martedì 16 settembre 2008

MARAH - Angels of Destruction!


02/02/2008

Rootshighway


VOTO: 8,5



I Marah la distruzione ce l'hanno nel sangue. Non sanno essere calcolatori, non sanno gestirsi e soprattutto non sanno mettersi in posa al momento giusto davanti al flash dei fotografi, come un Pete Doherty qualsiasi, per dimostrare quanto sono "fichi" ad essere delle debosciate rockstar. Ci hanno provato in tanti a farli diventare macchine da show-business, nel 2002 li misero persino nelle mani di Owen Morris, uno che nella vita faceva il domatore di fratelli burrascosi (o il produttore degli Oasis se preferite…), ma non c'è stato nulla da fare, risultati disastrosi e destino segnato a rimanere "la band di culto che piace tanto a Springsteen e Stephen King". Ma nella loro scelleratezza i fratelli David e Serge Bielanko hanno saputo rinascere dalle loro ceneri, e per Angels Of Destruction! hanno messo assieme un vero gruppo con l'entrata in formazione della bella pianista Christine Smith e le conferme degli ottimi Adam Garbinski, Kirk Henderson e Dave Peterson. Confermati sì, ma anche prontamente licenziati mentre stiamo scrivendo, a riprova che il tran-tran quotidiano non è proprio nelle loro corde. I Marah sono eccessivi come quel punto esclamativo del titolo, apparentemente inutile, quasi a dire che la distruzione è una vera è propria perdizione morale. E rappresentano poi una continua contraddizione, perché prima nella melodica Angels On A Passing Train ti dicono che la redenzione è "proprio dietro l'angolo", poi nel primo verso della title-track scopri che "dietro l'angolo c'è tutto ciò che voglio distruggere…". E allora a che gioco giochiamo?. Chiudono l'album ritrovando la luce nella adrenalinica gospel-song Wilderness, quando il tutto era iniziato con un brano mefistofelico e senza speranza di salvezza come Coughing Up Blood. E come la mettiamo con il paradosso tra testi maledetti e la dolcezza di alcune ballate sornione quali Blue But Cool o Songbirdz, per non parlare di Can't Take It With You, scanzonata marcetta da pop-band inglese con fiati a iosa. Come sostenere la loro piena originalità quando Dave Peterson scrive e canta una Jesus In The Temple probabilmente immaginandosi Lennon e McCartney durante l'ultima sbronza presa assieme ai tempi del White Album, oppure diteci voi se dobbiamo considerare Old Time Tickin' Away un gran bell'omaggio alla violenza del garage-rock anni 60 o semplicemente poco più di 2 minuti di sconclusionato casino. E che ci azzeccano i campanellini, i coretti e le fisarmoniche di Santos De Madera con la ruggine del suono di Wild West Love Song?. Come chiamare insomma semplicisticamente "rock and roll" questo caleidoscopio di suoni, stili, umori, melodie scopiazzate a destra e a manca miste a lampi di genio da avanguardia?. Si aprano le discussioni, noi quello che sappiamo è che tutte queste contraddizioni stavolta hanno partorito un grande fottuto disco, talmente bastardo che sta già mettendo d'accordo tutti e talmente degno di essere la loro grande occasione che probabilmente non ne sapranno approfittare. E che merita dunque una recensione bastarda, eccessiva e contraddittoria. (Nicola Gervasini)

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