mercoledì 17 settembre 2008

JOHN PRINE STORY

John Prine "Illegal Smile"


Nuovo Dylan? Per carità, non parliamone neanche: John Prine è stato e sempre sarà un originale della canzone americana, non tanto nella forma musicale (seppure il suo pigro sobbalzare tra country, folk e rock'n'roll è assurto a nuovo standard del genere), quanto nella scrittura ironica, capace di grande profondità e molta spensieratezza. Un americano semplice ed uno storyteller coi fiocchi, alla cui scuola hanno studiato in tanti, rubandone pazientemente i migliori segreti per una carriera lunga e indipendente.
di Nicola Gervasini


:: Il ritratto

Born: 10 ottobre 1946, Maywood, Illinois, USA


"Non so da dove venga, ma ho un idea precisa su dove stia andando. Siamo andati via col ricordo di quanto sia magnifico essere scossi da una vera Immaginazione Creativa". Kris Kristofferson concludeva così, nel 1971, le note di copertina del primo album di John Prine (purtroppo omesse nella riedizione in cd), dove si raccontava il suo primo impatto con questo giovane autore in un locale di Chicago. Quella serata fu un vero colpo di fortuna per questo venticinquenne dell'Illinois, in quanto fu proprio Kristofferson, ai tempi "new kid in town" della scena di Nashville grazie ad alcuni successi di classifica prestati ad altre voci, a fargli ottenere un contratto con l'Atlantic Records, una major discografica che nei primi anni settanta partecipava con grandi mezzi a una strana corsa all'oro per cercare il "nuovo Dylan", visto e considerato che quello vero si era rintanato nella casa di Woodstock a crescere figli e registrare dischi country. L'etichetta di "The New Dylan", affibbiata in quegli anni anche ad altri giovani cantautori come Loudon Wainwright III, Elliott Murphy, fino a Bruce Springsteen e persino inizialmente a Tom Waits, risulterà essere una sorta di condanna per la sua carriera. Anche perchè John Prine era semplicemente John Prine, un artista che ha cambiato il modo di scrivere e di intendere la canzone d'autore nella cultura americana, con un peso difficilmente quantificabile, ma particolarmente evidente nei dischi delle ultime due generazioni di songwriters. L'importanza dell'artista è però identificabile e riassumibile in tre termini: Ironia, Semplicità e Indipendenza. Nelle tradizioni country e folk il raccontare una storia divertente e farci una canzone-burla era prassi più che consolidata. Ma i confini tra storia d'amore, romanza epica, canzone di protesta e invettiva satirica erano sempre stati netti. Bob Dylan, sempre lui, provò a unire protesta e satira con canzoni come Talkin' John Birch Paranoid Blues, comici talking blues che guarda caso non sono considerati tra i suoi classici imprescindibili. Eppure se proprio a Dylan bisognava guardare, era a questo Dylan minore che Prine si rifaceva, portando il discorso alle estreme conseguenze: nel suo songwriting l'elemento ironico è presente trasversalmente, sia che si tratti di una storia tragica, una dichiarazione d'amore o di un racconto scanzonato. Iniziare una canzone con un verso come Sally used to play with her hula hoops, now she tells her problems to therapy groups rende bene l'idea di come l'autore maneggi contemporaneamente Tragedia e Commedia con perfetto equilibrio. La semplicità è invece il suo marchio di fabbrica più riconosciuto, semplicità dei personaggi raccontati, losers che non riescono neanche ad avere l'epica forza per correre springsteenianamente verso una rivalsa umana, che semplicemente si siedono e perdono con l'amaro sorriso sulle labbra. La semplicità delle sue tipiche ballate, spesso strutturate come filastrocche, quasi si rivolgesse ad un pubblico di eterni bambini, è lo stampino usato oggi da tantissimi giovani autori. E naturalmente la semplicità dei suoi sentimenti, amori onesti, senza miraggi di terre promesse o di fiumi in cui rinascere a nuova vita, ma piccoli pensieri da esprimere all'interno della cornice del quotidiano. Infine l'indipendenza: quando nel 1981 Prine convinse il proprio manager Al Bunetta a fondare una propria etichetta, la Oh Boy Records, l'idea era rivoluzionaria, quanto piuttosto strampalata. Di fatto mai come negli anni ottanta il potere delle major piloterà il mercato discografico, facendo letteralmente sparire dalla circolazione gran parte degli artisti che avevano animato la musica dei due decenni precedenti, ormai considerati obsoleti. La scelta di auto-prodursi e di auto-distribuirsi era in anticipo di vent'anni rispetto alla realtà odierna, dove le major ormai sono regolarmente by-passate dalle produzioni indipendenti e sembra che abbiano anche perso interesse a contrastarne la diffusione. Ma per promuovere i dischi negli anni ottanta non esisteva internet, e quella che per dieci anni buoni sembrò una sconfitta (i suoi tre titoli del decennio finirono presto nel dimenticatoio), diverrà una clamorosa vittoria nel 1991 quando The Missing Years riuscì ad essere un album perfettamente prodotto e commerciabile. Se da allora le cose cominciarono lentamente a cambiare nel mondo della discografia, molto lo si deve anche a Prine e alla Oh Boy, etichetta che grazie al successo del padre lancerà nomi importanti come il discepolo Todd Snider e molti altri meno di grido come RB Morris o Dan Reeder, fino a dare asilo politico anche ai vecchi amici Steve Goodman, Donnie Fritts e, saldando un vecchio debito di riconoscenza, allo stesso Kris Kristofferson.

