un giovane Werther moderno che, abbandonato dalla donna e dagli amici, trova la propria catartica rivincita nel prodotto della propria solitudine, il tutto nello scenario di un suo personale Picco della Desolazione alla Kerouac. Ovvio che un disco che nasce in questo modo è già un obbligo morale per qualsiasi adolescente in lotta con il senso della vita, ma a chi, dopo anni di letture e ascolti, cerca anche la sostanza, potrebbe non bastare. For Emma, Forever Ago a conti fatti non è il capolavoro generazionale che questi anni 2000 ancora attendono, ma un buon disco di un giovane autore ancora indirizzato su binari scritti da altri, ma con già abbastanza personalità per far intravedere che un giorno potrebbe costruirsene di propri. Anche sforzandosi, evitare il paragone con l’arte di degli Iron & Wine pare impossibile per qualsiasi recensore, vuoi perché questo disco ricorda parecchio le opere prime più folkie di Sam Bean, vuoi perché Iver utilizza lo stesso metodo di impastare più volte la propria voce per ottenere un tappeto di voci evocativo e ovattato, vuoi infine anche perché a maggio farà un tour in Inghilterra proprio al loro seguito, a ulteriore dimostrazione di una unità di intenti e vedute. La strumentazione di cui Iver disponeva per registrare questi 37 minuti di musica è presto detta: una chitarra baritonale, due batterie e qualche strumento a fiato. Il tutto ripreso con un paio di microfoni e remixato in uno studio del North Carolina. Quello che è cambiato è che vent’anni fa il poveretto avrebbe dovuto bussare a più porte per vedere il proprio disco pubblicato, mentre ora è il mondo che bussa alla sua, e questo rappresenta davvero la rivoluzione più apprezzabile del confusionario mercato discografico odierno. Oltre agli Iron & Wine, quello che si sente in queste nove canzoni è solo l’ultimo vagone di un treno partito tanto tempo fa con Nick Drake come locomotiva, e proseguito con tutto il folk stralunato che la scena indipendente ha saputo fornire negli ultimi quindici anni, dai maestri Will Oldham, Sparklehorse e Jason Molina fino ai mille giovani che popolano le pagine di Myspace, non ultimo quel Elvis Perkins che lo stesso Iver ha seguito in tour l’anno scorso. Il suo nome d’arte, l’inglesizzazione del francese “bonne hiver” (buon inverno), fa il paio con la nebbiosa copertina per ben definire i sapori freddi e nebulosi di brani come Flume, Lump Sum o The Wolves (Act 1 and Act 2). E non è solo la musica a scorrere per immagini, lo sono anche i testi, onirici e sognanti, pieni di immagini suggestive che farebbero la felicità di un convegno di psicologi freudiani. Valga su tutte come esempio la bella For Emma, canzone molto ariosa e positiva nella melodia (con un bell’arrangiamento di fiati), che vede in azione due innamorati in un dialogo che sembra la sceneggiatura di un film d’avanguardia, con un botta e risposta non-sense che regala tutto il gusto delle contraddizioni dell’amore (“With all your lies, you’re still lovable”). La musica di Bon Iver è dunque poesia, magia e mito: con buon produttore, qualche musicista di contorno e magari tirando fuori più spesso la sua vera voce (come accade con ottimi risultati in Skinny Love), potrebbe anche diventare storia…ma siamo solo all’inizio, diamogli il giusto tempo, e questa dedica ad Emma già basta per iscriverlo nella lista di quelli da tenere d’occhio.
(Nicola Gervasini)


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