martedì 23 settembre 2008

LAST MAN STANDING - False Starts & Broken Promises


04/09/2008
Rootshighway

VOTO: 7,5


Nel 2007 un disco indipendente esce seguendo i canali distributivi che portano ai soliti pochi intimi, ma un anno più tardi finisce per essere ristampato e ridistribuito sulla scorta di un passaparola convinto e costante. E' una storia che sta cominciando a diventare usuale, ma potremmo definirla come una moderna garanzia di qualità nel mare magnum delle pubblicazioni di questi anni. La stampa specializzata d'oltremanica (ma anche quella americana) ha passato l'estate a tessere elogi per questo False Starts and Broken Promises dei Last Man Standing, una band che, a dispetto del nome, più che ad un immaginario da film di Walter Hill, sembra uscire da un sogno felliniano. La loro particolarità è quella di essere un collettivo di nove musicisti che gira intorno alla carismatica figura di Max Vanderwolf, un'accolita di zingari che viaggia con un circo itinerante dove è possibile ammirare non la donna barbuta o l'uomo più alto del mondo, ma bensì il "fallimento umano" o la "paura di sé stessi". Siamo alla metafisica dell'estetica circense, un Grand Guignol dell'umanità dove Max sguazza con grandi doti da imbonitore. Lui stesso descrive la sua musica come una "colonna sonora della rovina umana", e le canzoni che compongono questo esordio sono una galleria di miserie e debolezze, gettate come freaks da deridere in pasto al pubblico pagante. Quello che più ci interessa notare è che False Starts and Broken Promises è un disco davvero intrigante, un concept d'altri tempi modernizzato con intelligenza e con anche qualche canzone memorabile (Everything Must Go o The Climb ad esempio). Vanderwolf gioca molto sul mix tra vecchio e moderno, passa dalle spigolature alla White Stripes di Queen Kong e Bar Room Floor ad un brano come Waiting So Long, che sa di Bowie a caccia di ragni di marte fino al midollo. Oppure si dimostra pienamente conscio delle regole delle migliori opere del rock britannico, inventandosi un tema portante con cui aprire e chiudere il disco, e concedendosi lo scoppiettante finale di quasi otto minuti di Go Home, tra assoli di chitarre acide, suoni tronfi e imponenti, e un coro finale che fa tanto Tommy degli Who. I Last Man Standing non si fanno proprio mancare nulla in questi 43 minuti: fiati, archi, percussioni, riff da rock anni settanta, sax suadenti, chitarre flamenco, intermezzi di samba. C'è da rimanere storditi ai primi ascolti, ma alla fine il tutto sembra quadrare, nonostante uno sguardo più severo potrebbe trovare più di una incongruenza e ingenuità. Ma la naiveté del progetto deve essere letta come un punto di forza, così come i mille rimandi ad altre esperienze del rock devono essere apprezzati come la realizzazione di una sorta di Vaudeville del 2000, e non visti come una mancanza di personalità o originalità. Anche perché Vanderwolf ha tutta l'aria di chi necessita di caos e disperazione per tirare fuori il meglio di sé…la maturità potrebbe anche fargli male.(Nicola Gervasini)

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