:: Il capolavoro



John Prine
[Atlantic 1971]


1. Illegal Smile // 2. Spanish Pipedream // 3. Hello In There // 4 . Sam Stone // 5. Paradise // 6. Pretty Good // 7. Your Flag Decal Won't Get You Into Heaven Anymore // 8. Far From Me // 9. Angel From Montgomery // 10. Quiet Man // 11. Donald and Lydia // 12. Six O'clock News // 13. Flashback Blues


Indicare come capolavoro di un artista il primo album non è sempre un buon segno, ma nella storia della canzone americana è difficile trovare un esordio così perfetto e pieno di canzoni più volte rivisitate da altri importanti artisti. Album insolitamente lungo per l'epoca, John Prine potrebbe essere tranquillamente considerato come il greatest hits del primo periodo dell'artista. Prodotto da Arif Mardin, che era il produttore d'ufficio dell'Atlantic Records, nonchè l'uomo che creò i maggiori successi di Aretha Franklin, Laura Nyro e Dusty Springfield (e negli anni ottanta dei Culture Club…), l'album è splendidamente suonato da una band di validi turnisti, tra cui il fido chitarrista Reggie Young e Steve Goodman. Tutti i brani sono memorabili e presentano una galleria di personaggi che sono entrati nella tradizione americana: il drogato di Illegal Smile, la sublime poesia sulla vecchiaia di Hello In There, brano reso celebre anche da Joan Baez e Bette Middler, o il reduce del Vietnam di Sam Stone, che si ritroverà anche nei repertori di Johnny Cash, Laura Cantrell e Georgie Faith. E non si possono dimenticare il timido avventore del bar innamorato della cameriera raccontato in Far From Me (in Italia Francesco Guccini se la ricorderà senza tributo nella sua Autogrill) o la triste romanza d'amore di provincia di Donald & Lydia (qui il plagio nostrano arriverà con Anna e Marco di Lucio Dalla). La hit del disco, e forse di tutta una carriera, è Angel From Montgomery, una canzone che fece scalpore in quanto il soggetto è al femminile e racconta le confessioni di una vecchia rodeo-girl. Che un uomo scrivesse una canzone dove le donne non erano il parco di divertimenti dei vecchi cowboy, come la maschia tradizione nashvilliana voleva, ma fossero a loro volta "soggetti" sessuali (When I was a young girl well, I had me a cowboy recita un verso a dir poco rivoluzionario) contribuì non poco a rompere alcuni steccati mentali del mondo country-folk americano. Non a caso la canzone entrò nel repertorio di Bonnie Raitt, che ne fece una vendutissima hit, ma la cantarono altre donne come Carly Simon e più recentemente Susan Tedeschi. Alla divertente Your Flag Decal Won't Get You Into Heaven Anymore il compito di anticipare la componente ironica che diventerà fondamentale solo più avanti, alla splendida Paradise quello di raccontarci in pochi versi un intera infanzia.

