martedì 16 settembre 2008

THE BEAN PICKERS UNION - Potlatch


18/04/2008
Rootshighway


VOTO: 7

Ci sono dischi senza tempo e ci sono quelli "fuori" tempo; Potlatch, opera prima dei Bean Pickers Union, fa senz'altro parte dei secondi. Fossero uscite più di dieci anni fa queste dieci canzoni sarebbero probabilmente nelle liste dei titoli "cult" di quella scena che (per comodità) chiamiamo "alt-country", ma nel 2008 le cose sono cambiate, i dischi dei Whiskeytown e degli Uncle Tupelo sono promossi al rango di pietre miliari per tutti ed escono nelle deluxe-edition per collezionisti, mentre la testata simbolo del movimento (No Depression) ha chiuso i battenti giusto pochi mesi fa. Ma Chuck Melchin, vero padrone di casa di questa band, è un giovane che, sulla scorta di quei dischi, anni fa si è messo una chitarra al collo e ha girovagato a lungo per l'America suonando, vivendo e respirando il mito degli hobo. Potlatch (il termine indica una sorta di cerimonia dei Nativi Americani) è il racconto di questo viaggio, fin dall'iniziale Photograph, una straordinaria ballata lenta con Neil Young nella chitarra, un po' di anestetico nel motore, i Jayhawks nel pianoforte e una voce che riesce ad assomigliare nello stesso tempo a Jeff Tweedy e a Jay Farrar. Ma è soprattutto l'istantanea di un'America agonizzante a colpire, una broken land che un tempo era un città, un fiume prosciugato e campi di grano secchi che rappresentano una nazione arida e in decadenza. Una sorta di risposta tragicamente aggiornata alla fatidica domanda "che cosa hai visto, figlio mio dagli occhi blu?". Il disco, dopo una partenza così fulminante, continua bene con Warrior, anthem dal ritmo più sostenuto ed elettriche più a sud, per una canzone che ricorda davvero tanto i racconti di guerra dei Drive By Truckers più recenti, mentre con la successiva Reaper si torna alla tradizione per raccontare la storia di Robert Johnson, con una acustica alla Leadbelly che scivola sopra il rumore di un vinile polveroso, e un canto strascicato che ovviamente cerca (e trova) gli Uncle Tupelo più rurali. Brano di grande impatto che chiude un trittico iniziale di altissimo livello. Ma a questo punto il viaggio si fa elenco di stili: Bride va verso la West Coast di Stephen Stills, Independence Day sfrutta un bell'organo hammond per un racconto che ricorda gli indimenticati Loose Diamonds, mentre Home va sul sicuro con un giro acustico e un tema abbastanza risaputo. Ci si risveglia comunque con la bella chitarra honky-tonk di I'm So Sorry, suonata da Bob Metzeger, un veterano con una vita passata alle spalle di Leonard Cohen (da Recent Songs ad oggi). Dopo un breve intermezzo strumentale (Waltz N.1), si chiude dopo soli 33 minuti di viaggio con una ballata tutta acustiche e mandolini (Promise) e un ultima cavalcata elettrica da cavalli pazzi (Jenny Anne). I Bean Pickers Union per la loro opera prima hanno scelto di fotografare l'America attraverso tutti i suoi stili musicali più rurali, una piccola Polaroid venuta fuori già con i colori sbiaditi dal tempo. Ma volete forse negare l'indiscutibile fascino delle fotografie d'epoca?(Nicola Gervasini)

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