martedì 16 settembre 2008

CARRIE ELKIN - The Jeopardy Of Circumstance


14/04/2008

Rootshighway


VOTO: 7



Il paragone è stupido forse, ma ultimamente ci ritroviamo spesso a notare come il cantautorato femminile abbia davvero fatto passi da gigante in questi ultimi anni, e come stia correndo più veloce della più consolidata (e forse per questo un po' stantia?) tradizione maschile. Carrie Elkin, con il suo terzo disco dall'intrigante titolo The Jeopardy Of Circumstance, è solo l'ultima delle dimostrazioni: una produzione indipendente fatta con grande perizia, una cantautrice con una squillante voce country (forse fin troppo bella e tipica perché possa essere anche subito riconoscibile) e dieci canzoni che suonano fresche nonostante la loro perfetta identità stilistica. E in più la bionda Carrie che ci aggiunge un suo tocco tutto femminile in grado di soffiare via tutta la patina di "già sentito", che copre inevitabilmente una produzione di genere. E sì che la Elkin fa di tutto per non mettere a proprio agio chi vuole scoprirla: aprire un cd con una canzone così triste, tetra, così "finale" come Obadiah è cosa che si può permettere una Emmylou Harris dopo trent'anni di onorata carriera, non certo una sconosciuta ragazzetta del Texas al terzo tentativo. Ma probabilmente è anche un modo per scongiurare "il pericolo della circostanza" del titolo, e sebbene la scelta potrebbe anche allontanare qualche ascoltatore occasionale (si sa, quando non ci sono credenziali, la prima impressione è quella che conta…), basterebbe attendere la sequenza successiva formata dall'irresistibile ritornello di Roots And Wings, l'inno alla forza d'animo femminile di Did She Do Her Best e soprattutto il viaggio tipicamente americano di Ode To Ogallala, per mettere knock-out chiunque abbia amato i dischi di Patty Griffin o di tante altre country-singers di nuova generazione. La partenza un po' lugubre è poi un paradosso per un disco tutto sommato solare, nonostante i testi tocchino a volte corde delicate come la morte per intossicazione del padre minatore (Black Lung) o la toccante vicenda del vedovo di Year Before The War, che ha la particolarità di essere cantata in prima persona al maschile. Non aspettatevi grandi voli pindarici dal punto di vista delle sonorità: il disco è registrato con tre bravi produttori e polistrumentisti (Colin Brooks, Mark Addison e Amy Burchette) che da soli sembrano una band di sei elementi grazie alle tante sovraincisioni, con un risultato finale elettro-acustico che si sposa bene sia con canzoni dal taglio più tradizionale come Shell Of A Man, con un inizio corale che ricorda i brani della Carter Family, oppure con ottime prove d'autore come Questions About Angels. E da buona "americana tipo" chiude il disco con una preghiera (Gospel Song) con encomiabile leggerezza e semplicità. Annotatevi e date una possibilità a The Jeopardy Of Circumstance, potrebbe accaparrarsi uno spazio molto significativo nei vostro cuori.(Nicola Gervasini)

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