:: Dischi essenziali

Sweet Revenge
[Atlantic 1973]

Toccò al terzo sorprendente album rappresentare tutta l'ironia di Prine e la sua voglia di uscire dai cliché in cui rischiava di rimanere imprigionato dopo l'insuccesso del secondo album. La copertina che lo ritraeva in una improbabile irriverente posa da bullo, quasi a voler per forza sporcare un immagine troppo da "good ol' boy", uno stuolo di session man al suo servizio, la produzione di nuovo attenta di Arif Mardin, un suono pieno, pulito, semplicemente perfetto, addizionato con cori femminili, fiati, intrecci di chitarre, banjo, steel guitar…. Sweet Revenge è una festa per le orecchie, probabilmente il suo album più perfetto dal punto di vista produttivo, ma a farne un disco speciale sono soprattutto le canzoni, impietose, ciniche, apparentemente senza cuore nel dissacrare il dissacrabile, nel fare a pezzi gli schemi sentimentali dell'America crepuscolare dei primi anni settanta. Laddove i "fuorilegge" del nuovo country di Nashville picconavano le fondamenta morali di una nazione messa in ginocchio dal Vietnam e dalla conseguente crisi di coscienza, Prine provava e mettere tutto alla berlina, a canzonare sé stesso per irridere un mondo che lo aveva già messo in disparte (nella title-track si fa dire "We never liked you any way" persino dal lattaio!). Inutile dire che non venne capito, il pubblico e la critica furono ammaliati dal brioso mix di country-rock, hillbilly e persino mariachi messicani (Mexican Home), ma davanti a canzoni che iniziavano dicendo "mi sono svegliato stamattina, mi sono messo le mutande, sono andato in cucina e sono morto" rimanevano solamente interdetti. E nessun altro artista questa volta ebbe davvero il coraggio di riproporre brani irripetibili come Onomatopeia o Please Don't Bury Me, per non parlare di Dear Abby, registrata dal vivo per dimostrare la dimensione quasi da cabaret dei suoi concerti. Eppure c'era ovviamente posto anche per canzoni di gran spessore poetico come Christmas In Prison, Blue Umbrella o A Good Time, tutti brani che avrebbero meritato ben altri onori. Noi ridiamo ancora adesso, ma l'America non ci trovò proprio nulla di divertente.

Bruised Orange
[Asylum/ Oh Boy 1978]


Nonostante Common Sense del 1975 risulti essere l'unico album degli anni settanta ad entrare nei top 100 di BillBoard (raggiunse la 66° posizione), l'Atlantic licenziò John senza tanti complimenti, non prima di aver pubblicato una raccolta che viveva più che altro sui brani del primo disco. Dopo tre anni passati alla ricerca di un contratto discografico, John approda alla Elektra/Asylum, etichetta benemerita e attenta anche alla qualità, che ospitava, tra gli altri, anche le bravate di Tom Waits. Il primo disco del nuovo corso viene registrato a Chicago senza neanche tanta convinzione, con la produzione del vecchio amico Steve Goodman e una copertina che tono più dimesso non poteva avere. Eppure forse proprio perché frutto di poche pressioni e di una semplice ricerca di quella semplicità di cui sopra, Bruised Orange rappresentò un piccolo miracolo artistico che riportò in auge il nome di Prine tra gli appassionati. Non ci sono canzoni particolarmente storiche, eppure la poesia di queste storie di veri losers fa sì che probabilmente sia questo disco, più che il primo, il vero punto di riferimento di tutti i cantautori americani che negli ultimi vent'anni hanno saccheggiato e imitato lo stile di John Prine. Emblematica ad esempio la storia di Sabu Visits The Twin Cities Alone: Sabu era un indiano di 38 anni (ma recitava la parte di un ragazzino di 14) che cavalcava un elefante in una serie di fortunati film americani dell'epoca. Visto il successo del personaggio tra il pubblico under 16, la casa di produzione gli organizzò un fallimentare tour per gli States, ma il povero Sabu, che mai in verità era uscito dall'India, si ammalò preso da una sorta di "saudade" per il suo paese, nostalgia peggiorata dal fatto che anche i roadies si ammalarono a causa del freddo del Midwest e le linee aeree persero l'elefante tra i bagagli (sic!). Ancora una volta l'ironia del racconto serve ad evidenziare in maniera ovviamente autobiografica il deciso gap esistente tra chi crea e chi amministra, tra chi è e chi fa essere. Ma il vero testo che riassume tutta la poetica di Prine è That's The Way The World Goes Round (You're up one day and the next you're down"…) che vede protagonista un personaggio al colmo della disgrazia, fino al vero inno di ogni loser, la finale The Hobo Song.

