martedì 16 settembre 2008

JOHN BOTTOMLEY - Songpoet


08/02/2008

Rootshighway


VOTO: 7



Tra un "Poet" e un "Songpoet" c'è una bella differenza: potremmo dire che il primo gioca con le parole, mentre il secondo le deve far giocare con la musica. Lo sa bene John Bottomley, cantautore inglese che ha scelto questa impegnativa definizione per intitolare il suo settimo album solista, con la sicurezza di chi, dividendo da anni la sua carriera tra musica, pittura e letteratura (3 romanzi al suo attivo), conosce bene la profonda differenza tra le due cose. Bottomley è un nome che dalle nostre parti non ha mai avuto molti riscontri, nel 1995 ebbe la sua grande occasione con Blackberry, un album uscito per una major, e addirittura con un singolo entrato nelle charts inglesi, poi però è sopraggiunta la fine dei canali preferenziali dello show business e la logica prosecuzione nel canale indipendente. Songpoet è un disco che si dichiara fin dal titolo, folk per chi ha voglia di ascoltare e capire le sue storie, con la sua bella voce accompagnata da un tessuto strumentale essenziale ma ben arrangiato. 8 canzoni per 36 minuti di musica, il giusto per non stancare e rendere tutto necessario, dalla bella apertura di Carry Carry Carry, che sa molto dei Waterboys più folkie, fino all'incedere pigro di Mandolin Clown. L'appartenenza al cantautorato anglosassone è evidente anche nella melodia da vecchia giga inglese di Ghosts Of Gold, anche se nel suo complesso Songpoet finisce per ricordare molto i primi album di David Gray, con un po' meno rabbia nelle corde vocali e qualche rimando alla tradizione in più. Si prosegue con The Ballad Of Charlie Pillberry, che inizia con un recitato tra pioggia e tuoni e si trasforma in una ubriaca romanza caratterizzata da un bel violino e da una tromba a wah-wah, entrambi suonati dal bravo Daniel Lapp. Le sue sono storie di uomini ai margini dunque, con un tocco letterario molto cinematografico che rappresenta il suo distinguo stilistico più evidente. La sua musica invece corre sempre su binari noti, come nella successiva I Drifted By The Creek, o nell'epopea umana di Odyssey, che viaggiano verso Dylan e un folk di stampo più americano. L'incisivo impasto di chitarre è fornito dallo stesso Bottomley e da Bill Dillon, vecchio marpione dello strumento e di ogni sorta di mandolino, la cui lista di collaborazioni eccellenti occuperebbe un intera pagina (tra i tanti, Joni Mitchell, Counting Crows e moltissime produzioni di Daniel Lanois). Con il brano Songpoet (To Autumn) torniamo in Irlanda, con l'intreccio di piano e clarinetto che ricorda tanto i lavori di fine anni 80 di Van Morrison, un brano denso di toccante liricità che fa da preludio al bellissimo finale di Trafalgar, folk-song d'altri tempi cantata in coppia con la cantante tradizionale inglese Ruth Sutherland. Probabilmente Bottomley non è più nella posizione di scrivere pagine fondamentali della musica inglese, ma con un piccolo gioiellino come Songpoet contribuisce certamente a renderla sempre più prestigiosa.(Nicola Gervasini)

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