The Missing Years
[Oh Boy 1991]


Solo la splendida ironia di Prine poteva paragonare il suo esilio dal mondo dello show-business agli anni perduti di Gesù Cristo. Eppure per lui quest'album rappresentò una vera resurrezione, sia artistica che commerciale, nonché una delle prime vittorie di una produzione indipendente ai Grammy Awards. Registrato a Los Angeles, prodotto da Howie Epstein, al secolo bassista degli Heartbreaker di Tom Petty, (presenti comunque al completo in session e garanti di un suono più volto al rock), il successo dell'album fu aiutato anche da una sorta di parata di grandi nomi del rock americano, da Bruce Springsteen allo stesso Petty, da Bonnie Raitt a Phil Everly, da John Mellencamp fino alla chitarra eccellente di David Lindley, tutti disciplinatamente in fila per omaggiare il maestro. Album lungo, con pochi momenti di stanca, The Missing Years offre una serie di nuovi classici e un nuovo modo di scrivere di Prine. Non più solo storie di losers o significativi quadretti della provincia americana, ma una serie di versi interiori, vere e proprie poesiole sui sentimenti e la voglia di comunicarli. In questo senso Everybody Wants To Feel Like You potrebbe essere presa ad esempio come canzone perfetta: un arpeggio acustico, una filastrocca apparentemente semplice ed un testo che segue la musica per ribadire che "everybody wants to be wanted". Anche All The Best, Unlonely o You Got Gold sono piccole lettere d'amore che nessuno di noi avrebbe la capacità di esprimere in maniera così naturale e diretta. Spazio anche al rock con la cinematografica Picture Show e Take a Look At My Heart, scritta a due mani e cantata con John Mellencamp, che restituì il favore fatto ai tempi di Uh-Huh per la co-intestata Jackie O. Il suo capolavoro moderno.

Lost Dogs And Mixed Blessings
[Oh Boy 1995]

Bisogna avere un certo senso della sfida ad inserire tra i dischi essenziali un relativo flop come Lost Dogs And Mixed Blessings. Il seguito del fortunato The Missing Years si fece attendere ben quattro anni, e nonostante le vendite fossero comunque buone per i bassi standards abituali del nostro, l'album ricevette critiche poco entusiaste e rimane il meno amato dai fans più incalliti. Confermato Epstein in regia, Prine, finalmente libero da condizionamenti e ansie da prestazione, in questo disco diede sfogo a tutte le sue idee apparentemente più campate in aria. Di fatto Lost Dogs è un caleidoscopio di suoni, voci, arrangiamenti pompati, sovra-registrazioni esagerate, un esplosione di humor e colori fin dalla copertina. Tutto il contrario della seriosamente ispirata immagine data dal precedente album, e per molti John perse il senso della misura. Ma forse questo è il disco in cui meglio si esprime tutta la sua gioia di vivere e la voglia di fare musica, e, oltretutto, queste 14 canzoni entrano di diritto nel meglio che la sua penna ci abbia mai offerto. Difficile infatti prescindere dalle storie dei bambini indiani di Lake Marie, dalle splendide ballate di Day Is Done e I Love You So Much It Hurts, dalle gioiose New Train e Big Fat Love, fino alle scanzonate Same Thing Happened To Me e I Ain't Hurting Nobody. A sostegno dell'album ci fu una bella tournee documentata dal più che discreto Live On Tour del 1996 (con tre inediti in studio abbastanza di routine) e che toccò anche l'Italia.

Fair & Square
[Oh Boy 2005]

In un certo senso il pubblico di Prine era arrivato a questo disco sfinito per la lunga attesa (10 anni), ma già tranquillizzato da alcune rassicuranti produzioni in controtendenza rispetto ai fuochi d'artificio sonori di Lost Dogs. Prima il bel tributo al lato femminile della musica country di In Spite Of Ourselves, in cui la voce di Prine si confrontava con quella di vere regine del genere come Lucinda Williams o Iris DeMent, poi Souvenirs, un album in cui Prine riproponeva alcune canzoni del passato in un puro e rigoroso stile acustico. Unanime dunque il sospiro di sollievo della critica a rivederlo "leale e onesto" camminare sulle impolverate strade della tradizione con una semplice chitarra, come ogni vero "hobo" che si rispetti. Mai copertina fu dunque più rivelatrice del contenuto: qui John Prine fa il John Prine, scrive le sue tipiche ballate in cui parla di sentimenti e mette come al solito alla berlina i comportamenti umani. E fa anche un gran bel John Prine, con un pugno di canzoni di gran livello, con pochi colpi di testa negli arrangiamenti (produce lui stesso d'altronde) e molto arrosto sul fuoco, con alcuni nuovi piccoli classici come She Is My Everything e Morning Train, dove risalta anche la voce della bella Allison Krauss. Niente di veramente eccezionale, niente di cui spaventarsi, Fair & Square è l'album più regolare che Prine potesse fare, l'esatto opposto della totale anarchia di Lost Dogs, difficile amarli entrambi in egual modo, a meno che non decidiate di amare Prine e basta.

:: Il resto



Diamonds in the Rough
[Atlantic 1972]


Se il secondo album rappresenta per molti artisti la classica buccia di banana, per Prine rappresentò un vero e proprio disastro, che praticamente gli costò quella carriera ad alti livelli che qualcuno auspicava. Quella di Arif Mardin diventa volutamente una "non-produzione", con suoni decisamente poco vivi e la decisione di affidarsi solo all'estro delle chitarre di Steve Goodman e David Bromberg. La Atlantic spinge sempre più perché Prine diventi il nuovo simbolo del folk americano e quello che ne esce è un album serio, cupo e senza ironia, ostinatamente legato a schemi compositivi consolidati. Ignorato dal pubblico e poco considerato dalla critica del tempo, l'album è comunque lontano dall'essere un fallimento artistico e offre alcuni cavalli di battaglia della prima ora come Souvenirs, The Late John Garfield Blues, Clocks And Spoons e Sour Grapes, oltre a due gran belle composizioni come Billy The Bum e The Great Compromise. Purtroppo, oltre alla presenza di qualche brano non all'altezza della situazione, è proprio la performance di Prine ad essere troppo contenuta e ligia alle ferree regole di uno stile che cominciava a stargli davvero stretto.

Common Sense
[Atlantic 1975]
Galvanizzata dai riscontri positivi di critica per il precedente Sweet Revenge l'Atlantic torna alla carica e tenta una nuova operazione marketing su Prine: via l'indeciso Mardin, la produzione viene assegnata a Steve Cropper, chitarrista di casa Stax, noto collaboratore di Otis Redding e successivamente famoso come sei corde della Blues Brothers Band. Grazie al budget alto, Cropper porta Prine a registrare a Memphis con il fido collaboratore Donald "Duck" Dunn e successivamente a Los Angeles per coinvolgere nomi altisonanti della West Coast come Jackson Browne, Bonnie Raitt, Glenn Frey e J.D Souther. Le critiche di un tempo lo liquidarono brutalmente come un esperimento poco riuscito di disco soul-rock, oggi, che a certe commistioni siamo più che abituati, lo considereremmo solo un buon disco di rock americano. E se effettivamente la cover di You Never Can Tell di Chuck Berry non è nelle sue corde e qualche brano scende di tono, Middle Man, Common Sense e Wedding Day In Funeralville sono brani imprescindibili per la sua storia. E Saddle In The Rain, coi suoi fiati da New Orleans, è pure un capolavoro.

Pink Cadillac
[Asylum / Oh Boy 1979]
Nelle divertenti note di copertina Prine dichiara che l'intento dell'album è innanzitutto non annoiare i produttori (!). Registrato a Memphis in 5 settimane e con più di 500 ore di registrazioni (chissà se un giorno verranno mai fuori…), Pink Cadillac mostrò il volto di un nuovo John Prine fin dalla copertina, dove il nostro si mostra bello e sicuro di sé. E addirittura, giusto per inquadrare l'aria che tira, sulla copertina appare anche la dicitura "For maximum listening pleasure play it loud", fino a quel momento impensabile in un suo disco. Con la parola "fun" in testa come parola d'ordine tassativa, Prine registra effettivamente un disco brioso e stupendamente arrangiato dal trio di produttori Knox, Jerry e Sam Phillips, che ha però l'unica pecca di essere un disco inevitabilmente minore per il pesante ricorso a materiale altrui (solo 5 canzoni su dieci sono sue). L'album è una girandola di stili e suoni nuovi, dalla rockeggiante chitarra di Saigon allo shuffle alla Bo Diddley di No Name Girl, dal blues di Baby Let's Play The House e il rockabilly di Ubangi Stomp, al Nashville country di This Cold War With You, l'insieme porta alle estreme conseguenze quanto aveva tentato di fare in Common Sense. Potrebbe essere un album superfluo, se non fosse che tra le canzoni autografe compare la dylanianissima tragica storia di Down By The Side Of The Road, una delle sue canzoni migliori di sempre.

Storm Windows
[Asylum / Oh Boy 1980]
L'ultimo capitolo della breve storia con l'Asylum viene consumato nientemeno che nei mitici Muscle Shoals Sound Studios con il produttore e tastierista Barry Beckett, vero factotum di casa Stax. Stesso piglio country-rock del precedente Pink Cadillac, ma più focalizzato e tarato sulle effettive potenzialità di Prine, Storm Windows offre una serie di deliziose canzoni che in un certo senso anticipano di dieci anni lo stile mostrato in The Missing Years. Vanno in questo senso soprattutto alcuni soffici ballate come Sleepy Eyed Boy o It's Happening To You, mentre le radici country stavolta vengono sottolineate dalla lenta All Night Blue. Il livello è generalmente buono, e tocca poi vette altissime nella title-track, uno dei momenti più poetici e malinconici del suo repertorio, e che da sola vale il disco. I momenti di divertimento sono assicurati dall'impietosa Shop Talk, la rock and roll I Just Wanna Be With You e una Baby Ruth che strizza l'occhio ai momenti più rock degli Eagles. Un bel disco per affrontare decisi un decennio che purtroppo non lo accoglierà certo a braccia aperte.

Aimless Love
[Oh Boy 1984]
German Afternoons
[Oh Boy 1986]
Gli unici due album in studio degli anni ottanta sono stati per molto tempo un mistero, visto che fino alla riedizione in cd risultavano pressoché introvabili per i più. Primi pionieristici esempi di autoproduzione, i due dischi sono stati registrati a Nashville in collaborazione con il produttore Jim Rooney. Il fatto che German Afternoons (il cui titolo richiama il servizio militare prestato in Germania, proprio come Johnny Cash) sia il numero di catalogo immediatamente successivo ad Aimless Love, nonostante sia uscito quasi tre anni dopo, rende bene l'idea di come se la passasse male in quel periodo Prine e la sua neonata etichetta Oh Boy. Registrati effettivamente in maniera sommaria e privi di qualsiasi appeal estetico nei suoni (prettamente acustici) e nel modo di cantare del nostro (cosa che li rende abbastanza simili a Diamonds In The Rough), i due album però rappresentarono la piena rinascita del Prine autore, che sciorina veri e propri capolavori di scrittura come Unwed Fathers (che entra anche nel repertorio di Johnny Cash), People Puttin' People Down o The Oldest Baby In The World sul primo e Speed Of The Sound Of Loneliness, di cui esiste una splendida versione di Nanci Griffith, sul secondo. Peccato che non se ne accorse nessuno, e storia vuole che l'unico riscontro venisse dal pubblico più tradizionalista del circuito country nashvilliano, che fece avere una nomination ai Grammy Awards alla cover di Lulu Walls della Carter Family.

John Prine & Marc Wiseman
Standard Songs For Average People
[Oh Boy/ IRD 2007]
Siamo tutti pronti ormai a perdonare i nostri artisti di fiducia quando tergiversano tra mille strani progetti per nascondere un periodo di stasi creativa. John Prine il suo bonus se l'era ampiamente giocato tra il 1995 e il 2005, dieci anni di tempo in cui aveva pubblicato di tutto tranne che dischi di materiale nuovo. E si era già giocata anche la carta dell'album tributo ai propri avi musicali ai tempi del bell'esperimento al femminile di In Spite Of Ourselves, ma l'essere boss di un'etichetta a volte gioca brutti scherzi, perché il nostro non ha resistito alla tentazione di riprovarci riesumando il suo vecchio eroe Mac Wiseman. Per la cronaca Wiseman è un chitarrista bluegrass, un ultraottantenne già in odore di mito per il genere, autore di una famosissima "The Ballad Of Davy Crockett.", una hit negli anni cinquanta, e di una popolare e anche abbastanza venduta canzone (e relativo album) del 1970 dal titolo "Johnny''s Cash And Charlie's Pride". Contando che un operazione simile l'aveva già fatta Mark Knopfler con Chet Atkins nel divertente, e in questo senso "pionieristico", Neck And Neck del 1990, sono più di quindici anni che il mondo del rock si impegna e celebrare sé stesso e i propri nonni, per cui ammetterete che a questo punto sia lecito aspettarsi qualcosa di più di un semplice informale incontro fatto di vecchi standards (tra questi I Forgot to Remember to Forget, Pistol Packin' Mama, I Love You Because, Saginaw, Michigan), suonati con un bello schieramento di banjo, mandolini e violini come da tradizione, dove il sessantunenne Prine recita la parte del giovane allievo. Nessuno gli avrebbe mai chiesto di avere il coraggio sfoggiato da Rick Rubin con Johnny Cash e di traghettare il vecchio Mac fino alle porte del repertorio hard rock, o di avere l'irriverenza del giovane e vulcanico Jack White nell'alzare le sottane dell'ormai imbalsamato country di Loretta Lynn, ma di provare almeno a punzecchiare un vecchio musicista capace come Wiseman spingendolo su terreni per lui nuovi, giusto per vedere come se la sarebbe cavata, era speranza quantomeno legittima. Invece qui John si limita a seguire il maestro, a non disturbarlo nel suo pigro incedere, aggiunge un canto monocorde ad un altro altrettanto monocorde, e se nella sua immaginazione la spinta di modernità è rappresentata dai cori femminili e da qualche arrangiamento un po'affettato, allora sarebbe stato quasi più onesto ribadire un rigoroso old-country-sound senza orpelli. Qui non è media solo la gente a cui si rivolge questa musica, come suggerisce il titolo Standard Songs For Average People, ma lo è la musica stessa, brani "carini", alcuni interessanti e divertenti, ma nulla di più di una partita di merce che avrebbe avuto bisogno della scossa derivata dallo scontro di due personalità forti, non questo amichevole "volemosebene" artistico che non violenta nessuno e manda tutti a casa con una pacca sulla spalla che sinceramente ci lascia freddini. Alla prossima John…. (Nicola Gervasini)

http://www.rootshighway.it/archivio/2007/prine.htm


:: Riepilogo (discografia)

John Prine (1971) 10
Diamonds In The Rough (1972) 7,5
Sweet Revenge (1973) 9
Common Sense (1975) 7,5
Prime Prine (1976 antologia)
Bruised Orange (1978) 8,5
Pink Cadillac (1979) 7
Storm Windows (1980) 7,5
Aimless Love (1984) 6,5
German Afternoons (1986) 6,5
John Prine Live (1988) 6,5
The Missing Years (1991) 9
Great Days: The John Prine Anthology (1993 - cofanetto 2 cd)
A John Prine Christmas (1993) 5,5
Lost Dogs And Mixed Blessings (1995) 8
Live On Tour (1997) 7,5
In Spite Of Ourselves (1999) 7,5
Souvenirs (2000) 7
Fair And Square (2005) 8
Standard Songs For Average People (2007 con Marc Wiseman) 6

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